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Strage di Capaci, gli accertamenti sulla pista nera. Rispuntano i verbali scomparsi

Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale scomparso nel 2019, sarebbe stato presente nei pressi del luogo dell’attentato per un sopralluogo qualche mese prima del 23 maggio 1992

di Nino Amadore

Falcone, 30 anni dalla strage di Capaci

4' di lettura

Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia nazionale e poi cofondatore dell'organizzazione di destra Ordine Nuovo, scomparso nel 2019, sarebbe stato presente insieme ad alcuni boss nei pressi dello svincolo di Capaci per un sopralluogo qualche mese prima della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. È una delle ipotesi su cui sono in corso verifiche e se dovesse dimostrarsi provata darebbe forza alla tesi che a preparare la strage siano stati gli ambienti dell’estrema destra eversiva i quali avrebbero utilizzato la mafia stragista di Totò Riina per un vero colpaccio da strategia della tensione.

Le indagini di Borsellino

Di Ordine Nuovo faceva parte, per dire, Pietro Rampulla, il boss di Mistretta, colui che ha fornito il telecomando della strage e condannato per la strage di Capaci. Su questo scenario poi stava probabilmente indagando Paolo Borsellino e per questo sarebbe stata decisa l'accelerazione che ha portato, 57 giorni dopo la strage di Capaci, alla strage di Via d'Amelio. Borsellino aveva capito e aveva cominciato a scavare sui collegamenti tra la mafia di Totò Riina e le frange eversive della destra italiana a sua volta collegate con la P2 di Licio Gelli. La sparizione dell'Agenda rossa potrebbe essere servita a cancellare per sempre uno o più appuntamenti con possibili confidenti o fonti privilegiate di Paolo Borsellino.

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La terza ipotesi su Via d’Amelio

È, si capisce, un quadro ancora più inquietante dei tanti emersi ed è ovviamente tutto da verificare: all'accertamento dei lati oscuri e dei depistaggi della strage di Via d'Amelio stanno lavorando diverse procure antimafia del Paese, ognuna per le proprie competenze territoriali. Quella di cui parliamo è una terza ipotesi, che si affianca a quelle fin qui emerse sul possibile movente della strage di via d'Amelio: le indagini di Borsellino sul cosiddetto filone mafia e appalti e sulla cosiddetta Trattativa Stato-mafia.

Scarpinato: Borsellino ucciso perché capì

Una ipotesi investigativa del resto già altre volte evocata. Ne ha parlato, per esempio, l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato che ha indagato a lungo sulla vicenda con la famosa inchiesta Sistemi criminali poi archiviata: tra gli indagati vi erano appunto Stefano Delle Chiaie e Licio Gelli. Scarpinato dice ai componenti della commissione regionale Antimafia guidata da Claudio Fava: «L’opinione che mi sono fatto è che Borsellino deve essere ucciso in quei 19 giorni perché ha capito che dietro la strage di Capaci ci sono entità esterne a Cosa nostra, ci sono spezzoni di Servizi, pezzi deviati dello Stato e annota tutto questo nella sua agenda rossa con uno sgomento che è progressivo e un senso di impotenza che è progressivo perché lui capisce che sarà la mafia ad ucciderlo, ma che ci sono entità superiori che lo decideranno, e dinanzi alle quali ritiene di non avere scampo… c’è un piano ed è un piano non soltanto di Cosa nostra, perché ci sono pezzi interni dello Stato dentro questo piano di destabilizzazione».

Le verifiche e i verbali ricomparsi

Da quanto ci risulta le verifiche procedono molto riservatamente e hanno già portato alcuni risultati ritenuti molto interessanti. Sono riemerse carte e verbali che sembravano spariti nel nulla e in particolare i risultati di indagini fatte dai carabinieri su delega di Paolo Borsellino: verbali che erano svaniti nel nulla subito dopo la morte del magistrato. Da queste carte emerge la presenza di certi strani personaggi pochi mesi prima della strage di Capaci a Palermo: in città vi sarebbe stato un summit in cui sono state decise le modalità operative della strage e dei successivi depistaggi e a quel summit avrebbero partecipato anche esponenti dell'estrema destra eversiva.

Chi ha tradito Borsellino

Non solo. Questa ipotesi investigativa ne legittima anche un’altra: che a tradire Borsellino sia stato un suo amico all’interno della destra palermitana che ha storicamente avuto collegamenti stretti con il movimento Avanguardia nazionale fondato da Delle Chiaie, il mondo da cui il magistrato proveniva e a cui si sarebbe probabilmente rivolto per chiarire alcuni dubbi sulla sua pista investigativa. Da lì potrebbe essere partita la fuga di notizie decisiva per l’accelerazione della strage. Borsellino di fronte ai magistrati Alessandra Camassa e Massimo Russo disse: «Un amico mi ha tradito». Ora l'ipotesi è che l’amico che ha tradito il giudice possa essere cercato nell’ambiente della destra palermitana di trent’anni fa.

Cafiero De Raho: accertare il ruolo di formazioni istituzionali

Che possano esserci in arrivo novità lo si capisce anche da dichiarazioni più o meno recenti degli inquirenti. L’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho in una delle sue ultime interviste da procuratore lo ha detto chiaro: «Sappiamo che Cosa nostra è stata esecutrice e mandante di quegli attentati. E grazie al lavoro della procura di Reggio Calabria sappiamo che la ’Ndrangheta ha avuto un ruolo e sono emersi numerosi soggetti che hanno operato tanto in Sicilia, come in Calabria. Adesso le indagini stanno proseguendo per accertare il ruolo di formazioni istituzionali o para-istituzionali. Pezzi di apparati investigativi e di sicurezza. Bisogna evitare nuovi depistaggi alla Scarantino, per arrivare a una ricostruzione organica ogni conquista è elemento che va vagliato dai vari uffici - Palermo, Catania, Caltanissetta, Reggio Calabria, Firenze - coinvolti nelle indagini».

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