Eutanasia

Suicidio assistito, primo sì del Comitato etico in Italia

Il pool di specialisti verifica le condizioni, poste dalla Consulta per porre fine alla vita, nel caso di un paziente di 43 anni, immobilizzato da 10. L’ultima parola spetta ora al Tribunale di Ancona

di Patrizia Maciocchi

Suicidio assistito, Mario: "Nessuno puo' condannarmi a una vita di torture"

8' di lettura

Mentre l’approvazione del disegno di legge che dovrebbe regolare il suicidio assistito viene allontanata con un rinvio dopo l’altro, in Italia arriva il primo sì del Comitato etico per l’accesso legale al suicidio assistito. Anche se l’ultima parola spetterà al Tribuale di Ancona, che ha chiesto, attraverso l’Azienda sanitaria regionale, il parere del Comitato. La condizione di Mario, nome di fantasia, rispetta le condizioni fissate dalla Corte costituzionale (sentenza 242/2019), per accedere alla morte “medicalmente assistita”: il paziente, 43 anni, marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni, in seguito ad un incidente stradale, ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per mettere fine alle sofferenze. Un primo passo, per muoversi nel rispetto di quanto stabilito dalla Consulta, per la non punibilità, in caso di suicidio assistito.

Il parere del comitato tecnico

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Il percorso ad ostacoli verso il parere del Comitato

Per Mario una via non agevole. Dopo il no dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona, due diffide legali all’Asur Marche, è arrivato il parere del Comitato etico che, a seguito di verifica delle sue condizioni tramite una gruppo di medici specialisti nominati dall’Azienda sanitaria, ha confermato che Mario possiede i requisiti per accedere al suicidio assistito.Un responso, accolto con sollievo dal diretto interessato, che si muove nel rispetto della linea tracciata dal giudice delle leggi, come sottolinea Filomena Gallo, co difensore di Mario, che è anche segretario dell’Associazione Luca Coscioni: «Il comitato etico ha esaminato la relazione dei medici che nelle scorse settimane hanno attestato la presenza delle quattro condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale nella sentenza Capato-Dj Fabo, ovvero Mario è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; e che non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda».

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L'iter da percorrere

Filomena Gallo non manca di sottolineare il peso del tempo e degli ostacoli che Mario ha dovuto superare prima di ottenere il riconoscimento che chiedeva. Ma ora ci sono altri passi da fare. « Su indicazione di Mario – spiega Gallo - procederemo alla risposta all’Asur Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della scelta di Mario, affinché la sentenza Costituzionale e la decisione del Tribunale di Ancona siano rispettate. Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo per Mario, in base alle sue condizioni. La sentenza della Corte costituzionale pone in capo alla struttura pubblica del servizio sanitario nazionale il solo compito di verifica di tali modalità previo parere del comitato etico territorialmente competente».

Il parere del Comitato etico

Il verdetto che Mario aspettava poggia sulle risposte ai quesiti date dal Comitato etico regionale. L’equipe interdisciplinare ha ricordato il no opposto dal paziente all’integrazione della terapia con antidolorifici o ulteriori aiuti domiciliari e la sua capacità di autodeterminarsi «seppure nelle condizioni esistenziali di grave malattia e di sofferenza». In merito alla patologia cronica irreversibile questa è accertata in base ai dati clinici.

La sofferenza insopportabile

Il Comitato sottolinea la difficoltà di dare una risposta oggettiva su un argomento soggettivo come la sofferenza ritenuta insopportabile. «Mentre il dolore fisico - si legge nel parere - può trovare riscontri oggettivi nella sua quantificazione, più difficile rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica». Una situazione nella quale è di aiuto «la narrazione del paziente della sua condizione esistenziale e la coerenza tra la manifestazione di una sofferenza sia fisica, sia psicologica che soggettivamente può considerare intollerabile». Ed è, per il comitato Etico, il caso di Mario.

