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Stretto di Messina, Caronte&Tourist in amministrazione giudiziaria

La società di traghettamento dello Stretto di Messina che vale 500 milioni è accusata di aver agevolato le cosche calabresi

di Nino Amadore

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(Ansa)

La società di traghettamento dello Stretto di Messina che vale 500 milioni è accusata di aver agevolato le cosche calabresi


3' di lettura

La Caronte&Tourist, la società che si occupa del traghettamento sullo Stretto di Messina collegando quotidianamente Villa San Giovanni al capoluogo siciliano, avrebbe agevolato gli esponenti della ’ndrangheta reggina affidando a imprese riconducibili agli esponenti delle ’ndrine vari servizi all’interno delle navi che fanno la spola tra le coste siciliane e calabresi. C’è tutto questo e non solo alla base del provvedimento di amministrazione giudiziaria ai sensi dell’articolo 34 del Codice antimafia emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria di cui è presidente Ornella Pastore ed eseguito dagli uomini della Dia coordinati dalla Procura antimafia reggina guidata da Giovanni Bombardieri. Per sei mesi, dunque, la Caronte&Tourist, sarà amministrata da uomini dellO Stato: il Gruppo è storicamente controllato dalle famiglie Franza di Messina e Matacena (Amedeo, ex parlamentare di Forza Italia, oggi latitante a Dubai, è da sempre ritenuto vicino alle ’ndrine) di Reggio Calabria che un paio di anni fa hanno aperto al fondo inglese Basalt che ne ha rilevato il 30% delle quote. Caronte&Tourist, secondo stime della Dia diretta da Maurizio Vallone, vale 500 milioni e ha un capitale sociale di 2.374.310 euro, dà lavoro a 1.200 persone e ha una costellazione societaria molto ampia con 23 società controllate nel settore della navigazione e non solo.

«Mi preme sottolineare che la misura dell'amministrazione giudiziaria presuppone che il titolare dell'azienda sia terza rispetto ai soggetti pericolosi - ha spiegato il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Bombardieri -.Non si parla di controllo dell'azienda. Ove ci fosse stato un controllo, ben altre sarebbero state le misure da adottare. Qua non stiamo parlando di un sequestro finalizzato alla confisca ma di un'amministrazione giudiziaria svolta nell'interesse della stessa società per consentire di bonificare quelle situazioni che si sono verificate. È evidente che si parla di agevolazione che si è sviluppata con quei servizi che hanno consolidato le cosche di riferimento di determinati soggetti».

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Due i personaggi al centro della vicenda. Uno è Massimo Buda, figlio dello storico esponente di ’ndrangheta  Santo, nell’ottobre dell’anno scorso condannato in appello a 14 anni e 8 mesi nel cosiddetto processo Sansone perché ritenuto reggente della cosca Buda-Imerti Condello di Villa San Giovanni. Per Buda, ritenuto la longa manus del padre all’interno di Caronte&Tourist, la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria ha disposto il sequestro di un patrimonio stimato in 800mila euro. L’altro personaggio chiave di questa storia è Domenico Passalacqua, già condannato per mafia e destinatario di una misura di prevenzione personale e patrimoniale. L’indagine è stata condotta dagli uomini della Direzione investigativa antimafia coordinati dai sostituti procuratori Stefano Musolino e Walter Ignazitto e dai procuratori Calogero Gaetano Paci e Giuseppe Lombardo. Alla base gli accertamenti, del procedimento denominato Scilla&Cariddi accertamenti patrimoniali ma anche il racconto di diversi collaboratori di giustizia. Sia Buda che Passalacqua erano dipendenti di Caronte&Tourist e titolari sia direttamente che tramite prestanomi di imprese che gestivano i servizi di bar e ristorazione, di pulizia e disinfestazione a bordo delle imbarcazioni nonché i servizi di prenotazione per gli autotrasportatori che si imbarcavano sui traghetti del Gruppo Caronte&Tourist. «Le vicende della società che ha gestito il traghettamento sullo Stretto storicamente ha suscitato gli interessi mafiosi - ha aggiunto il procuratore aggiunto Gaetano Paci -. Quello che è stato focalizzato con il provvedimento di oggi è che questi interessi mafiosi nel tempo hanno trovato un radicamento attraverso lo sfruttamento delle capacità imprenditoriali della società. Nel fare questo si è tenuto conto del ruolo criminale di questi soggetti».

Non solo: il gruppo di navigazione ha assunto anche soggetti segnalati da Buda e Passalacqua cui sarebbe stata anche garantita la retribuzione durante la latitanza e la permanenza in carcere. A Buda, invece, sarebbe stata garantita una rapida e brillante carriera affidandogli il ruolo di promuovere e gestire le nuove assunzioni e la delega per la risoluzione delle controversie tra dipendenti o con i fornitori. Secondo gli investigatori questo provvedimento certifica che la «’ndrangheta non si rapporta più con la forza dell’intimidazione ma è sempre di più imprenditrice, in questo caso con società di servizi, sfruttando la forza di determinati nomi». La società avrebbbe coinvolto anche rappresentanti istituzionali nel Cda proponendo, «apparentemente» dicono gli inquirenti, un’azione di legalità. «La nostra attività - ha detto Giuseppe Lombardo che ha ricordato l'inchiesta “Breakfast” sugli interessi e l'operatività del gruppo Matacena nel settore del traghettamento sullo Stretto di Messina - ritengo debba estendersi per andare a comprendere come opera in questo territorio il cosiddetto indotto mafioso che non è mafia ma di mafia vive».

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