ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più violenza sulle donne

Storia di Lucia, il lavoro che salva

Un laboratorio che accoglie donne vittime di violenza e le guida verso l'autonomia. Con loro anche un uomo, con un passato da violento e una vita da ricostruire

di Cristina Carpinelli

(Adobe Stock)

3' di lettura

Lucia ha tratti orientali, un viso da ragazzina anche se ha ormai superato i quarant'anni. Da qualche giorno ha un lavoro, con contratto, mansioni, orari, pausa pranzo. È la prima volta che qualcuno crede in lei, per questo le tremano le mani quando pulisce quella specie di torchio che usa per bucare la cialda da cui estrae poi le particole. «Si fa cosi?» chiede alla sua collega Nathalie, che la guarda sorridendo. Cristiano è l'unico uomo in questo laboratorio gestito da fondazione Casa dello spirito e delle arti di Arnoldo Mosca Mondadori e fondazione Archè. Siamo alla periferia nord di Milano.

«Non fare la femminuccia», dove nascono gli stereotipi

Cristiano ha imparato a fare le particole in carcere ad Opera. «Ero un uomo violento, le mani macchiate di sangue» mi dice guardandomi coi suoi occhi scuri. «Ho pregato come l'ultimo dei disperati, ho chiesto aiuto, ho aspettato, perché in carcere si impara ad aspettare, il tempo non è più tuo è di altri» mi spiega. Cristiano mi racconta che aver imparato a fare le ostie lo ha aiutato a rinascere «In carcere parlare di spiritualità non è sempre facile, mi hanno dato della femminuccia - mi dice - invece ho capito ci vuole più coraggio per difendere il bene. Oggi sono fiero di me, anche se non posso cancellare il ricordo del bullo che sono stato, del male che ho fatto, di come ero ieri». Non fare la femminuccia, l'adagio che nasconde uno stereotipo che ha per vittima uomini e donne e forse dietro questa frase detta candidamente da Cristiano si nasconde l'ingranaggio della sofferenza che ha segnato le vite di chi oggi è in questa stanza.

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Un silenzio che abbraccia e consola

Ogni donna che è in questo laboratorio è letteralmente sopravvissuta alla vita precedente, fatta di violenza non solo fisica, esistenze segnate dalla fatica di arrivare a fine giornata, di pasti saltati, aiuti richiesti e rimasti inascoltati. «Ero finita a vivere per strada con mio figlio» racconta Lucia, attorno è un silenzio che abbraccia e consola, sono tutte mamme con storie simili, oggi vivono nella comunità mamma-bambino di Fondazione Archè, accompagnate per un tratto di esistenza verso l'autonomia, verso una vita sperata per se stesse e per i propri figli che sono spesso la ragione per cui hanno combattuto anche quando non avevano più quasi uno straccio di forza.

La paura di tutte, la voglia di rinascere

«Avevo paura che mi avrebbero tolto i bambini» mi dice Nathalie ed è la paura di tutte, lo si capisce perché annuiscono quasi all'unisono. «Tra pochi mesi io e mia figlia dovremmo rientrare nel mondo» mi spiega Gemisia che sta per lasciare la comunità, è una donna minuta e riservata sceglie cosa dire, misura le parole. «Ho paura - sussurra - però ho anche voglia» aggiunge con un sorriso «Questa seconda vita sarà diversa, ho imparato a fare gruppo, parlare». Il laboratorio dove siamo è un ex night club confiscato alla mafia, per questo i passanti si fermano e chiedono cosa fanno lì Lucia e le altre e restano sorpresi. Alcune vecchiette vorrebbero comprare le particole. «Questo posto e noi dentro siamo stati rigenerati» dice Cristiano che è in regime di semilibertà e tra poche ore dovrà tornare in carcere ad Opera.

Il lavoro è la strada verso l'autonomia

«Per noi il tema del lavoro è centrale» ribadisce Valentina Sangregorio che si occupa dell'area lavoro in Arché. «Perché è attraverso il lavoro che le donne raggiungono l'autonomia e possono ricominciare a vivere in modo indipendente assieme ai loro bambini» mi spiega Valentina che per alcune il contratto di lavoro firmato per lavorare qui era il primo. Ed è una cosa importante, è un recupero della dignità e dell'autostima perse e dimenticate a causa di situazioni difficili vissute negli anni. È un concetto semplice che risplende nei visi soddisfatti di queste donne. «Anche Papa Francesco ha consacrato queste ostie, una metafora di trasformazione anche per chi non crede in Dio» aggiunge Arnoldo Mosca Mondadori uno dei sostenitori del progetto. Il vero miracolo in questa stanza alla periferia di Milano è che Lucia e le altre oggi hanno la forza di sognare, progettare il futuro, sentirsi forti, capaci e libere.

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