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Studio Azzurro: come nasce un collettivo?

di Maria Adelaide Marchesoni


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Studio Azzurro, Il Giardino delle Cose, videoambiente, prima edizione 1992, XVIII Esposizione Internazionale Triennale, Milano. Prezzo: 90.000,00 euro (8 monitor)

4' di lettura

Come nasce un collettivo? Quali sono le ragioni che spingono gli artisti a lavorare insieme sotto una sigla dove a prevalere è l'anonimato? Le ragioni possono essere le più pratiche, talvolta banali o, in alcuni casi, non c'è nessuna decisione in partenza, come spiegano in questa intervista F abio Cirifino e Leonardo Sangiorgi che, insieme a Paolo Rosa (1949-2013), hanno fondato nel 1979 Studio Azzurro , collettivo pioniere della multimedialità creativa.

Perché avete deciso di lavorare come collettivo?
Hai presente Woodstock, le occupazioni degli anni '60, i cortei, l'autocoscienza, la cultura Hippy, Easy Ryder, Blow up , Re Nudo e il libro di Roberto Faenza Senza chiedere permesso sui nuovi media e la rivoluzione che avrebbero avviato gli innovativi sistemi di video registrazione portatili, di quel tempo? Ecco, più che una decisione è stata una mutazione genetica e/o generazionale, un'impellenza, una necessità fisica, di pancia che sentivamo venire da dentro e che verificavamo continuamente e nella quale ci rispecchiavamo nella vita di tutti i giorni. Per questa ragione, se si può dire, non c'è stata nessuna decisione, ma la continuazione della nostra vita, dello stare insieme da amici e fra amici, nello scoprire anche in corpi e in menti diverse, la stessa passione per il linguaggio delle immagini. E riuscire poi in seguito a mettere lentamente a fuoco il nostro percorso espressivo, attraverso molteplici discussioni, sul significato di queste immagini pervasive, che tentavamo di capire nel loro impatto sociale e culturale, ma anche nella loro struttura, nella loro grammatica e sintassi e per come venivano o potevano essere state realizzate o essere prodotte. In questo stato passionale, avendo in noi già il gene dello stare insieme, del condividere e – per parafrasare uno slogan del tempo – “del privato che diventa pubblico e viceversa”, che per noi è diventato “da riflessioni e idee personali a quelle collettive”, riconosciamo che il passo è stato veramente breve.

Studio Azzurro, Luci d'inganni, videoambiente, 1982. Prezzo: 60.000 euro

Cosa rappresenta il collettivo?
Per quanto ci riguarda, abbiamo difficoltà ad usare il termine “artisti” o “videoartisti” per definire l'attività dei componenti dello Studio. Della definizione di artista però ci piace il riferimento all'essere “testimone del proprio tempo” e soprattutto essere un “visionario” o avere visioni. Lo Studio Azzurro lo viviamo come un “laboratorio di ricerca” nel campo dell'immagine prima analogica e ora digitale che usa lo strumento della “poesia” come principale mezzo d'indagine. Scoprendo e verificando se mezzi e tecnologie nati con altri scopi, possono avere in sé – in particolare quando utilizzati in modo non usuale – insospettate cariche comunicative, suggestive ed emozionali.
Lo Studio Azzurro come accennato prima, rappresenta ancora la molteplicità delle menti, degli stati d'animo, delle riflessioni e la loro condivisione. Questo “stato” o condizione, ci ha dato la possibilità di osservare eventi, di programmare direzioni di ricerca o semplicemente di pensare, con diversi e originali punti di vista, a volte inaspettati, che ci hanno permesso molto spesso di interpretare e superare condizioni e accadimenti, che a un singolo, a un'individualità, forse sarebbero apparsi oscuri e impossibili da superare. I quarant'anni di attività che lo Studio Azzurro ha raggiunto proprio quest'anno, possono testimoniare la validità di questa particolare e devo dire fortunata, condizione.
A volte, infine, ci piace ricordare ancora la prima definizione che diede di noi Carlo Massarini a Mister Fantasy, trasmissione che conduceva negli anni '80, dove ci definì, presentando la nostra prima opera «Luci di inganni», i «video-esploratori» di Studio Azzurro.

Quali sono i pro e i contro del lavoro collettivo?
Non ci sono pro e contro nel lavoro collettivo. C'è solo un grande insegnamento, di ascolto, di comprensione, flessibilità, adattamento, accoglienza, condivisione, una grande riflessione sull'ego e l'amicizia, sui sentimenti e l'avidità e su come pensare e realizzare cose più grandi di quanto una singola mente possa fare. Se proprio vogliamo pensare a una condizione negativa basta mettere il segno meno davanti a quei termini, elencati precedentemente quando non si è in grado di praticarli. Questo per parlare della dimensione umana e creativa all'interno dello Studio.
Troviamo francamente più difficoltà, per quanto riguarda il lavoro collettivo, nelle relazioni con quello che definiremmo l'esterno, nel far capire e accettare a chi è interessato (probabilmente ancora una volta per una questione genetica) che un'opera possa avere molti padri e/o molte madri. E che un'opera contemporanea di arte elettronica possa essere composta da molte componenti per giunta, a volte di natura molto diversa fra di loro. Questo è insito nel lavoro di ricerca che obbliga a spingersi nello sforzo visionario, oltre il normale orizzonte delle cose che si percepiscono in modo ordinario e che solo lo scorrere del tempo ricolloca nel giusto valore e dimensione. Noi stessi, in Studio, stiamo indagando lungo questo percorso di “meta-ricerca”, su come interpretare e comunicare – in modo unitario e funzionale e senza escludere la dimensione economica e finanziaria – queste molteplicità.
Per concludere, ecco una piccola storia per sorridere insieme. Spesso quando ci hanno invitato a partecipare a mostre, festival e manifestazioni di arte contemporanea abbiamo dovuto riempire la scheda di partecipazione con i dati anagrafici dell'artista, e abbiamo scritto:
Nome: Studio, Cognome: Azzurro, data e luogo di nascita: Milano, 1979 .

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