OGGI L’ASSEMBLEA PD

Sul congresso Pd Renzi non tratta. Bersaniani verso la scissione

di Emilia Patta

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3' di lettura

Matteo Renzi “vede”, come si dice nel linguaggio dei giocatori di poker. Già, perché il segretario del Pd è convinto che quello della minoranza che minaccia la scissione sia un bluff. E allora va a vedere le carte. Oggi, nell’assemblea del partito convocata per dare seguito al voto della direzione di lunedì scorso aprendo la fase congressuale, non farà passi indietro usando anche toni molto duri nei confronti della minoranza: il congresso si farà subito, con le primarie in primavera e dunque prima delle amministrative di giugno. Quanto al governo guidato da Paolo Gentiloni, Renzi ripeterà le stesse identiche parole pronunciate nel discorso in direzione: pieno sostegno, e sulla data delle prossime elezioni non decide il segretario del Pd ma i livelli istituzionali, a cominciare dal presidente della Repubblica. Stop.

L’ipotesi, pure circolata nelle ultime ore, di andare incontro alle richieste della minoranza spostando il congresso a ottobre - soluzione caldeggiata fino all’ultimo da Dario Franceschini - è via via sfumata anche di fronte alle parole pronunciate nella kermesse di ieri al teatro Vittoria di Roma dai tre “sfidanti” di Renzi, i governatori della Puglia e della Toscana Michele Emiliano ed Enrico Rossi e il giovane bersaniano Roberto Speranza: congresso alla data di scadenza naturale ossia a dicembre e sostegno al governo Gentiloni fino alla fine della legislatura le condizioni; per il resto una critica talmente radicale alla leadership di Renzi da chiederne di fatto il passo indietro senza neanche fare il congresso. Come fece Walter Veltroni nel 2008 e come - ha scandito Emiliano tra gli applausi della platea del Vittoria – fece Pier Luigi Bersani nel 2013 «consentendo a Renzi di fare il segretario del Pd e poi il premier». E quando Speranza annuncia di aver sentito Renzi al telefono, dalla platea sale un brusio di disapprovazione. Poi, a microfoni spenti, il giovane bersaniano precisa che non sta certo a lui chiedere a Renzi di non ricandidarsi alla leadership-premiership del Pd. «Io credo che il Pd con Renzi alla guida sia più debole, ma questa è una mia valutazione politica – spiega -. Io lavoro per un cambio di linea del partito e questo può avvenire solo con tempi più lunghi. Non serve a niente un congresso-lampo che assomiglierebbe troppo a un plebiscito». Insomma, la minoranza ha bisogno di tempo per riorganizzarsi attorno a una piattaforma alternativa. E anche, aggiungono i renziani, per tentare nel frattempo il logoramento di un Renzi privato di una rilegittimazione immediata.

Ma è proprio sulla richiesta, di fatto, della “testa” di Renzi che si ricompatta tutta la maggioranza del Pd

Ma è proprio sulla richiesta, di fatto, della “testa” di Renzi che si ricompatta tutta la maggioranza del Pd: «Ricatto irricevibile». Ed è il presidente del partito Matteo Orfini a riportare infine la questione su binari più politici: «Ragioniamo su cos’è il Pd: un partito di iscritti ed elettori, come recita lo statuto. Un partito in cui le scelte decisive si fanno attraverso la partecipazione di milioni di persone. Se davvero Renzi è il vero problema di questo partito, non possiamo deciderlo io, Bersani e D’Alema. Spetta alla nostra comunità valutarlo. È per questo che serve un congresso. È proprio la rilevanza politica delle critiche della minoranza a renderlo indispensabile». Insomma Renzi, con il supporto della sua maggioranza, va a quella conta che dieci anni fa Veltroni evitò proprio per non spaccare il partito. E a sentire Speranza, che in serata commenta «se le cose stanno così le nostre scelte saranno conseguenti», il conto della storia infine è arrivato. Si va verso la scissione di due fondatori del Pd come D’Alema e Bersani. Con il nome del possibile nuovo partito che campeggia già dietro il palco del Vittoria: “Democratici socialisti”.

E qui si inserisce il “vedo” di Renzi: il segretario è convinto che Emiiano e Rossi non seguiranno Bersani e D’Alema, che alla fine resteranno. Il bluff, insomma. E se il “tridente” dovesse dividersi per Renzi sarebbe un capolavoro politico: avrebbe comunque un competitor a sinistra e lascerebbe il cerino in mano della responsabilità della scissione a coloro che hanno brindato all’indomani della sconfitta referendaria (la politica è fatta anche di rapporti personali, e certe immagini non si dimenticano, da una parte e dell’altra). Come che sia, lo scenario scissione non potrà che avere riflessi sul governo, con la formazione di gruppi parlamentari autonomi (quaranta deputati e una ventina di senatori). Lo dicono chiaramente anche alcuni ministri come Andrea Orlando e Maurizio Martina. Con la conseguenza paradossale che lo scenario delle elezioni anticipate a giugno, che proprio gli scissionisti vorrebbero evitare, ridiventerebbe reale. Quanto a Gentiloni, oggi sarà presente all’assemblea del suo partito ma non prenderà la parola. Eppure uno dei suoi collaboratori a Palazzo Chigi si lascia scappare una battuta: «La scissione nel nome di Gentiloni? Fa ridere».

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