Sfide globali

Su criptovalute e Fintech l’Occidente non può lasciare l’iniziativa alla Cina

di Marco Onado

(REUTERS)

5' di lettura

Il mondo del Fintech sta crescendo a una velocità nettamente superiore alla capacità di risposta, non solo degli intermediari tradizionali, ma soprattutto delle autorità di controllo e questo genera una situazione di incertezza in cui rischiano di pagare gli investitori attratti dalla novità, illusi da aumenti di valore stellari, affascinati da una tecnologia misteriosa. È un mondo estremamente eterogeneo che va dalle criptovalute alle piattaforme decentralizzate che consentono di fare pagamenti via web, dare o ricevere credito, assicurarsi contro i rischi, speculare sui movimenti dei prezzi di tutte le attività possibili, compresi i derivati.

La finanza è immateriale per definizione e negli ultimi decenni aveva già compiuto uno straordinario balzo in avanti: da un pezzo non ci sono più titoli in senso fisico e i luoghi dello scambio di una volta come Wall Street o palazzo Mezzanotte hanno solo un valore simbolico. La rivoluzione del Fintech pone però un problema: i prodotti non sono quasi mai riconducibili alle tradizionali categorie economiche e giuridiche della regolamentazione; spesso i soggetti che li offrono non sono fisicamente collocabili in un luogo, ma esistono solo sul web. Chi controlla, con quali strumenti, in base a quali poteri giurisdizionali?

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Le autorità di tutto il mondo – banche centrali e organi di vigilanza sui mercati – finora hanno scelto la strada di non porre ostacoli all’innovazione e di essere neutrali rispetto alle tecnologie. Nel frattempo, affilano le armi (la moneta di banca centrale che sembra sempre più vicina), seguono il fenomeno, intervengono quando ritengono che i nuovi prodotti ricadano nelle regole della finanza tradizionale o che siano state violate delle norme. Moneta di banca centrale a parte, il loro è un tipico gioco di rimessa.

Ci sono però almeno tre fatti che rendono questo atteggiamento sempre più critico.

1 Il Fintech è ormai una realtà importante: si parla di qualche decina di trilioni di dollari, comprendendo la finanza decentralizzata; ancora una frazione dei tradizionali mercati dei capitali (solo quello americano vale 110 trilioni), ma una cifra che non può più essere ignorata e soprattutto che cresce a grande velocità. In più bisogna tener conto della straordinaria crescita dei fondi comuni di investimento e degli Etf specializzati in Fintech (11,6 miliardi di euro di sottoscrizioni nel primo semestre 2021, con previsioni di aumenti oltre il 20% nei prossimi 12 mesi, secondo l’Esma).

2 Per quanto eterogeneo sia il mondo Fintech, i protagonisti presentano una curiosa patologia: sono sordi dall’orecchio della regolamentazione. Sostengono di non essere riconducibili a nessuna delle categorie della normativa tradizionale e dunque ritengono che le autorità non abbiano poteri per intervenire: negli Stati Uniti una delle polemiche più aspre gira intorno alla questione se i prodotti siano o no valori mobiliari.

3 Nel mondo del Fintech gli investitori sono costretti ad agire a proprio rischio e pericolo in base al principio enunciato fin dal diritto romano che il compratore è il primo a dover fare attenzione (caveat emptor). Una situazione che ci riporta a decenni fa, quando non esistevano legislazioni speciali in materia di finanza, cioè a un clima da «selvaggio West» (la definizione è del neo-presidente della Sec – e autorevole studioso del fenomeno – Gary Gensler in una recente testimonianza al Congresso).

S’impone quindi una svolta: la finanza in generale e la moneta in particolare sono basate su un elemento ancora più immateriale che è la fiducia, che a sua volta rinvia ad alcuni princìpi che fondamentali per il patto sociale su cui si regge uno Stato moderno: la tutela della stabilità della moneta, la protezione dell’investitore, la regolarità degli scambi, la sicurezza dei dati, la prevenzione dell’uso illecito degli strumenti finanziari.

La complessità del Fintech non giova a risolvere questi problemi. Come è stato osservato, i nuovi servizi derivano dallo sforzo comune di scienze complesse come la crittografia, la teoria dei giochi, l’informatica più sofisticata. Ma proprio qui sta il punto: il problema non è di aprire la scatola nera dei nuovi servizi per etichettarli rispetto alla nomenclatura esistente. Bisogna partire dalle finalità di pubblico interesse da far rispettare, alcune delle quali come la tutela del risparmio hanno rilievo costituzionale.

Un altro errore di prospettiva che va evitato è quello di vedere le trasformazioni in atto come la battaglia dei Davide del Fintech contro il Golia degli intermediari finanziari tradizionali. Non è così semplice: proprio in campo tecnologico tutti i grandi monopolisti dell’informazione di oggi, da Apple a Google a Amazon si sono presentati come i paladini della lotta ai vecchi monopolisti, ma alla fine li hanno semplicemente sostituiti.

In fin dei conti, la battaglia in corso riguarda il controllo dell’informazione e il bilanciamento fra la tutela della privacy e la prevenzione dei fenomeni di uso illecito della finanza. Per questo, la moneta di banche centrali offre livelli di garanzia incomparabilmente più alti rispetto a qualsiasi altro prodotto oggi esistente, a cominciare dagli stablecoin che come recenti, tristi episodi dimostrano spesso offrono tutto tranne che la stabilità. Al contrario, le banche centrali hanno acquisito una tale credibilità in materia di tutela del valore della moneta, ma anche di rispetto della privacy e delle norme contro l’uso illecito del denaro, che in linea di principio offrono la migliore combinazione fra innovazione e rispetto dei princìpi fondamentali.

La Cina è il Paese che ha messo Fintech al centro della sua politica, ma in forme anche inquietanti. Basti ricordare lo stop imposto alla grande offerta pubblica (37 miliardi di dollari) da parte di Ant Group che fa capo al gruppo di Jack Ma, il boss della piattaforma Alipay che nel corso di un anno ha 1,3 miliardi di utilizzatori e gestisce pagamenti per oltre 17 trilioni di dollari. Un episodio oscuro, ma motivato secondo autorevoli interpretazioni soprattutto dal sospetto per un soggetto fedele al regime, ma comunque esterno a esso che ormai controlla un flusso di informazioni considerato pericoloso.

Il governo di Xi Jinping sta mettendo a punto i dettagli del progetto cinese di moneta di banca centrale, che dovrebbe essere lanciato in grande stile in occasione dei prossimi Giochi olimpici invernali e che è già in uso da almeno venti milioni di persone (per la Cina, numeri da club elitario). Per l’utente, sembra un’alternativa ad Alipay, ma non è così perché qui non si passa da un conto bancario: il clic sullo smartphone ha lo stesso potere liberatorio della consegna di denaro contante. Un uso generalizzato all’intera popolazione (cosa che dati i costumi cinesi non è difficile immaginare) significherebbe il controllo assoluto da parte della banca centrale, che risponde al governo e al Partito comunista, delle informazioni fondamentali sulle abitudini di acquisto, gli spostamenti, le controparti di ogni cittadino. Neppure George Orwell era riuscito a immaginare una simile concentrazione di informazioni.

Non solo. Un renminbi digitale di grande successo potrebbe insidiare la supremazia del dollaro nel sistema monetario internazionale, con annesso «esorbitante privilegio» di cui gode dai tempi di Bretton Woods, cioè da 80 anni. Ce n’è abbastanza per capire che i Paesi occidentali non possono più aspettare e devono decidersi a scendere nel campo delle monete digitali e della regolamentazione del Fintech.

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