borse in tensione

Il timore dei mercati: l’impotenza delle banche centrali di fronte al rallentamento economico

Un sondaggio di Bank of America tra 235 gestori mette al secondo posto tra i rischi globali l’inefficacia di Fed e Bce nella lotta al rallentamento economico

di Morya Longo


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4' di lettura

La speranza che la Federal Reserve possa tagliare ancora i tassi d’interesse, di fronte alla sfilata di dati economici negativi, ha mantenuto ieri a galla Wall Street dopo l’iniziale scivolone. E ha permesso alle Borse europee di chiudere pressoché invariate. Ma si è trattato di un rimbalzo minimo. Perché sui mercati, da qualche mese, si sta facendo largo un timore inconfessabile ma sempre più diffuso: che le banche centrali abbiano ormai armi spuntate per far fronte a una nuova recessione o anche a un nuovo rallentamento economico. Soprattutto in Europa, dove i tassi sono già negativi: dopo anni in cui ai mercati è stato somministrato lo stesso antibiotico (tassi bassi e liquidità abbondante), emerge la crescente sensazione che l’economia sia ormai resistente a questa medicina. Per questo i mercati stanno prendendo così male i venti di recessione che soffiano in mezzo mondo: perché temono che quel paracadute che per un decennio li ha protetti sia oggi meno efficace. Cioè le banche centrali.

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La seduta di ieri in realtà sembrerebbe smentire questo timore. Perché appena è stato pubblicato negli Usa l’indice Ism non manifatturiero (sceso ben oltre le attese a quota 52,6) i listini sono tutti caduti verso il basso. Il dato conferma infatti che gli Stati Uniti rallentano più del previsto. Poi, però, proprio la speranza che questo dato possa convincere la Federal Reserve a tagliare nuovamente i tassi, ha fatto riprendere gli indici. Oggi il rimbalzo potrebbe anche continuare. Però, a guardare da vicino la giornata, si capisce che si tratta di un rimbalzo poco convinto. Dopo due giorni di crolli, infatti, i listini europei hanno chiuso misti: alcuni lievemente positivi come Parigi (+0,3%) e Milano (+0,06%) altri in ribasso come Madrid (-0,11%) e Londra (-0,63%). Wall Street si è ripresa un po’ di più, ma è rimasta intorno allo zero per quasi tuto il pomeriggio. Nulla di rilevante insomma. E il motivo lo spiega bene Luigi Nardella, direttore di Ceresio Investors: «Le banche centrali sono al capolinea. Negli Stati Uniti meno, ma in Europa non riesco a immaginare cos’altro possa fare la Bce. Il mercato teme che se si entra in recessione non ci siano più molte munizioni». E Nardella non è l’unico a pensarla così: l’ultimo sondaggio di Bank of America, realizzato a settembre tra 235 gestori di fondi globali, mette «l’impotenza delle banche centrali» come secondo fattore di rischio per i mercati globali dopo la guerra commerciale.

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Questo è il punto. Il nodo centrale. L’elemento nuovo del 2019. Che spiega come mai un tempo ai dati economici negativi le Borse rispondevano con rialzi, sperando in interventi delle banche centrali, mentre ora non lo fanno quasi più. Prendiamo per esempio le aspettative di inflazione in Europa: il giorno prima dell’annuncio del maxi-pacchetto di stimoli della Bce (tassi ancora più negativi e quantitative easing) i mercati si aspettavano un’inflazione media annua in Europa per i prossimi 10 anni pari a 1,22%. Dopo l’annuncio di Draghi (che ha proprio l’obiettivo di far salire l’inflazione) la previsione decennale è salita a 1,30%. Ma si è trattato di fuoco di paglia: ora la previsione è scesa al minimo storico dell’1,12%. Minimo storico: mai il mercato aveva previsto inflazione così bassa così a lungo. E un dato così alla vigilia dell’avvio del quantitative easing sembra avere un solo significato: il mercato non crede più davvero nel bazooka di Draghi. Ieri anche il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco è entrato sul tema, ricordando come ci sia un rischio deflattivo in Europa: la situazione economica - ha detto - «è peggiore di quanto si immagini».

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Il mercato unisce dunque i puntini. Le 5 maggiori banche centrali dal 2009 al 2019 hanno aumentato i loro bilanci di circa 11mila miliardi di dollari. Cifra che equivale alla liquidità iniettata sui mercati. Questa manovra ha avuto molti effetti benefici, ha evitato al mondo una crisi e ha regalato (soprattutto agli Stati Uniti) il ciclo economico espansivo più lungo della storia. Nessuno lo nega. Ma l’inflazione non si è mai davvero ripresa. E ora torna a scendere. Soprattutto in Europa. Se si confrontano le previsioni sull’inflazione fatte ogni trimestre dalla Bce e l’andamento effettivo del caro-vita in Europa negli ultimi anni (grafico a fianco) si vede un gap enorme. Matt King, credit products strategist di Citigroup, nota come al ribasso dei tassi in Europa abbia fatto seguito dal 2018 un aumento del risparmio delle famiglie: se negli anni passati il calo dei tassi si traduceva in consumi, ora va ad alimentare i risparmi. «I tassi bassi - scrive King - sembrano rendere la gente nervosa». Ma i mercati sono ancora più nervosi. Forse provano a spingere la Fed a fare di più. O forse temono che non ci sia molto da fare con le politiche monetarie.

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