maggioranza in tilt

Sul Mes a rischio il Governo e il posto dell’Italia in Europa

Se lo spread tornasse fuori controllo il Governo cadrebbe e con esso la sua già fragile legge di bilancio, anche perché verrebbe meno il suo principale scudo: la benevolenza dell’Europa targata Ursula von der Leyen

di Alberto Orioli


Il fondo Mes, ecco le cifre sottoscritte dall'Italia e dagli altri Paesi aderenti

4' di lettura

Lo spread, balzato a 175 punti quando il premier Giuseppe Conte parlava alla Camera del Meccanismo europeo di stabilità, è una febbre e segnala un rischio. È un avviso, come altre volte, di quello che potrebbe accadere all’Italia se continuasse a mostrarsi un Paese rissoso e di fazione come è stato ancora lunedì 2 dicembre.
O meglio: se si consolidasse l’idea di un Paese, in parte ancora scettico su euro ed Europa, non attrezzato a discutere argomenti complessi, come è appunto il Mes. Che, va detto chiaro, non prevede ristrutturazioni automatiche del debito, né prelievi forzosi dalle casse dei Paesi meno abbienti per favorire le famigerate banche tedesche. Né postula la prevalenza di euro-burocrati sugli Stati, ma semmai lascia uno spazio importante alla mediazione politica sulle condizioni da richiedere agli Stati in difficoltà che eventualmente facessero domanda di finanziamento. E, soprattutto, va ribadito che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere aiuti.

Un vantaggio dalle vendite in blocco
Forse è proprio il caos il risultato che cercava chi ha lanciato a freddo, e in modo corsaro, l’attacco al governo giallo verde sul Fondo salva Stati, cosa che ha indotto il senatore Mario Monti a prefigurare addirittura il rischio di aggiotaggio. Perché alla speculazione, in genere, gli stessi sospetti sulla percezione di una possibilità di difficoltà futura di un Paese dell’Eurozona sono sufficienti per monetizzare un vantaggio dalle vendite in blocco. Ed è chiaro che se lo spread tornasse fuori controllo il Governo cadrebbe e con esso la sua già fragile legge di bilancio, anche perché verrebbe meno il suo principale scudo: la benevolenza dell’Europa targata Ursula Von Der Leyen.

La Lega ha ripetuto il suo mantra sovranista, appoggiato da Fratelli d’Italia, ma è il Movimento 5 Stelle ad aver portato all’interno del fortino di Palazzo Chigi il tema che altrimenti sarebbe rimasto fuori, derubricato a innocuo argomento tattico usato da un’opposizione altrimenti marginalizzata.

Nessun blitz carbonaro
Il M5S, o meglio una sua parte, soffre la concorrenza leghista e Luigi Di Maio, la cui leadership è traballante, si vede stretto tra l’esigenza di dare voce all’ala destra del suo movimento e l’obbligo di fedeltà istituzionale a un Governo che è anche il suo Governo. Non a caso lo stesso Matteo Salvini nella sua requisitoria anti-Conte ha fatto propria la stessa posizione dei 5 Stelle illustrata alla Camera, in un continuo gioco di specchi che forse nasconde un idem sentire mai tramontato.

E non è l’unico tema: anche sul giustizialismo e sullo spirito anti industriale connaturato ai 5 Stelle Di Maio dovrebbe fare chiarezza per consentire al movimento di crescere e diventare finalmente un partito adatto a responsabilità di Governo.

La ricostruzione rigorosa fatta da Conte con dovizia di date, riferimenti (e di allegati alla sua relazione) della costruzione del testo che doveva essere varato dal prossimo Consiglio europeo di metà dicembre è sufficiente a far capire come quella discussione non sia stata un blitz carbonaro. Ma un percorso di confronto anche serrato (come ha spiegato l’ex ministro Giovanni Tria sul Sole 24 Ore del 30 novembre) che ha sventato le pretese dell’ala più sterilmente rigorista guidata dagli Olandesi, a loro volta alabardieri delle posizioni tedesche più oltranziste.

Il debito negli attivi delle banche
Ora per il Conte 2 non ci sono scorciatoie: o la maggioranza si ricompatta su un tema strategico o è la fine di un amalgama mai nato. Per insipienza e per visione corta: sarebbe un errore peraltro non cercare di associare il tema del Mes a quello dell’Unione bancaria come intendono fare Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Ciò che non serve è rilanciare continuamente l’idea del favore fatto alle banche tedesche, utile solo a creare continue contrapposizioni tra partner europei che, alla lunga, diventano la cortina verbale allestita per soffocare la fiducia tra Stati. La Germania ha già avuto molto nelle regole sul bail in e nel recente cambio di passo nell’atteggiamento della Vigilanza Bce e dell’Eba.

Se proprio bisogna ragionare di banche tedesche, in maggiore difficoltà rispetto al passato, tanto vale forzare le aperture tattiche fatte da Berlino proprio sul fondo di garanzia unico per i risparmiatori, vecchio obiettivo italiano sempre osteggiato dai tedeschi, ossessionati dalla “pesatura” del debito negli attivi delle banche. Il risultato potrebbe essere più vicino che in altre stagioni, ma serve capacità diplomatica e di persuasione, non contumelie e rozzezza di linguaggio. Che diventano formidabili argomenti per chi debba invece fare concessioni.

Gli orizzonti della fase
C’è uno spazio strategico nuovo, proprio legato alla debolezza della Germania, per cercare di dare vita a una vera Fase 2 per un’Europa che non sia solo arcigna custode dei parametri di finanza pubblica, ma un’entità superiore inclusiva e in grado di creare forme nuove di welfare e di solidarietà.

Probabilmente si andrà a un rinvio. L’Europa e l’Italia comprano tempo. Guai se servisse solo a tirare a campare, magari a organizzare qualche altra riunione semi-conviviale per fare team building tra ministri che non si guardano, non si parlano e non si fidano. La posta è molto più alta e nobile: c’è in gioco il futuro del Paese e quello di una nuova Europa. Che, non dimentichiamolo, nella sua bozza di Costituzione aveva l’ardire di definirsi «spazio privilegato della speranza umana». Serve gente che abbia il coraggio di misurarsi con orizzonti di questa portata. Non leader di carta terrorizzati H24 degli umori meschini della rete.

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