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Coronavirus, tanti i casi non riconosciuti

Secondo gli autori, il mancato riconoscimento dei casi è stato tra i maggiori responsabili della rapidissima diffusione della malattia in Cina

di Federico Mereta

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(AFP)

Secondo gli autori, il mancato riconoscimento dei casi è stato tra i maggiori responsabili della rapidissima diffusione della malattia in Cina


3' di lettura

Qualche tempo fa Pierluigi Lopalco, docente di Igiene all'Università di Pisa, aveva coniato un’espressione immaginifica per spiegare quanto era importante l'immunità di gregge al fine di evitare lo sviluppo di un'infezione. Il termine usato per spiegare chi, completamente ignaro e involontariamente, poteva trasmettere il batterio del meningococco presente nella gola di almeno dieci persone su cento senza dare alcun fastidio.

Oggi, la stuazione è molto diversa, ma nel bel mezzo della pandemia di Coronavirus, quei “fantasmini” rappresentano il problema epidemiologico più complesso nella logica di contenimento dei casi. E proprio la loro presenza giustifica appieno le strategie di distanziamento sociale, cui si debbono associare le norme di igiene personale. Perché proprio i fantasmini, o se volete gli soggetti infetti e non riconosciuti, possono rappresentare la minaccia principale per rallentare l'evoluzione dell'infezione.

A ricordarlo, dati alla mano, è una ricerca pubblicata online su Science e condotta dagli studiosi della Mailman School of Public Health dell'Università Columbia. Lo studio prende in esame l'esperienza dei primi giorni di epidemia in Cina, nell'epicentro di Wuhan, e mostra chiaramente come il mancato riconoscimento dei casi di patologie quando non riconoscibili per assoluta mancanza di sintomi oppure con disturbi poco significativi sia stato tra i maggiori responsabili della rapidissima diffusione della malattia in Cina.

Lo studio, condotto su modelli matematici, arriva a dire che addirittura l’86% di tutte le infezioni non sarebbe stato documentato prima dello stop ai viaggi da e per l'area destinata all'isolamento, ovvero prima del 23 gennaio scorso. I dati sono stati poi confrontati con quelli ottenuti dopo l'entrata in vigore delle limitazioni, con osservazione tra il 24 gennaio e l’8 febbraio. Secondo il modello matematico le infezioni non riconosciute sarebbero contagiose solo al 52% rispetto a quelle trasmesse da casi documentati clinicamente, quindi la possibile infettività degli asintomatici può apparire limitata.

Nonostante questo dato, comunque, stando all'indagine sarebbero purtroppo risultate la fonte dei due terzi delle infezioni riscontrate ufficialmente. Insomma: i “fantasmini” sono stati davvero un problema, che occorre cercare di contenere anche dalle nostre parti, sulla scorta dell'esperienza cinese.

Gli stessi autori della ricerca segnalano quindi che gli sforzi dei Governi e l’attenzione delle persone, in Cina, sono riuscite a ridurre la diffusione del virus che, dopo il blocco dei viaggi e le misure draconiane assunte nell'area dello Hubei, si sono via via limitate. Secondo Jeffrey Shaman, coautore dello studio, “l’esplosione dei casi di CoViD-19 in Cina è stata in gran parte guidata da persone con sintomi medi, limitati o addirittura asintomatiche che non sono state riconosciute. In relazione alla loro capacità di trasmettere l'infezione e ai numeri, i casi non riconosciuti possono esporre una quota molto maggiore della popolazione al virus rispetto a quella che si sarebbe verificata”.

La teoria americana, quindi, punta il dito sui soggetti che hanno contratto l’infezione e non sono stati individuati. Anche secondo Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano, da piccoli studi epidemiologici fino ad ora disponibili questa quota appare comunque significativa. “Siamo tra il 50 e il 70% in base alle diverse rilevazioni epidemiologiche in contesti geografici limitati – spiega l’esperto. Si tratta di individui che possono avere solamente fastidi leggeri legati all'infezione, magari simili al normale raffreddore o a una leggera influenza, ma sono comunque in grado di contagiare e diffondere il virus”.

Anche se l'efficienza della trasmissione può essere inferiore, quindi, l'individuazione e il tracciamento di quanto avviene nella popolazione può risultare interessante. In questo senso si spiega anche il caso, per ora solamente raccontato sui media, di Vo' Euganeo. Stando al parere di Sergio Romagnani, già ordinario di Immunologia Clinica dell'Università di Firenze, aver sottoposto a tampone gli abitanti della cittadina (circa 3000 persone) ha permesso di scoprire che una quota elevata della popolazione in questo focolaio è risultata infetta pur se i sintomi potevano essere sfumati .

L'isolamento sarebbe quindi, in particolare tra il personale sanitario, sarebbe di fondamentale importanza nell'ottica di contenimento della diffusione di Sars2-CoV-2019. Ovviamente si tratta di cifre ottenute su una piccola popolazione ma il problema di chi non viene riconosciuto come infettato e può comunque essere contagioso va osservato con grande attenzione, anche e soprattutto per limitare la possibile disseminazione dei casi.

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