DOPO IL «NO» DELLA VIGILANZA

Sulla presidenza Rai si consuma lo strappo fra Salvini e Berlusconi

di Nicola Barone e Vittorio Nuti

Come funziona la governance Rai

5' di lettura

Sulla presidenza di Viale Mazzini è ormai guerra aperta nel centrodestra. Dopo la mancata ratifica da parte della Vigilanza di Marcello Foa, messosi nel frattempo a disposizione dell’azionista, il dato politico è lo strappo che si consuma tra Berlusconi e Salvini, intenzionato quest’ultimo a non rivedere la propria linea sul nome del giornalista designato con l’accordo dei Cinque Stelle. Forza Italia o no, la Lega andrà avanti.

«È stato appurato che l'eventuale riproposizione dello stesso nome nella commissione di Vigilanza presenta, secondo il parere di autorevoli professionisti, problemi giuridici non superabili. Non potrà quindi essere votata dai componenti di Forza Italia», mette in chiaro l’ex premier in riferimento a quella possibilità confermando la rottura emersa nel voto. In sostanza per l’ex premier «il servizio pubblico per essere tale, non può essere espressione unilaterale di una maggioranza, qualunque essa sia». Ma il leader del Carroccio non ci sta comunque. «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento, per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora. Dispiaciuti, continuiamo sulla via del cambiamento, sicuri che gli italiani e gli elettori del centrodestra (come dimostrano tutti i sondaggi) abbiano le idee chiare».

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Marcia di avvicinamento
A sbloccare (apparentemente) il dossier Rai era stato l’insediamento della Commissione parlamentare bicamerale di Vigilanza, avvenuta il 18 luglio scorso nel quadro di un più generale accordo maggioranza-opposizione. LaVigilanza è composta da 40 membri: 14 M5S, 7 Lega, 7 Forza Italia, 7 Pd, 2 FdI, 2 Leu, 1 Misto. La maggioranza in commissione conta su 21 consiglieri, l’opposizione su 19. Alla presidenza viene eletto Alberto Barachini, giornalista e senatore di Forza Italia, con 22 voti, un in più del quorum necessario. Nello stesso giorno vengono eletti anche i quattro componenti di nomina parlamentare (2 dalla Camera, 2 dal Senato) del Consiglio di amministrazione Rai: sono Rita Borioni (Pd), Beatrice Coletti (M5S), Igor De Biasio (Lega) e Gianpaolo Rossi (Fratelli d’Italia). Il giorno successivo, il 19 luglio, i dipendenti Rai eleggono Riccardo Laganà come proprio rappresentante nello stesso Cda.

Le nomine del Cdm e la rottura nel centrodestra
A seguire, il 27 luglio, vengono occupate le ultime due caselle del Cda Rai a 7 membri (come previsto dalla legge renziana che nel 2015 ha riformato la governance dell’azienda). Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro del Tesoro Giovanni Tria, nomina i rappresentanti del Governo giallo-verde nel Cda: Marcello Foa, ex giornalista e editorialista del “Giornale”, pro-Putin e di spiccate simpatie sovraniste, sponsorizzato da Matteo Salvini,e Fabrizio Salini, manager con alle spalle svariati incarichi nel settore televisivo, voluto da Luigi Di Maio. Il ministero dell'Economia indica gli stessi Foa e Salini come candidati agli incarichi di presidente e amministratore delegato della Rai. Il gioco di incastri tra nomine ed equilibri politici a questo punto si interrompe. Sul nome di Foa, scontata l'opposizione di Leu e Pd preoccupati per una scelta non «di garanzia», si consuma lo scontro interno alla (ex) coalizione di centrodestra. Da un lato Salvini e la Lega, che insistono su Foa, dall'altra Berlusconi e Forza Italia, che subiscono una scelta non concordata. Un muro contro muro che porta alle tappe più recenti della procedura di ratifica dei nuovi vertici Rai.

