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Il «big short» dei fondi su cereali e soia: poca fiducia nella tregua Usa-Cina

di Sissi Bellomo


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(© Piumatti Sergio)

3' di lettura

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha consegnato all’Orso i mercati della soia e dei cereali. I fondi di investimento, sfiduciati nei confronti di un accordo che appare sempre più elusivo, hanno ammassato un numero record di posizioni ribassiste: un «big short» alimentato anche dalla prospettiva di buoni raccolti, ma che si nutre soprattutto del crescente pessimismo su una pronta ripresa delle importazioni di prodotti agricoli americani da parte di Pechino.

Gli ultimi dati disponibili evidenziano che, tra semi di soia, grano e mais, gli hedge funds al 5 marzo avevano una posizione netta corta di circa 300mila lotti nelle principali borse merci degli Usa: il massimo da 13 mesi e addirittura da tre anni per questo periodo dell’anno, fa notare Ole Hansen di Saxo Bank.

L’esposizione ribassista complessiva è aumentata in una sola settimana del 50% ed è possibile che da allora abbia continuato a crescere. Al Chicago Board of Trade le quotazioni sono infatti scese in questi giorni a livelli che non si vedevano da tempo: il frumento lunedì è andato sotto 430 cents per bushel per la prima volta da gennaio 2018, il mais ha segnato un minimo da 6 mesi (a 353 USc/bu), mentre i semi di soia sono tornati sotto 900 USc, ai minimi dell’anno e in ribasso di circa il 15% rispetto a 12 mesi fa.

Gli scambi sono molto nervosi e volatili, appesi agli sviluppi delle trattative commerciali tra Usa e Cina. A tratti un accordo è sembrato imminente, ma la scadenza del 1° marzo – che segnava la fine della tregua di 90 giorni sui dazi – è ormai passata da tempo senza novità decisive.

Ora l’intesa sembra anzi allontanarsi, in un futuro sempre più vago: il presidente Usa Donald Trump ha affermato in un tweet che «non c’è fretta» e secondo fonti Bloomberg l’incontro cruciale con il suo omologo cinese Xi Jinping avverrà «al più presto ad aprile».

Alla pace commerciale tra Washington e Pechino sono appese soprattutto le sorti della soia: i cinesi un tempo erano i migliori clienti degli Usa, con importazioni per 12 miliardi di dollari all’anno, ma dallo scorso luglio hanno imposto dazi al 25% e gli acquisti si sono quasi azzerati, fatto salvo qualche carico sporadico, ordinato più che altro per dimostrare buona volontà durante i negoziati.

La Cina – anche a causa di un’epidemia di febbre suina, che ha ridotto gli allevamenti –in generale sta consumando meno soia, ma le sue importazioni dagli Stati Uniti nel 2018 si sono addirittura dimezzate, ai minimi da dieci anni (16,6 milioni di tonnellate).

Il segretario Usa all’Agricoltura Sonny Perdue a febbraio aveva affermato che la Cina era pronta ad acquisti extra di soia americana per 10 miliardi di dollari, mentre da indiscrezioni di stampa era emersa una disponibilità a spendere 30 miliardi in più in importazioni agricole dagli Usa, con acquisti che forse avrebbero potuto indirizzarsi anche su mais e grano, di cui oggi Washington è un fornitore residuale per i cinesi.

Ogni aspettativa ora si sta smorzando e il pessimismo è tornato ad aleggiare sui mercati. Un fattore ribasista in più, che si somma alle previsioni di raccolti e scorte abbondanti, negli Usa e non solo.

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