l’intervista

Stratta (Enel): «Osmosi e contaminazione per liberare la creatività»

Per il responsabile Sviluppo, formazione e recruiting della multinazionale, la ricerca va lasciata libera di sperimentare

di Giovanna Mancini


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3' di lettura

«Sono un grande sostenitore dell’importanza di lasciare liberi i cervelli di sperimentare ed esplorare situazioni che noi ancora non immaginiamo o non comprendiamo fino in fondo, sulle quali poi mettere in comune le competenze per dare concretezza al lavoro dei ricercatori. E guardi, il mio non è solo idealismo: sono convinto che questo sia utile anche a noi, aziende, per creare nuove opportunità di business».

Guido Stratta è direttore Sviluppo, formazione e recruiting di Enel e segue in prima persona le attività del gruppo in collaborazione con le università, con l’obiettivo primario di dare impiegabilità ai giovani e attingere a un patrimonio di futuri talenti.

In che modo, quindi, le imprese dovrebbero collaborare con le università, per beneficiare dei risultati della ricerca senza imbrigliarla?

Attraverso una continua osmosi, in cui il mondo accademico tenga una quota necessaria a spingere la ricerca oltre i limiti. Credo che questo sia utile per favorire la crescita di tutto il sistema. Più che finanziare i dottorati di ricerca, le imprese dovrebbero collaborare con le università su progettualità che portino risorse e occupazione. L’ideale sarebbe far convergere diversi settori industriali su progetti che interessano diversi ambiti, come ad esempio l’economia circolare, le fonti rinnovabili o la mobilità elettrica. Mettendoci assieme, ciascuno con una piccola quota di investimento sulla ricerca, potremmo aprire scenari enormi.

La proposta è molto bella, ma non è utopistica?

Un progetto è ideale soltanto se non lo si rende concreto: tra irreale e reale c’è una decisione manageriale. Se sei consapevole del potenziale di una cosa, puoi decidere di farla. Perciò io lancio dei sassi, sperando che qualcuno li raccolga... Ormai vedo che anche in Italia l’importanza di una maggiore cooperazione tra imprese e università è un tema sempre più condiviso, c’è più voglia di lavorare insieme, il sistema in questo momento è molto ricettivo. Forse ci sarebbe bisogno di una maggiore contaminazione: dei saperi, ma anche dei settori di operatività delle imprese.

Immagina dei tavoli di cooperazione tra più imprese e università?

Sarebbe utile istituire delle cabine di regia, per decidere dove andare insieme su temi specifici. Facciamo un esempio: la digitalizzazione pervasiva è un argomento di cui parlano tutti e che ha tante declinazioni. Ha aspetti tecnologici, etici, ma ha anche un forte impatto sulle risorse umane. Mi piacerebbe aprire un tavolo tra aziende che si occupano di intelligenza artificiale, filosofi che ci spiegano le implicazioni etiche di queste tecnologie, imprenditori che le useranno e ricercatori che le svilupperanno in ulteriori innovazioni.

È un quadro piuttosto impegnativo.

Molto. Ma fare innovazione è impegnativo. Noi come azienda, attraverso le divisioni Recruiting e Innovazione, incontriamo quotidianamente start up e giovani che ci propongono nuovi progetti o business plan. Quando selezioniamo candidati da assumere o nuovi collaboratori, non guardiamo tanto ai voti e al percorso formale precedente, ma li spingiamo a fare proposte proattive, condividendo idee e soluzioni e modi per svilupparle. Li sfidiamo sul terreno della creatività.

Quali competenze cercate nei giovani?

Siamo un’azienda con una forte componente tecnica, quindi abbiamo sempre bisogno di ingegneri. Ma oggi le trasformazioni sono rapidissime e continue: non sappiamo quali saranno i lavori del futuro. Perciò servono ingegneri filosofi, ovvero figure che abbiano competenze nei settori di nostro interesse, ma soprattutto che si facciano tante domande, che abbiano capacità di ascolto e di comunicazione. Inoltre cerchiamo persone capaci di spiegare ai clienti quello che facciamo, quasi dei narratore dei diversi business. E poi abbiamo bisogno di profili con competenze digitali avanzate, ma anche capaci di “tradurre” le tecnologie per i clienti, in modo che capiscano di che cosa hanno bisogno e che cosa possiamo fare per loro.

Le università dovrebbero creare cattedre ibride, un po’ sul modello britannico?

Sì, ad esempio inserendo corsi nuovi, in cui professionisti di settori diversi, ad esempio filosofi, sociologi o giornalisti, insegnano a ingegneria e viceversa. Noi imprese dobbiamo avere il coraggio di aprirci di più, ma anche gli atenei devono avere più voglia di collaborare tra loro e dare vita a nuovi percorsi formativi.

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