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Sui bilanci dell’Oil & Gas in arrivo una raffica di svalutazioni

Il valore delle riserve di petrolio e gas è crollato. E dopo l’annuncio shock di Bp gli analisti si attendono nuovi writedown: solo per le società dello shale potrebbero superare 300 miliardi di dollari

di Sissi Bellomo

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(Afp)

Il valore delle riserve di petrolio e gas è crollato. E dopo l’annuncio shock di Bp gli analisti si attendono nuovi writedown: solo per le società dello shale potrebbero superare 300 miliardi di dollari


3' di lettura

La maxisvalutazione dei giacimenti di Bp potrebbe essere solo la punta di un iceberg. Molte altre compagnie petrolifere presto potrebbero muoversi nella stessa direzione, con decisioni che per lo shale oil si annunciano particolarmente drastiche: i writedown nel settore rischiano di superare 300 miliardi di dollari, stima Deloitte, una cifra che è circa la metà del valore netto dei beni e delle proprietà dei frackers. L’esito inevitabile per molte società sarà il fallimento.

Negli Usa si contano già 18 ricorsi al Chapter 11 quest’anno, con un’accelerazione negli ultimi giorni. E da un momento all’altro alla lista si agiungerà un nome eccellente, quello di Chesapeake Energy, uno dei pionieri dello shale: la società ha avvertito che presto potrebbe non essere più in grado di proseguire le attività e la settimana scorsa ha mancato il pagamento delle cedole di alcune obbligazioni.

Bp ha giustificato le svalutazioni, che saranno comprese tra 13 e 17,5 miliardi nel secondo trimestre, con la necessità di adeguare le operazioni al suo nuovo scenario di previsione, secondo cui la pandemia da coronavirus farà accelerare la transizione energetica, al punto che forse la domanda petrolifera non tornerà mai più ai livelli del 2019, intorno a 100 milioni di barili al giorno.

La possibilità di un tramonto anticipato dei combustibili fossili – che induce a “lasciarli nel terreno”, come dicono gli ambientalisti – spiega tuttavia solo in parte le scelte della compagnia londinese. E senza dubbio la motivazione non regge per i fracker americani.

Il cuore del problema è la perdita di valore delle riserve: i giacimenti valgono meno perché i prezzi degli idrocarburi sono crollati e nel breve termine ci sono scarse possibilità di un ulteriore forte recupero.

Il petrolio – di cui la pandemia ha fatto accumulare enormi scorte – è tuttora in ribasso di quasi il 40% da inizio anno, anche se intorno a 40 dollari al barile il Brent è più che raddoppiato dai minimi di aprile. Sul gas, il cui prezzo è sceso di recente ai minimi storici in tutto il mondo, incombe la prospettiva di un surplus di Gnl che potrebbe protrarsi per anni.

Una svolta verde anticipata peggiorerebbe ulteriormente lo scenario per gli idrocarburi. Ma rifare i conti è comunque necessario: non tutti gli investimenti pianificati dalle compagnie sono ancora remunerativi e svalutare è un passo obbligato soprattutto per chi aveva peccato di eccessivo ottimismo.

Anche Bp è tra questi, perché fino a ieri prevedeva che il petrolio avrebbe avuto un prezzo medio di 70 dollari al barile fino al 2050. Scendendo a 55 dollari si è allineata a ll'outlook di altre Major, come Total e Shell.

La perdita di valore degli idrocarburi racchiusi nei giacimenti è di per sè un problema per qualsiasi compagnia, anche per quelle che sono state più prudenti nel valutare i futuri investimenti (oppure hanno già effettuato pesanti writedown, come Chevron, che a dicembre aveva svalutato asset per 11 miliardi).

La Sec prevede che si possano iscrivere a bilancio come «riserve» solo i volumi di petrolio e di gas che è possibile estrarre con le attuali tecnologie e ai prezzi attuali. Non si tratta dunque di un patrimonio immutabile. E quest’anno è inevitabilmente destinato a restringersi.

Secondo Rystad Energy a livello globale nel 2020 le risorse recuperabili scenderanno del 13% a 1.903 miliardi di barili. La maggior parte delle risorse “perdute” – 260 miliardi di barili – è in Paesi esterni all’Opec.

Le società dello shale sono colpite doppiamente, perché utilizzano il petrolio e il gas ancora da estrarre come collaterale a garanzia di prestiti dalle banche: un canale di finanziamento ormai irrinunciabile, poiché per molti il mercato dei capitali si è chiuso completamente.

Secondo Moody’S e JpMorgan Chase l’erogazione di questo tipo di crediti si è ridotta del 30% per il settore dopo l’ultima tornata di revisione, avvenuta in primavera.

Le banche, che negli Usa ridiscutono ogni sei mesi le linee di credito ai frackers, si erano sempre dimostrate comprensive in passato. Ma stavolta le trattative si sono rivelate spinose, al punto che in qualche caso non si sono ancora concluse, scrive il Wall Street Journal. Molti istituti starebbero anzi cercando di eliminare del tutto l’esposizione al settore.

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