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Sul petrolio (e non solo) l’ondata di liquidazioni dei fondi

di Sissi Bellomo

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(Bloomberg)


4' di lettura

Un’ondata di vendite di queste proporzioni non si vedeva da febbraio dell’anno scorso, l’epoca in cui il petrolio stava andando in picchiata verso i minimi da 13 anni, sotto 30 dollari al barile. Ieri le quotazioni del barile hanno perso circa il 2%, dopo essere scivolate di oltre il 5% mercoledì. E per la prima volta nel 2017 il Wti ha ripiegato sotto la soglia psicologica di 50 dollari, per chiudere a 49,28 $ (il Brent ha invece concluso a 52,19 $).

Non è solo il petrolio ad aver invertito la rotta, trascinando con sé i titoli del settore. Anche l’oro è ai minimi da oltre un mese, sempre più vicino a scendere sotto 1.200 dollari l’oncia. E il rame – che aveva messo il turbo grazie alla chiusura di due grandi miniere e all’ottimismo per i piani di sviluppo delle infrastrutture di Donald Trump – ieri è scivolato a 5.652 dollari per tonnellata al London Metal Exchange, livello che non toccava dal 10 gennaio.

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Le materie prime avevano riguadagnato il favore degli investitori e dopo gli anni della crisi la ripresa dei prezzi era stata in alcuni casi tanto rapida e intensa da stupire persino i produttori, incoraggiandoli a pensare che il peggio fosse ormai alle spalle. Gli stessi fondi che finora avevano sostenuto il rally hanno però improvvisamente invertito la rotta.

Una fase di liquidazioni era prevedibile, soprattutto in mercati come quello del petrolio e del rame, in cui gli speculatori avevano ammassato un numero record di scommesse rialziste. L’esposizione netta lunga (ossia all’aquisto) su Brent e Wti a fine febbraio si era spinta ai massimi almeno dal 2006, quando è iniziata la serie dei dati, raggiungendo l’equivalente di circa 900 milioni di barili di greggio, quasi dieci volte i consumi mondiali.

La posizione per un po’ aveva reso bene: grazie alla decisione dell’Opec di tagliare la produzione il petrolio ha guadagnato oltre il 10%. Ma dopo l’iniziale entusiasmo il mercato si era appiattito: la volatilità, linfa della speculazione, era quasi del tutto scomparsa e i prezzi sembravano intrappolati in una fascia di oscillazione ristretta, tra 53 e 55 dollari nel caso del Brent.

Nel frattempo hanno cominciato a crescere i dubbi sull’efficacia dell’azione dell’Opec: i Paesi dell’Organizzazione stanno dimostrando una rara diligenza nel ridurre la produzione secondo gli obiettivi e la collaborazione degli alleati non Opec, benché imperfetta, è comunque discreta. Eppure le scorte petrolifere – almeno quelle degli Usa, su cui ci sono dati puntuali e visibili – continuano ad aumentare. E sono bastati 50 dollari al barile per far ripartire in quarta lo shale oil, tranto che la produzione di greggio americana è già tornata a superare 9 milioni di barili al giorno, il massimo da un anno: una ripresa così travolgente da spingere alla cautela persino uno dei pionieri del fracking, Harold Hamm, ceo di Continental Resorces. «Bisognerebbe aumentare in modo misurato, altrimenti uccidiamo il mercato», ha avvertito Hamm.

In queste condizioni, bastava una scintilla per innescare le liquidazioni dei fondi di investimento. E ne sono arrivate tante, tutte insieme.

Sul fronte dei fondamentali c’è stato l’ennesimo aumento settimanale delle scorte Usa: un aumento monstre, del tutto imprevisto nelle dimensioni (ben 8,2 milioni di barili). Ma ad alimentare le vendite – anche su commodities diverse dal petrolio – hanno contribuito probabilmente anche altri fattori.

La previsione di un rialzo dei tassi di interesse Usa la prossima settimana è ormai diventata quasi una certezza, ulteriormente rafforzata dall’eccezionale dato sull’occupazione nel settore privato diffuso guarda caso mercoledì (proprio come quello sulle scorte petrolifere). Il dollaro, inversamente correlato alle materie prime, si è risvegliato dal torpore con cui aveva iniziato l’anno e questo mese ha ricominciato a rafforzarsi, mentre il rendimento dei Treasuries, i titoli di Stato Usa a 10 anni, è ormai arrivato – proprio mercoledì – alla fatidica soglia del 2,6%. Migliaia di investitori (e probabilmente anche fondi algoritmici) hanno gli occhi puntati su questo numero, che secondo Bill Gross, co-fondatore di Pimco e oggi numero uno di Janus Capital, potrebbe dare l’avvio a un «secolare mercato ribassista per le obbligazioni».

Quella di questi giorni potrebbe essere solo una correzione temporanea per le materie prime. Anche se la rottura di soglie tecniche potrebbe prolungare un po’ la discesa dei prezzi, ci sono concreti segnali di riequilibrio tra domanda e offerta, sia per molti metalli che per il petrolio. L’Opec peraltro, quando si riunirà a maggio, potrebbe decidere di prolungare per altri sei mesi i tagli produttivi. Anche l’oro, che soffre del rialzo dei tassi, ha comunque dalla sua parte la ripresa dell’inflazione e le inquietudini per le prossime tornate elettorali in Europa.

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