Opinioni del Sole

Strategia europea contro i protezionismi

di Andrea Montanino e Matteo Pignatti

(© Jim West)

3' di lettura

Il 2018 è stato l’anno dell’escalation protezionistica americana, con la Cina come target numero uno. Finora le nuove tariffe hanno colpito 250 miliardi di dollari di importazioni statunitensi dalla Cina (su un totale di oltre 520) e hanno provocato ritorsioni cinesi su 110 miliardi di acquisti dagli Usa (su un totale di 170). Misure che potrebbero estendersi presto alla quasi totalità degli scambi tra i due Paesi.

Nel nuovo Rapporto della Fondazione Nord Est guardiamo ai possibili effetti sugli assetti geoeconomici mondiali. Intanto l’aumento dell’incertezza e il calo della fiducia degli operatori blocca commesse e investimenti all’estero, come si osserva già nei dati deludenti degli scambi internazionali nel 2018. Nel medio-lungo periodo le tariffe creeranno distorsioni dei flussi di scambio e interruzioni delle catene globali del valore, rendendo i processi produttivi meno efficienti e più costosi, con un danno per tutti i Paesi coinvolti.

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Se l’obiettivo è frenare l’avanzata cinese verso la leadership globale, si resterà delusi. La Cina è già il primo esportatore mondiale e il secondo importatore, dopo gli Stati Uniti, con una quota degli scambi globali salita dal 3 al 12% negli ultimi 20 anni. Le produzioni cinesi si sono inserite a valle delle catene globali del valore, diventando il terminale di un’area asiatica fortemente integrata. L’attuale strategia, esplicitata nel piano “Made in China 2025”, è quella di portare dentro i confini nazionali le produzioni alla frontiera tecnologica, a più alto valore aggiunto, facendo leva sulla crescita dei consumi interni.

E l’Europa? Non può certo stare a guardare. Si pensi al settore degli autoveicoli, di cui la Cina rappresenta il più grande mercato finale, con 1/3 della domanda globale: le catene globali del valore fanno sì che molte auto europee vendute in Cina siano in realtà prodotte negli Stati Uniti. L’escalation dei dazi tra Cina e Stati Uniti favorisce lo spostamento delle produzioni dall’altro lato del Pacifico: Bmw prevede di produrre in Cina entro fine anno, con il partner locale Brilliance, e Daimler ha avviato una joint venture per la produzione di auto elettriche con il gruppo cinese Geely. Anche l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada, rendendo più costoso per le aziende produrre negli Usa, potrebbe avere l’effetto involontario di accelerare la rilocalizzazione produttiva verso il mercato cinese.

Allo stesso tempo, la Cina è ormai un grande investitore internazionale. L’Europa, nel suo complesso, è stata negli ultimi anni la prima destinazione degli investimenti cinesi ed è lo sbocco naturale della Nuova Via della Seta.

La nuova leadership cinese, però, porta con sé enormi contraddizioni. La Cina resta un’economia non di mercato, in cui non sono garantiti gli standard di diritto internazionale. L’acquisizione di conoscenze proprietarie delle imprese estere avviene anche in modo forzato, attraverso pratiche scorrette che riguardano le richieste di joint venture, le restrizioni agli investimenti diretti esteri, le procedure amministrative opache, le assegnazioni discriminatorie di licenze e vere e proprie intrusioni informatiche.

Inoltre, l’arrivo degli investimenti cinesi pone nuove problematiche di controllo della sicurezza nazionale, con particolare riguardo alle informazioni sensibili e ai dati personali (per esempio, nel campo delle assicurazioni) e ai settori strategici come le nuove tecnologie. L’amministrazione Usa è particolarmente attiva in questo campo, specie con il rafforzamento dell’autorità di vigilanza sugli investimenti dall’estero. In Europa, invece, manca un’istituzione comune di controllo; solo 12 Paesi Ue (tra cui Germania, Francia e Italia) hanno meccanismi nazionali di vigilanza, e comunque differenti tra loro.

Occorre allora agire su tre fronti: 1) implementare la recente proposta della Commissione europea di un meccanismo comune di vigilanza, con la creazione di un gruppo di coordinamento per lo screening degli investimenti dall’estero; 2) mantenere alta la pressione per accelerare il processo di liberalizzazione del mercato interno cinese, per esempio nella rimozione dei limiti al possesso azionario estero nei mezzi di trasporto; 3) a fronte della strategia isolazionista americana, puntare invece a rafforzare i legami con gli altri partner commerciali, con l’implementazione piena degli accordi raggiunti con il Canada e il Giappone e la conclusione dei negoziati con i Paesi del Mercosur.

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