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«Stranger Things», 5 motivi per cui la stagione 4 è la migliore (finora)

Non conosciamo ancora il finale, ma ci sono tutti i presupposti per dire che l’ultimo capitolo della saga dei fratelli Duffer è il più efficace

di Francesco Prisco

Stranger Things 4, Jonathan e Nancy: la stagione più terrificante

3' di lettura

Non puoi giudicare un libro dalla copertina, cantava la buonanima di Bo Diddley. Aggiornando il concetto all’epoca delle serie Tv: non puoi giudicare una stagione dalle prime puntate. Vale anche per la quarta stagione di Stranger Things, i cui primi sette episodi sono disponibili su Netflix mentre per il finale (episodi 8 e 9) dovremo aspettare luglio. Tuttavia, è così forte l’affetto per la saga ideata dai fratelli Duffer e tale l’entusiasmo per quanto finora abbiamo visto che forse è il caso di fare un’eccezione alla regola. Ecco a voi i cinque motivi per cui la stagione 4 di Stranger Things ci sembra la migliore (finora).

1. Siamo tutti figli di Stephen King

Il bello di Stranger Things è che si tratta di un prodotto «derivativo», come un po’ tutte le cose migliori che la pop culture oggi offre. L’immaginario anni Ottanta è puntualmente saccheggiato, soprattutto lato cinema (dai Goonies in giù). È figlio dei romanzi di Stephen King e, ancora di più, delle loro versioni cinematografiche (da Stand by me all’Incendiaria). Nella quarta stagione, questo debito diventa ancora più evidente: l’intera sequenza dell’atto di bullismo subito da Undici (Millie Bobby Brown) è un «calco» di una celebre scena di Carrie, lo sguardo di Satana (1976) che Brian De Palma tirò fuori dall’omonimo romanzo del Maestro.

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2. La caratterizzazione dei personaggi

Ancora una volta il punto forte dell’opera dei Duffer brothers si conferma la caratterizzazione dei personaggi. Senza insistere sugli ultra analizzati Undici, Joyce (Winona Ryder) e Hopper (David Harbour), vediamo crescere Mike (Finn Wolfhard), Max (Sadie Sink), Robin (Maya Hawke) e persino Argyle (Eduardo Franco), l’improbabile pizzaiolo che risolve i problemi come un novello Mr. Wolf. È dono dei grandi autori dire tutto di un personaggio senza dire troppo e il giochino, in Stranger Things, riesce alla perfezione.

3. Il cattivo ha un volto

A livello filosofico, il Male è più inquietante quando appare come qualcosa di indefinito. Era stato così nelle precedenti tre stagioni di Stranger Things: dai democani al mind flayer, sembrava di avere a che fare con forze della natura deviate quanto ineluttabili. A livello cinematografico, però, funziona di più quando il cattivo ha un volto (sfigurato): vedi il Freddy Krueger di Nightmare, Predator che si toglie il casco ed esce quella specie di aragosta rasta, in tempi più recenti il Re della Notte del Trono di Spade. In Stranger Things 4 il villain è Vecna che a Freddy Krueger si ispira direttamente. Le dita «artigliose» e Robert Englund che si presta a interpretare Victor Creel sono una dichiarazione d’intenti.

4. «Stranger Things» 4 esce nel momento giusto

In Stranger Things c’è un Male metafisico (e sta nel Sottosopra) e un male fisico (e sta in Russia). Già nella terza stagione i russi si prestavano a fare la parte dei cattivi in carne e ossa ma ci sembrava quasi una forzatura: era il 2019, la Russia un pezzo del nostro stesso mondo globalizzato. Dopo tutto la storia era finita, no? No: nel 2022 quel racconto della Guerra Fredda è molto più attuale. Le vicissitudini della pandemia - che hanno rimandato l’uscita della serie fino ad adesso - hanno persino giocato a favore.

5. Elettropop saved my life

Che nell’allestimento di Stranger Things ci sia un’attenzione maniacale a oggetti di scena e colonne sonore anni Ottanta non è esattamente una notizia. Nella quarta stagione, soprattutto sul versante musica, la serie supera sé stessa: dal poster di Murmur dei R.E.M. in camera di Jonathan (Charlie Heaton), a testimonianza degli «altri» anni Ottanta, alla playlist della sala di pattinaggio che inanella perle elettropop come Rockin Amadeus e Tarzan Boy ma anche Wipe out, pezzo surf che negli Eighties fu reinterpretato in chiave rap dai Fat Boys. Su tutto domina il potere salvifico di Kate Bush in Running up that hill (a deal with God) che è pure tornata in classifica 37 anni dopo. Come dire: elettropop saved my life. Anche se, da queste parti, ci piace più Bo Diddley.

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