I sostegni vitali

Ancora un punto da esaminare, come chiesto dalla Consulta, riguarda la presenza di trattamenti di sostegni vitali per restare in vita. Un argomento che, chiarisce il Comitato, comporta un rischio di discriminazione tra chi viene mantenuto in vita artificialmente e chi, pur affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze ritenute insopportabili, non lo è, pur ricevendo una forma di assistenza continuativa. Fatti gli esempi di trattamenti di sostegno vitale come la presenza di macchinari, la ventilazione assistita o l’idratazione e l’alimentazione artificiale, il Comitato informa che, nel caso specifico sono utilizzati dispositivi e messe in atto manovre che, se interrotte, potrebbero portare a complicazioni tali da provocare la morte. Questo « se non fossero messi in atto interventi invasivi dopo ulteriori sofferenze e con una modalità non dignitosa di porre fine alla propria esistenza». Nessuna risposta arriva invece sulla modalità e la metodica del farmaco proposto da somministrare. Una scelta che il Comitato non ha elementi sufficienti per condividere, mentre considera fuori dalle sue competenze indicare alternative.

Il vuoto legislativo

Ancora una volta, come sottolinea Marco Cappato, viene anticipato il legislatore. «Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, nessun malato ha finora potuto beneficiarne, in quanto il Servizio Sanitario Nazionale si nasconde dietro l’assenza di una legge che definisca le procedure – si rammarica Cappato - Mario sta comunque andando avanti grazie ai tribunali, rendendo così evidente lo scaricabarile in atto. Dopo aver smosso l’Azienda Sanitaria locale che si rifiutava di avviare l’iter, ora è stata la volta del Comitato Etico. Manca ora la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico».Cappato attira l’attenzione sulla paralisi del Parlamento, a tre anni dalla sollecitazione della Consulta, per una legge che definisca le procedure per applicare la sentenza dei giudici delle leggi.

Il referendum promosso dai Radicali

Per uscire dall’impasse, l’Associazione radicale Adelaide Aglietta ha creato un Coordinamento per portare avanti la battaglia per il referendum sull’eutanasia legale. Un’iniziativa per tornare sul tema anche con Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, recentemente assolto dall’accusa di istigazione al suicidio. «Nel procedimento contro di lui - dice Silvio Viale, consigliere comunale membro dell’associazione Luca Coscioni - di fatto è stata processata l’attività di Exit dalla sua nascita, quindi siamo soddisfatti per l’assoluzione. In questi 20 anni il clima è cambiato, oggi c’è una legge che consente il testamento biologico e Torino è stata la prima città ad avere un registro. Rimane la questione dell’eutanasia volontaria e il nostro timore è che il referendum venga bloccato e vogliamo rilanciarlo con un coordinamento a difesa del referendum in cui coinvolgeremo tutte le forze politiche e i cittadini».

La sentenza pilota Cappato

Dopo la Consulta una sentenza “pilota” era arrivata proprio con il caso Cappato. Per Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio del Dj Fabo “il fatto non sussiste” avevano affermato i giudici. Per lui, ad avviso della Corte d'Assiste di Milano, ricorrevano i quattro presupposti fissati dalla Consulta per la non punibilità. La decisione era arrivata in chiusura di un processo che, per l'esponente dei radicali si era aperto l'8 novembre del 2017 per aver aiutato Fabiano Antoniani a raggiungere la Svizzera per ricorrere al suicidio assistito, un reato punibile con il carcere dai 5 ai 12 anni. A febbraio 2018 era caduta l'accusa di istigazione al suicidio.Per l'aiuto, invece, la Corte d'assise aveva chiamato in causa la Consulta sollevando dubbi di costituzionalità sull'articolo 580 del Codice penale. Un giudizio che la Corte costituzionale aveva sospeso, invitando il legislatore a intervenire con una norma in linea con le tutele della Carta.

Quando la fragilità umana prevale sulla sacralità della vita

Scaduto inutilmente il tempo i giudici delle leggi, hanno tracciato la via della non punibilità: l’incriminazione non è conforme alla Costituzione quando l'aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La Consulta aveva chiarito che le condizioni valgono solo per i fatti successivi al verdetto, e non per quelli anteriori come la vicenda Dj-Fabo Cappato. Casi in cui è necessario verificare che l'aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche diverse da quelle indicate, ma tali da dare garanzie sostanzialmente equivalenti, in particolare rispetto alla verifica delle condizioni del paziente e dei modi di manifestazione della volontà. E la Corte d'assise di Milano ha ritenuto rispettato il perimetro disegnato dalla Consulta. La Pm Tiziana Siciliano, nella sua requisitoria, nel chiedere l'assoluzione perché il fatto non sussiste, aveva affermato che la sentenza della Corte costituzionale al «principio di sacralità della vita sostituisce la tutela della fragilità umana». Una tutela che il parlamento era invitato a garantire

