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Sui grandi temi la strada del prossimo governo è già tracciata

Pnrr, riforme, bilancio, energia, diritti individuali e politica estera: tutti dossier con margini di manovra minimi

di Ignazio Angeloni

(Imagoeconomica)

4' di lettura

Ci sono elezioni in cui si decide “cosa bisogna fare”. Decidere, per esempio, la gestione dell’economia, la collocazione internazionale, le politiche sociali e distributive, o come uscire da una crisi. Così fu per esempio la votazione francese del 1981, in cui l’elettorato affidò a François Mitterrand, che si opponeva al tecnocrate Valéry Giscard d’Estaing, il compito di cercare una via francese per combattere la stagflazione economica. Mitterrand vinse il voto ma poi fallì, ritornando al “franco forte” dei tecnocrati: ma questo è un altro punto. Anche il voto americano del 2008, che premiò Barack Obama contro il repubblicano John McCain, aveva questa natura: si trattava di decidere come uscire dalla più grave delle crisi finanziaria del dopoguerra, salvando o meno le banche con soldi pubblici. Anche l’elezione italiana del 1996 fu in fondo di questo tipo: l’ascesa di Prodi spianò la strada all’adozione dell’euro nel 1999.

La tornata elettorale appena svoltasi è diversa. Il tema non era tanto “cosa fare”, quanto “chi doveva fare”. La strada che l’Italia ha davanti sui grandi temi – strategia economica, ammodernamento del Paese, collocazione internazionale – è già nella sostanza tracciata. Nessun governo possibile prima delle elezioni, tantomeno quello di centro-destra a guida Meloni che si profila ora, potrà, né ritengo vorrà, discostarsi in sostanza da questo tracciato, al netto magari di qualche scossone iniziale. La strada si articola in 6 punti.

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1. Attuazione del Pnrr. La discussione degli ultimi giorni sulla “rinegoziazione” del Piano è fatua. Non perché qualche aggiustamento non sia possibile; la Commissione europea non si opporrà a modifiche specifiche e ben motivate. Ma perché il mutamento di scenario che si è verificato, passando dalla pandemia alla guerra con crisi energetica, tocca solo marginalmente l’impostazione di fondo del Pnrr. Le sue linee strategiche restano valide o sono addirittura rafforzate: transizione digitale e verde, infrastrutture e mobilità efficiente e sostenibile, territorio e servizi pubblici, istruzione e ricerca, coesione e salute. Questi erano i nodi del Paese, e queste rimangono le aree in cui bisogna promuovere investimenti e riforme.

2. Riforme strutturali. In primis quella della giustizia, già avviata con la recente approvazione dei decreti attuativi e che va messa in opera verificandone il funzionamento prima di eventuali aggiustamenti. Non secondaria, quella fiscale e del bilancio dello Stato, che comprende anche revisione delle aliquote, possibilmente anche con elementi di flat tax nel rispetto del vincolo di bilancio. Al tema della riforma fiscale si è negli ultimi tempi associato, purtroppo, quello della riforma del catasto. Una questione separata, ma altrettanto inderogabile. Si può discutere su chi debba pagare le tasse sulla casa, e quanto debbano essere. È indubbio che un Paese moderno debba avere un catasto nazionale trasparente e aggiornato.

3. Equilibrio di bilancio. È fin troppo chiaro a chi ha qualche dimestichezza con i mercati finanziari che nessun governo futuro potrà deviare dalla linea di quello attuale, che prevede una progressiva discesa del debito pubblico in rapporto al prodotto nazionale dal picco raggiunto nella pandemia, con una traiettoria continua e senza “scostamenti”. L’unica deviazione, semmai, è nella direzione di rafforzare quella discesa, usando tutti i “tesoretti” fiscali che dovessero materializzarsi lungo la strada. Il nuovo esecutivo eviterà problemi al Paese e a se stesso se darà fin da subito segnali chiari in questo senso.

4. Collocazione internazionale. A dispetto del “rumore” della campagna elettorale su questo tema, anche qui la linea è tracciata. Sia che il governo prosegua nell’alveo dell’ultimo anno insieme agli altri pincipali Paesi dell’Unione europea, sia che voglia, come a volte segnalato, entrare in maggiore sintonia con alcuni Paesi dell’Est europeo (per esempio la Polonia, uno dei primi a congratularsi con Meloni), il sostegno all’Ucraina che resiste è senza alternative. Le componenti tendenzialmente più filo-russe all’interno della coalizione vincente escono indebolite dal voto. Prova che l’elettorato ha capito che stando vicino alla Russia di Vladimir Putin l’Italia non va da nessuna parte: fa solo male a se stessa.

5. Politica energetica. Mantenendo ferma la strategia di fondo in tre punti (risparmio energetico, diversificazione delle fonti, transizione verde, non necessariamente nell’ordine) il governo dovrà decidere quanto e quanto a lungo deviare da essa, utilizzando fonti energetiche meno eco-compatibili, per attutire temporaneamente la crisi in atto. E come utilizzare il bilancio pubblico per proteggere le fasce più deboli, consentendo al tempo stesso l’aumento dei prezzi che è complemento necessario del risparmio. Anche su questo, il dialogo con la Commissione europea è possibile e necessario.

6. Diritti individuali e sociali. Infine, ma non per importanza, il tema più delicato, che è anche apparso in certi momenti il tallone d’Achille di chi ha vinto le elezioni. Non può sfuggire a nessuno, soprattutto a chi si appresta a governare, che l’Italia negli ultimi decenni è cambiata: nei comportamenti individuali, nelle abitudini in ambito famigliare e sociale, nella maturità necessaria per accettare una maggiore diversità negli stili di vita e nei rapporti personali. Mentre cambiava la composizione dei cittadini a causa dell’immigrazione, mutava un po’ anche la cultura del Paese. L’impressione è che gli italiani siano maturi per queste trasformazioni, forti anche della loro prevalente e tradizionale umanità e tolleranza. Questi cambiamenti vanno accompagnati, senza forzature ma anche senza anacronistici arretramenti.

Temuto in Italia da molti, guardato con sospetto da una parte della comunità internazionale, il governo che va profilandosi ha in realtà una grande opportunità davanti a sé. Quella di creare nel Paese, per la prima volta dall’avvento del bipolarismo, un Centro-destra di governo maturo, moderno e responsabile. La stessa sfida che già si pose dopo la caduta della Prima Repubblica e che fu mancata. Non è detto che la componente egemone della coalizione vincente, il partito dei Fratelli d’Italia, riuscirà nell’intento, perché dipenderà anche dagli alleati. Non è detto neanche che lo voglia. Se vuole tentare nell’impresa, però, la riuscita dipenderà molto dalla decisione, dalla rapidità e dal pizzico di spregiudicatezza di cui sarà capace fin dall’inizio. Sparigliando i giochi, liberandosi da certi gravami della campagna elettorale per indicare subito a tutti, dentro all’Italia e fuori di essa, la direzione di marcia lungo quelle linee che, in realtà, non hanno alternative. In questo momento Giorgia Meloni ha la forza politica per farlo; può vincere quella sfida cambiando per sempre, in meglio, la geografia politica del Paese.

Part-time Professor, Robert Schuman Center, European University Institute
Senior Policy Fellow, SAFE, Goethe University Frankfurt

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