Rai, i commenti dei consiglieri dopo il Cda

Le indicazioni del Cda Rai e il sì mancato in Vigilanza
La penultima è del 31 luglio: il Cda vota a maggioranza Foa alla presidenza (e Salini amministratore delegato). L'ok a Foa (che si alza al momento del voto) registra quattro voti a favore (Coletti, De Biasio, Rossi e Salini) il no di Borioni e l'astensione di Laganà. Manca - a norma di legge - la ratifica della Commissione di Vigilanza, convocata questa mattina: il via libera a Foa deve avvenire a scrutinio segreto con una maggioranza di 2/3, quindi con 27 voti, e alla vigilia alla maggioranza mancavano almeno 6 voti, quelli di Forza Italia. Il voto certifica la spaccatura politica del centrodestra: pur presenti in Aula a San Macuto i commissari di Forza Italia (fatta eccezione per il presidente Alberto Barachini) non partecipano, così come i rappresentanti Pd e LeU. Foa incassa solo 22 voti favorevoli e una scheda bianca, e la sua nomina è quindi «non efficace»: manca la necessaria e vincolante ratifica definitiva.

Il reset grazie alle dimissioni stile Monorchio
Gli scenari che si aprono a questo punto sono due. Il primo vede Foa dimettersi, seguendo l’esempio dell’ex Ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, che nel 2005, indicato presidente della tv pubblica e bocciato dalla Vigilanza, rinunciò a tutti gli incarichi a Viale Mazzini. Se “autorizzate” da Salvini, ma sembra politicamente impraticabile questa strtada, le sue dimissioni permetterebbero al ministro Tria e al Cdm di nominare un altro rappresentante del Governo in Cda, superando l'impasse coinvolgendo anche Forza Italia nella scelta. È la strada che Berlusconi senz'altro preferirebbe, anche se una nota congiunta dei capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini ha attaccato la «violazione della volontà popolare» e «dello spirito della legge sulla Rai» perpetrata da Lega e Cinquestelle. Forza Italia, ricorda però la nota, «è sempre stata ed è sempre disponibile al confronto. E anche sulla Rai sarà disponibile a confrontarsi sul metodo e sui profili più adatti a ricoprire la carica di presidente».

L’ipotesi dell’arrocco in Cda
Ma Foa potrebbe anche arroccarsi e restare in Cda, facendo leva sul ruolo di “consigliere anziano” (che gli spetta per l'età più avanzata, 54 anni, rispetto agli altri componenti del Cda), contemplato dallo Statuto della Rai. In pratica, sarebbe un caso assolutamente inedito di “presidente non ratificato” di un'azienda pubblica, che dovrebbe permettere comunque al Cda di procedere su una serie di dossier, come la nomina dei direttori di rete e dei Tg, la cui nomina spetta all'amministratore delegato. Ma l'ipotesi è duramente contestata dall'opposizione, con il dem Michele Anzaldi che lamenta la «formula fumosa» della norma e ricorda che la legge «non prevede supplenze». Inevitabile poi un ricorso al Tar dell'opposizione se Foa dovesse rimanere al suo posto. Dopo aver citato il necessario passaggio in Vigilanza, all'articolo 22 lo Statuto Rai parla dei poteri del presidente, che «convoca il consiglio di amministrazione, ne fissa l'ordine del giorno tenendo conto delle materie segnalate dagli organi delegati e delle proposte del direttore generale, ne presiede le adunanze, ne coordina i lavori e provvede affinché adeguate informazioni sulle materie iscritte all'ordine del giorno vengano fornite a tutti i consiglieri. Inoltre il presidente cura la convocazione dell'assemblea, in esecuzione della deliberazione del consiglio di amministrazione». Il Cda, si legge ancora nello Statuto, «può nominare tra i suoi membri, senza compensi aggiuntivi, un vice presidente. Al vice presidente possono essere attribuiti esclusivamente i poteri di sostituzione del presidente in caso di sua assenza, impedimento o vacanza di carica. La nomina alla carica di vice presidente diviene efficace dopo che sia divenuta efficace quella del presidente».

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