Interventi

Sulla condizionalità del MES una guerra tra fazioni che nessuno può vincere

di Francesco Saraceno

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(Ansa)


5' di lettura

Quella del ricorso al MES è diventata una telenovela in cui le norme giuridiche e considerazioni di natura economica sono sacrificate sull'altare della battaglia ideologica tra fazioni incattivite, pronte a tutto pur di portare a casa un risultato. Anche se stiamo parlando di pochi spiccioli (di fatto si parla solo del risparmio in interessi che si otterrebbe facendo ricorso al MES a tassi preferenziali), la discussione è accanita perché intorno al MES si è cristallizzata la più generale contrapposizione sull'euro che attraversa i nostri schieramenti politici.

Vorrei provare brevemente a spiegare perché, sulla base di ciò che sappiamo oggi, nessuno che sia in buona fede è in grado di dire se la cosiddetta condizionalità leggera associata al nuovo credito MES sarebbe effettivamente tale. Viviamo in una versione aumentata del Don Chisciotte, con due eserciti che partono lancia in resta contro i mulini a vento mentre la casa brucia. È una guerra che non può essere vinta, e che serve solo a compattare le rispettive distogliendo l'attenzione dalla vera posta in gioco.

Vediamo intanto, schematicamente, quali sono le posizioni: la prima fazione sostiene che il compromesso raggiunto all'Eurogruppo sulla linea di credito da concedere per “sostenere il finanziamento di spese direttamente o indirettamente legate ai costi sanitari di prevenzione e cura” sia da sfruttare, e che sarebbe folle non farlo visto che nulla ci è chiesto in cambio. È interessante notare, incidentalmente, che anche i partigiani di questa scelta, argomentando in favore della condizionalità leggera, accettano ormai il fatto che il “dopo” non potrà essere affrontato con consolidamenti di bilancio e austerità più o meno marcate. La seconda fazione invece sostiene che i famosi 35 miliardi resi disponibili dal MES sono un cavallo di Troia per farci entrare nel meccanismo infernale dell'austerità, e aprire le porte ai programmi di aggiustamento della Troika. Cerchiamo di sgombrare il campo da un po' di falsi argomenti, in modo che ognuno possa farsi un'idea più precisa.

In primo luogo, la condizionalità leggera non è come i diamanti, non è per sempre. Con Floriana Cerniglia ho argomentato il 3 aprile scorso che le norme che regolano i prestiti del MES sono assolutamente chiare, e che (riprendo il nostro testo) Il Mes è di fatto una banca, e non opera per essere solidale. Nel concedere un credito si ingaggia in un rapporto con il debitore rigorosamente inquadrato dal Reg. 472/2013, parte del cosiddetto Two Pack, dove all'art. 7 co. 5 si dice che «La Commissione, d'intesa con la Bce e, se del caso, con l'Fmi, esamina insieme allo Stato membro interessato le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico […] Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma». Con Floriana Cerniglia avevamo parlato di “inconsistenza temporale”: un impegno oggi a garantire condizionalità leggera non può a norma di Trattato vincolare le decisioni future, e quindi diventa non credibile.

Quindi, una volta impegnato nella relazione contrattuale, lo Stato può effettivamente vedersi imporre nuove condizioni. Ricordiamo sempre cosa successe alla Grecia nei primi mesi del governo Tsipras nel 2015. Chi dice il contrario, lo fa per ignoranza o per cattiva fede, anche perché il comunicato dell'Eurogruppo è assolutamente chiaro sul fatto che i prestiti Covid sarebbero fatti nel quadro delle linee esistenti (le ECCL, per gli addetti ai lavori), e “seguendo le disposizioni del Trattato ESM”.

Questo non vuol dire però che possiamo dirci certi che i 35 miliardi del MES siano l'anticamera della Troika. Anche quest'affermazione sembra affrettata e superficiale. Essendo il prestito una relazione contrattuale, il cambiamento delle condizioni non può intervenire in ogni momento, ma solo quando la parte deve far fronte ad un obbligo. Si può essere tutti d'accordo sul fatto che sarebbe ridicolo per il MES, nel momento in cui uno Stato ripaga una parte del prestito, affermare che non accetta il pagamento a meno che il governo dello Stato in questione non si imbarchi in un programma di austerità.

Già nell'articolo del 3 aprile con Floriana Cerniglia avevamo insistito sul fatto che l'inconsistenza temporale derivasse proprio dal carattere ripetuto nel tempo della relazione contrattuale. Al momento di un nuovo esborso del prestito, e solo in quel momento, il creditore può cambiare le condizioni. Evidentemente non avevamo sottolineato abbastanza questo punto fondamentale. Ancora una volta, è utile ripensare alla Grecia, e all'Eurogruppo. I nuovi programmi di aggiustamento, i famigerati Memorandum of Understanding, vennero imposti al momento di sborsare nuove tranche del prestito.

È per questo che il dibattito cui stiamo assistendo in questi giorni, la cui violenza (per fortuna solo verbale) è costernante, è surreale, e non può essere vinto da nessuno. Ci manca l'informazione fondamentale per giudicare della credibilità della condizionalità leggera: in quante tranche sarà erogato il finanziamento Covid? Ho riletto mille volte il solo documento ufficiale di cui disponiamo ad oggi, il rapporto dell'Eurogruppo, e da quello nulla si può dedurre al merito. Si parla di “condizioni standardizzate su cui si troverà un accordo degli organi di governo del MES”, di “disposizioni del Trattato”, ma anche di “aggiustamento alla luce delle sfide presenti”; si parla di “disponibilità fin quando la crisi non sarà terminata” ma non si specifica se si tratti di crisi sanitaria o economica.

Il diavolo insomma è nei dettagli, e questi dettagli oggi non sono conosciuti (non sappiamo nemmeno, peraltro, quale sarebbe la maturità di questi prestiti: un anno? Dieci?). Quindi il tema della condizionalità leggera è mal posto da entrambe le parti. Le esortazioni a “firmare ad ogni costo”, o a “fare da soli” sono entrambe costruite su castelli di sabbia. Guerra ai mulini a vento, appunto.

Se dovessi dare un consiglio non richiesto al ministro Gualtieri, suggerirei la strategia seguente: spingere all'interno del consiglio direttivo del MES, di cui è membro, perché la linea Covid sia sborsata in una sola tranche, e prendersela. Pochi, maledetti, e soprattutto subito. Per dare sollievo a personale medico e strutture sanitarie allo stremo; è peraltro possibile che, vista la definizione restrittiva dello strumento, i bisogni immediati per la sanità siano di molto inferiori a quella cifra. E poi passerei oltre. Passerei alle centinaia di miliardi (non 35!) da trovare rapidamente per tenere a galla e rilanciare l'economia; alla risposta comune da negoziare con i nostri partner; alla futura messa in sicurezza dei conti pubblici che non potrà avvenire con le vecchie e letali ricette di austerità e tagli di spesa. Sono tutti dossier da far tremare i polsi, di fronte ai quali le nostre polemiche da cortile fanno francamente cadere le braccia.

(Sciences Po Parigi e Luiss Roma)

@fsaraceno

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