Corte di giustizia

Sull’attribuzione delle frequenze la Corte Ue bacchetta l’Italia

Saverio Fossati


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(Afp)

2' di lettura

Sul criterio di conversione da analogico a digitale La Corte di Giustizia dà ragione a Persidera in linea di principio ma ne ammette la legittimità «se costituisce l'unico modo possibile per perseguire obiettivi legittimi di interesse generale», questione che spetta ai giudici italiani valutare. Mentre sull’assegnazione onerosa delle frequenze digitali bacchetta pesantemente l’Italia: «La normativa italiana sull'attribuzione delle nuove frequenze è contraria al diritto Ue».

La sentenza 560-15

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Le due cause (cause C-560/15 - Persidera - e C-112/16) sono state portate all'attenzione della Corte di giustizia Ue dal Consiglio di Stato. In particolare, è stato chiesto ai giudici europei - che hanno ricordato che su tutta la vicenda pende ancora una procedura d'infrazione - di indicare se le norme sull'assegnazione onerosa delle nuove frequenze digitali e per la conversione in digitali di quelle analogiche siano in linea con le disposizioni Ue in materia di autorizzazioni, libera concorrenza e con i principi di non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e pluralismo dell'informazione.

La sentenza 112-16

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Con la sentenza sulla prima causa, intentata da Persidera (operatore di rete costituito da Telecom Italia Media Broadcasting e Rete A, società del gruppo l'Espresso) la Corte ha stabilito che «la normativa italiana sull'attribuzione delle nuove frequenze è contraria al diritto Ue». E ha invitato i giudici nazionali a verificare se agli operatori preesistenti (Rai e Mediaset) sia stato attribuito un numero di radiofrequenze superiore a quello strettamente necessario alla continuità dei loro programmi.

Nella seconda decisione, sempre di oggi, la Corte ha osservato che il criterio di conversione da analogico a digitale «ha in concreto svantaggiato Persidera» ed è quindi «oggettivament discriminatorio». Ma rileva pure che «una simile discriminazione può essere giustificata se costituisce l'unico modo possibile per perseguire obiettivi legittimi di interesse generale», una condizione che spetta ai giudici italiani verificare.

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