La sentenza della Consulta

Eppure la Corte costituzionale era stata chiara. Il giudice delle leggi, aveva affermato che Il divieto assoluto di aiuto al suicidio limita in modo ingiustificato e irragionevole la libertà del malato di autodeterminarsi nella scelta delleterapie, comprese quelle finalizzate a eliminare le sofferenze, imponendo di fatto un solo modo per congedarsi dalla vita. Nell'inerzia del Parlamento la Consulta era intervenuta a difesa dei diritti fondamentali, con una sentenza che e individuava le situazioni che rendono in contrasto con la Carta l'indiscriminata repressione penale dell'aiuto al suicidio, punita dal Codice penale.La Consulta ha sgombrato il campo dal dubbio che sia un crimine agevolare il proposito suicida di una persona pienamente capace di decidere in modo libero e consapevole, ma tenuta in vita da trattamenti di sostegno e affetta da una malattia irreversibile fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che trova intollerabili.

Il rischio di abusi

E per evitare che la dichiarazione di incostituzionalità creasse un vuoto di tutela per i valori protetti, con il rischio di abusi per la vita di persone vulnerabili, i giudici delle leggi avevano ricavato dal sistema vigente i criteri di riempimento, in attesa di un intervento del legislatore che non è ancora arrivato.La norma di riferimento è quella sulle disposizioni anticipate di trattamento che, nelle condizioni fissate dalla Consulta, prevede che il paziente possa decidere di lasciarsi morire, chiedendo l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e di essere sottoposto a sedazione profonda continua, entrando in uno stato di incoscienza fino alla morte. Una scelta che il medico deve rispettare, senza che gli sia consentito mettere a disposizione del paziente un trattamento che ne determini la morte. Il risultato è un processo più lento e carico di sofferenze che ha comunque la morte come epilogo.

Le Dat

La Consulta aveva chiarito che la violazione non può tuttavia essere rimossa solo escludendo la punibilità dell’aiuto al suicidio. Una disciplina legale potrebbe essere introdotta, anziché attraverso una modifica dell’articolo, nel quadro della legge sulle Dat che prevedono una “procedura medicalizzata” in linea con le esigenze evidenziate. La Consulta aveva invitato ad adottare opportune cautele perché l’opzione di somministrare farmaci in grado di provocare la morte in breve tempo, non comporti il rischio di una prematura rinuncia, da parte delle strutture sanitarie, a offrire al paziente concrete possibilità di accedere a cure palliative diverse dalla sedazione profonda continua se idonee a eliminare le sofferenze. «Il coinvolgimento in un percorso di cure palliative - hanno scritto i giudici - deve costituire, infatti, un pre-requisito della scelta, in seguito,di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente».

L'obiezione di coscienza e il comitato etico

Verificare le condizioni per l'aiuto al suicidio spetta a una struttura pubblica del servizio nazionale. Ma la delicatezza dei valori in gioco impone l’intervento di un organo collegiale terzo, individuato nei comitati etici territoriali.Quanto ai medici e all'obiezione di coscienza, la Corte aveva sottolineato che la dichiarazione di illegittimità costituzionale, si limita a escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio nei casi indicati, senza creare alcun obbligo per tale aiuto.

Un Disegno di legge

Intanto la discussione sul disegno di legge va avanti, anzi non va avanti, a colpi di rinvii, perché il governo non manda i pareri sugli emendamenti. L'ennesimo slittamento fissa una nuova data al 25 novembre, per un testo il cui approdo in aula è tutt'altro che vicino e garantito. Questo malgrado il via libera della Consulta e l'ovvio diritto di rifiutare un trattamento sanitario, come garantito dalla Carta e dalle leggi, ad iniziare dalla norma sulle Dat, che al comma 5 dell'articolo 1 ricorda che «ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte […] qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso». Inevitabile pensare ad un destino analogo a quello del Ddl Zan, viste le divisioni dei partiti su un tema tanto delicato dal punto di vista etico, ma rispetto al quale, dovrebbe valere la via indicata dalla Consulta

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