milano. 50 anni fa la bomba

Strage di Piazza Fontana meno oscura grazie ai libri

A 50 anni dall’attentato, i saggi di Paolo Morando e Mirco Dondi hanno il merito di dare volti e nomi ai protagonisti, di ricostruire scenari e di ricorrere a dati e indizi che aiutano a fare chiarezza sui fatti

di David Bidussa

(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

Cinquant’anni ci distanziano dalle bombe di Piazza Fontana, più estesamente dal 1969. Un anno profondamente sconvolgente per la storia italiana.

Mirco Dondi con il suo 12 dicembre 1969 e Paolo Morando con Prima di Piazza Fontana hanno la capacità di ricollocarci in quel tempo e di farci prendere la misura con ciò che di quel tempo è rimasto attaccato al nostro presente, aperto, spesso non risolto. Soprattutto hanno il grande merito di dare volti, nomi, ricostruire scenari, rincorrere con pazienza dati, indizi, tracce che per molto tempo abbiamo dato per scontato non fossero individuabili e conoscibili. Ovvero ricostruibili e comprensibili.

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La sensazione, ogni volta che ci siamo aggirati intorno a Piazza Fontana, è che il nostro fosse un girovagare senza risultati. Sullo sfondo rimaneva quanto aveva scritto Leonardo Sciascia nel 1979, ovvero il fatto che l’Italia «è un Paese senza verità». Condizione, aggiungeva, in grado di produrre una «regola»: nessuna verità si saprà mai riguardo a fatti delittuosi che abbiano, anche minimamente, attinenza con la gestione del potere [Nero su nero, Adelphi, p. 146].

I due volumi di Paolo Morando e di Mirco Dondi consentono di restringere il margine di oscurità.

I tempi non sono quelli specifici degli attentati, ma sono più dilatati. Stanno nel processo di costruzione del clima in cui avviene Piazza Fontana, e poi, più che nel tempo dell’evento, nella costruzione di un’opinione pubblica, di un clima collettivo, in modo che si desse la disponibilità ad accogliere la costruzione artificiale dei colpevoli.

Piazza Fontana, più che l’inizio di un percorso, è l’ultima tappa di un lungo processo che inizia almeno 18 mesi prima (nell’estate del 1968) e si prepara con vari attentati tra autunno 1968 ed estate 1969. Soprattutto ha una prova generale - in termini di costruzione del colpevole, di dinamica dell’attentato, di uso degli esplosivi - nel doppio attentato che si consuma alla Fiera di Milano e poi all’Ufficio cambi della Stazione centrale di Milano nel pomeriggio del 25 aprile 1969.

Di quel momento a cui Paolo Morando dedica grande attenzione (anche perché, nel tempo, “dimenticato”), il dato rilevante non è solo come avviene, ma la costruzione dei colpevoli, la definizione degli indiziati, l’uso di testimoni e delle prove, le dichiarazioni di racconto con cui si stabilisce un profilo degli attentatori.

Di quell’episodio è anche importante ciò che segue, ovvero la sceneggiatura del processo che si svolge tra marzo e maggio 1971 contro gli imputati, e che lentamente vede sciogliersi e dissolversi il palinsesto delle accuse. In quel processo – che è contemporaneamente l’atto di legittimazione per fabbricare i colpevoli di Piazza Fontana - centrale è il venir meno della testimonianza del principale teste d’accusa, Rosemma Zublema.

Non solo. Ciò che entra in crisi in quel processo è chi compare come il garante e il difensore del sistema. Lentamente, infatti, più che le prove, emergono le contraddizioni del comportamento della squadra di indagine guidata da Antonino Allegra; i depistaggi che accompagnano quella costruzione a tavolino degli anarchici come colpevoli, in cui sono protagonisti figure della continuità dello Stato tra regime fascista e repubblica, vertici dello Stato, come Federico Umberto D’Amato, uomini dei Servizi (Guido Giannettini, per tutti), esponenti della destra radicale italiana (Giovanni Ventura, Franco Freda).

Una stagione che si inaugura negli anni 60 e che sappiamo prolungarsi negli anni 70 che intorno a Piazza Fontana definisce il suo profilo, ma che poi prosegue nel 1974: un altro anno terribile costellato di molti morti, a Brescia (28 maggio, 8 morti e 102 feriti), poi al treno Italicus (4 agosto, 12 morti e 48 feriti). Una storia che si è prolungata con incertezze nei lunghi anni dei molti processi che si sono susseguiti. La verità ha impiegato tempo a emergere.

Ma a quella verità ha contribuito anche il mondo dei libri.

Quando nel giugno 1970, ancora con l’odore delle bombe, esce il libro collettivo La strage di Stato, la maggior parte dell’opinione pubblica crede che siano gli anarchici i responsabili della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969). Quel libro racconta un’altra storia. Ha impiegato tempo quella storia a rendersi legittima, ma alla fine ce l’ha fatta.

Se l’attentato di Piazza Fontana ha cambiato la storia d’Italia è anche vero che il libro La strage di Stato ha a sua volta avviato un processo di cambiamento a cominciare da come si racconta la storia. Non è l’unico motivo per il quale vale la pena leggere i due volumi di Mirco Dondi e Paolo Morando.

Con i libri si può.
Non è poco. Soprattutto in tempi che a molti sembrano magri, per alcuni “tristi”.

12 dicembre 1969
Mirco Dondi
Laterza, Bari-Roma, pagg. 246, € 18

Prima di Piazza Fontana. La prova generale
Paolo Morando
Laterza, Bari-Roma, pagg. XIV-370, € 20

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