LE NUOVE SFIDE DELLA CERAMICA

Sul made in Italy pesa il rischio sovracapacità

La produzione di grandi formati è stata più rapida della domanda: il mercato c’è, ma deve irrobustirsi - In Italia vendite ferme (+0,1%)

di Ilaria Vesentini


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Scenario Marazzi

3' di lettura

Lo scenario globale di investimenti in edilizia al palo e consumi di piastrelle in rallentamento non è certo il viatico ideale per lo sviluppo dell’industria ceramica italiana, che per quasi l’85% dipende dai mercati esteri. E i timidi segni positivi che fanno capolino in Italia nei primi sei mesi dell’anno per le vendite di piastrelle (+0,1% in valore e +1,9% in volumi) non bastano a compensare il calo dello 0,4% nell’export.

«Già nel 2018 fattori interni e internazionali fecero emergere segnali di preoccupazione, con un inatteso arresto di fatturato e attività produttiva dopo tre anni positivi. Un clima di incertezza si sta diffondendo in questi mesi tra imprenditori e osservatori», afferma Giuseppe Schirone, economista e manager di Prometeia. Il distretto di Sassuolo ha investito su una enorme capacità produttiva di grandi lastre, ma la competitività del made in Italy su scala globale sta rallentando. «La ceramica italiana deve fare i conti non solo con gli agguerriti competitor spagnoli e turchi, ma anche con la concorrenza crescente del Luxury vinyl tile, che sui nostri principali mercati di riferimento, Stati Uniti in testa, sta conquistando in modo più veloce rispetto al porcellanato le quote liberate da materiali come legno e pietre naturali», prosegue Schirone, che rivede leggermente al ribasso l’outlook dei prossimi mesi, con un’altissima varianza di dinamiche in Italia a seconda delle microzone geografiche e con una certezza: «L’offerta di grandi lastre è in anticipo rispetto alla domanda – dice –: bisogna creare il mercato, che c’è, ma richiede investimenti commerciali ad hoc».

«Siamo alle prese con una sovracapacità produttiva a livello mondiale e con tecnologie digitali che rendono facile per tutti fare ceramiche di gamma media – commenta Mauro Vandini, ad di Marazzi Group, dal 2012 controllato dal più grande produttore globale di flooring, il gruppo americano Mohawk Industries –. Abbiamo davanti un periodo congiunturale sfavorevole, perché questa extra capacità produttiva sta già creando tensioni sui volumi e sui prezzi. Chi, come noi, ha un portafoglio prodotti molto vario e stabilimenti in diversi mercati riesce a compensare, ma tutti stiamo soffrendo, sacrificando le marginalità per salvaguardare quote di mercato e asset».

La fiera del settore, il Cersaie, è specchio di questa situazione: la qualità e la varietà dell’offerta migliorano a ogni edizione, ma i prezzi vanno diminuendo. Per contrastare l’effetto “commoditizzazione” della ceramica, «dobbiamo continuare a investire sia sul design e sull’etica del prodotto, sia sul mercato, accorciando i tempi con cui l’innovazione arriva al consumatore e potenziando logistica, distribuzione, servizio», rimarca Vandini. Per il territorio modenese la piastrella è vitale: tra incidenza diretta e indiretta, vale 2 miliardi di valore aggiunto e il 9% dell’occupazione.

«Il primo semestre 2019 non è andato male dal punto di vista delle vendite: c’è comunque un segno positivo, anche se si lavora senza programmazione, con verifiche e aggiustamenti quasi quotidiani. Dopo anni di grande minimalismo, il revival dei colori ci sta premiando», spiega Gianni De Maio, ad di Antiche Fornaci D’Agostino e direttore generale di Ceramica Francesco De Maio, capogruppo di uno dei protagonisti dello storico distretto delle ceramiche artistiche di Vietri, che con la riedizione della maiolica geometrica bianca e blu firmata da Gio Ponti è in mostra in questi giorni al MoMa di New York. Il cluster salernitano è ha aspettative e forze proporzionali a realtà artigiane che eccellono nella ceramica di tradizione, lavorata a mano e tailor made, agli antipodi rispetto alle istanze del grande polo industriale di Sassuolo. «Dal 2012 non abbiamo mai smesso di crescere – sottolinea De Maio – più all’estero che in Italia, che resta comunque il nostro primo mercato (65% dei volumi) e stiamo raccogliendo ottimi riscontri con le nuove collaborazioni d’autore. Non saremo mai vincenti sul prezzo, ma la ceramica vietrese vive in una nicchia basata su identità e tradizione locali, che non si possono copiare».

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