La retrospettiva di bologna

Sturmtruppen, 50 anni (in mostra) per il fumetto pacifista di Bonvi

di Francesco Prisco

Sturmtruppen, Bonvi nel racconto della figlia Sofia

4' di lettura

C’è stato un ’68 che ha fatto meno rumore dei carri armati sovietici per le strade della Primavera di Praga o delle molotov lanciate dalle barricate del Maggio francese. Non era l’invito alla Revolution pacifica promessa dai Beatles e nemmeno lo sfogo tutt’altro che pacifico dei Rolling Stones di Street Fighting Man . Pezzo di storia, sì, ma di una storia che arriva dalla provincia italiana: un 27enne di Modena, in quell’anno decisivo, vince il concorso per fumettisti indetto dal Salone internazionale dei comics di Lucca. Ottiene così la pubblicazione delle proprie strisce su quello che, all’epoca, era un importante quotidiano nazionale. Il 23 novembre 1968 su «Paese Sera» fa così ufficialmente il suo debutto Franco Fortunato Bonvicini e quel suo scanzonato immaginario fatto di trincee, tedesco maccheronico, soldati (o meglio: «soldaten») sgangherati in preda sempre allo stesso invincibile dilemma: dall’altra parte della linea ci saranno amiken o nemiken?

VIDEO INTERVISTA / Sturmtruppen, Bonvi nel racconto della figlia Sofia (di Adriana Fracchia)

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La provincia che fece il ’68
Ebbene sì, maledetto Bonvi: tra le innumerevoli ricorrenze del ’68 c’è pure il mezzo secolo di storia delle Sturmtruppen, senza dubbio l’esercito (a fumetti) più potente del mondo. Strisce leggere eppure terribilmente profonde, concept non esplicitamente politico eppure impregnato degli ideali pacifisti che, sempre in quell’anno di proteste contro la guerra in Vietnam, scuotevano il mondo. E così Bologna, città adottiva di Bonvi, dal 7 dicembre al 7 aprile ospita a Palazzo Fava Sturmtruppen 50 anni, grande mostra allestita dalla figlia Sofia Bonvicini e dallo studioso Claudio Varetto per ripercorrere l’intera parabola del disegnatore emiliano.

GUARDA IL VIDEO / Strumtruppen, una mostra a Bologna ricorda Franco Bonvicini (di Adriana Fracchia)

Uno spazio di 600 metri quadri per raccogliere qualcosa come 250 opere, tutte provenienti dall’Archivio Bonvicini e in gran parte inedite: se il cuore dell’esposizione è dedicato ovviamente al fumetto anti-militarista per eccellenza, non mancano i salti all’indietro nella vastissima produzione dell’autore, da quella seriale, con Cattivik e Nick Carter, a quella autoriale, per arrivare ad alcune opere pittoriche mai esposte e alle tavole vietate ai minori apparse sotto le insegne di «Play Gulp», parodia erotica dell’universo fumettistico di quegli anni. Partendo dalla ricostruzione dello studio, con materiali e strumenti che mostrano il processo creativo di Bonvi, si snoda un percorso non cronologico che evidenzia quanto ancora sia attuale il pensiero di un artista che ha profondamente influenzato la cultura pop italiana del Novecento. «Più che un cartoonist – sottolinea il curatore Varetto - un artista a 360 gradi, capace di appassionare il grande pubblico e gli intellettuali del Gruppo 63 Umberto Eco e Oreste del Buono, tra i primi, qui da noi, a sdoganare il fumetto come forma d’arte a tutto tondo».

L’arte di Bonvi da Sturmtruppen a Cattivik

L’arte di Bonvi da Sturmtruppen a Cattivik

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Quel feeling con Guccini
Il primo intellettuale ad accorgersi del talento di Bonvi fu un concittadino che scriveva canzoni folk: Francesco Guccini. Si conoscevano fin da ragazzini e così, quando il futuro disegnatore si congeda da un servizio militare nel suo caso assolutamente formativo, il futuro cantautore lo presenta a Guido De Maria, altra testa gloriosa dell’Appennino tosco-emiliano che ha appena fondato una casa di produzione di reclame (all’epoca si chiamavano così) destinate a Carosello, la Vimder Film. Insieme partoriscono Salomone pirata pacioccone, mascotte degli sciroppi Fabbri, e Franco si rende davvero conto di avere doti da spendersi, al tavolo da disegno come davanti la macchina da presa. «L’exploit di Sturmtruppen al concorso di Lucca – ricorda Varetto – è il grande salto verso la notorietà: quella striscia, a partire dagli anni Settanta, diventerà presenza quotidiana su “Paese Sera”, varcherà i confini italiani diventando addirittura il primo fumetto occidentale tradotto in Unione Sovietica». Bonvi si dimostra bravissimo a “campionare” i difetti degli esseri umani. E la trincea diventa il teatro ideale per rappresentarli. Che siano graduati o semplici reclute della Wehrmacht, i commilitoni delle Sturmtruppen non hanno quasi mai nome: sono generici Fritz, Otto, Schultz ma potrebbero essere ciascuno di noi, quando le condizioni ci chiamano a fare cose in cui non crediamo o che non ci rappresentano. L’influenza sulla cultura pop di quegli anni è enorme: ci scappano pure due trasposizioni cinematografiche, non del tutto riuscite, a firma di Salvatore Samperi. Bonvi lanciatissimo: insieme con De Maria e Giancarlo Governi lavora a Gulp! e Supergulp!, primo grande contenitore di disegni animati (pardon: «Fumetti in Tv») di mamma Rai, terreno d’azione prediletto per Nick Carter e i suoi immortali tormentoni. «E l’ultimo chiude la porta».

La factory di via Rizzoli
Bonvi intanto si è trasferito a Bologna, ha allestito uno studio in via Rizzoli, stretto un sodalizio con giovani di talento come Silver, al secolo Guido Silvestri da Carpi: gli affida Cattivik, prima che il ragazzo si metta a camminare con le sue gambe dando vita a un certo Lupo Alberto. Vive il ’77 da testimone privilegiato, fa addirittura una diretta telefonica per Radio Alice degli scontri tra polizia e manifestanti visti dalla finestra del suo studio. È artista irriverente, prolifico, generoso: morirà nel dicembre del ’95 a 54 anni d’età, in un tragico incidente stradale. Stava andando ospite alla trasmissione televisiva Roxy Bar per vendere alcune tavole il cui ricavato sarebbe servito alle cure di un altro amico disegnatore, Roberto Raviola in arte Magnus, ammalato di cancro. «Nei miei fumetti c’è un fondo di cattiveria perché l’uomo è fondamentalmente cattivo», amava dire. Certe volte, però, può essere anche fondamentalmente buono.

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