estesi test e ispezioni

Stretta Bce su piccole e medie banche

di Marco Ferrando


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(Afp)

3' di lettura

Finora è valso solo per i 130 gruppi con più di 30 miliardi di asset, ma presto le regole del gioco saranno uguali per tutte le 3.200 banche europee, comprese quelle medie e piccole. Dal prossimo anno, infatti, gli istituti sotto soglia saranno sottoposti a un’unica, comune metodologia per il monitoraggio annuale, quell’insieme di misure - che va dagli stress test alle ispezioni in loco - che concorre a fissare i livelli minimi di patrimonio personalizzati banca per banca, le famigerate soglie Srep. La competenza, com’è già oggi, rimarrà in capo alle Banche centrali nazionali (mentre Bce segue le grandi) ma l’impianto sarà unico e coordinato da Francoforte, d’intesa con i regolatori dei singoli Paesi.

In Italia a essere coinvolte saranno 462 banche, di cui 355 del credito cooperativo, stando agli ultimi dati diffusi da Via Nazionale: un universo da 8.500 sportelli e 74mila dipendenti che va da Banca Mediolanum e Credito Valtellinese, entrambi quotati, fino a Bcc e Spa da poche decine di milioni di asset.

Ma in Europa l’attenzione è concentrata soprattutto sull’impatto che si avrà per le quasi 1.600 banche tedesche, il Paese dove il numero di istituzioni less significant è più elevato: 1.588 per la precisione, in gran parte Landesbank. Consistente e analogo per tipologia anche il campione austriaco (519 banche), superiore ad esempio alle 124 banche medie o piccole operanti in Francia o alle 78 spagnole.

Il processo era avviato da tempo, ma ora la conferma che sarà il 2018 l’anno dell’armonizzazione è arrivata dalla Bce, che nell’ambito della nota sulla vigilanza bancaria pubblicata in settimana ha annunciato il «nuovo importante passo per un approccio più deciso alla supervisione» nell’area euro. Affrettandosi poi a specificare che la metodologia incorpora «importanti elementi di proporzionalità»: in pratica le regole sono le stesse per tutti, ma andando applicate a un quadro assai eterogeneo di attori, che vanno da giganti alla Bnp Paribas fino a Bcc monosportello, vanno calibrate a seconda dei mezzi e dei rischi di chi c’è in ballo. E qui, appunto, si aprono gli spazi d’autonomia per le banche centrali nazionali, che già il 13 aprile scorso si erano viste inviare da Francoforte due distinti documenti in merito all’esercizio delle opzioni e delle discrezionalità nazionali previste dal diritto dell’Unione europea. Nel dettaglio, si tratta di una serie di parametri per i quali l’ultima parola spetta ai regolatori nazionali: i livelli minimi di liquidità, ad esempio, oppure i limiti sulle grandi esposizioni così come sulle partecipazioni rilevanti al di fuori del settore finanziario. Il salto non è da poco, ma gli effetti dipenderanno da come gli arbitri nazionali decideranno di interpretare il proprio ruolo. «Da tempo abbiamo chiesto regole uniche, che consentano di costruire l’unione bancaria e di evitare disparità di trattamento», dice a Il Sole24Ore il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. In gioco c’è il tanto agognato level playing field, la convinzione è che la solidità delle banche medie e piccole italiane non sia inferiore a quella del resto d’Europa.

Anche da Banca d’Italia si fa presente che la macchina è ormai rodata, e prova ne sarebbe il fatto che a metà 2016 il Cet1 ratio medio delle banche sotto i 30 miliardi di asset era al 15,5%, tre punti in più delle grandi e quattro in più del 2011. Lo scorso anno per la prima volta Via Nazionale aveva alzato il velo anche sui risultati dello Srep relativo a tutte le 462 banche less significant: il processo aveva dato luogo a valutazioni pienamente positive nel 60% dei casi, il 35% degli intermediari aveva ricevuto valutazioni di “attenzione”, per i restanti intermediari, «la cui situazione è stata valutata critica, sono di dimensione contenuta e per essi, erano in via di pianificazione o in corso azioni di turnaround», aveva sottolineato la Vigilanza.

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