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Sulla sostenibilità l’industria della moda indica la direzione

Il Fashion Pact ha compiuto un anno e raddoppiato le adesioni: al summit di Copenhagen si è discusso di processi e prodotti – La filiera raccoglie gli stimoli delle nuove generazioni e progetta strategie manifatturiere, sociali e culturali

di Giulia Crivelli

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Onirico. L'elaborazione al computer dei palchi del Teatro alla Scala di Milano, che ha ospitato le passate edizioni degli Oscar della moda verde, resa virtuale a causa della pandemia

Il Fashion Pact ha compiuto un anno e raddoppiato le adesioni: al summit di Copenhagen si è discusso di processi e prodotti – La filiera raccoglie gli stimoli delle nuove generazioni e progetta strategie manifatturiere, sociali e culturali


3' di lettura

«Make the planet GRETA again. 50 leçons d’écologie pour les boomers et les autres»: è il titolo scelto da Alternatives Economiques per un recente manuale. Un gioco di parole, prima di tutto. Donald Trump ha creato e reso famoso lo slogan make America GREAT again (Maga); la rivista francese inverte due lettere e invita a rifarsi alla visione di Greta Thunberg, suggerendo 50 lezioni di ecologia per tutti e in particolare per gli adulti di ogni età. È un titolo che potremmo dare anche alle strategie dell’industria della moda globale in tempi di pandemia.

Gli impatti della pandemia
L’emergenza sanitaria legata al diffondersi del Covid-19 e i lockdown che hanno portato alla crisi economica e sociale nella maggior parte dei Paesi, hanno avuto ripercussioni negative ancora incalcolabili sull’industria della moda. Ma hanno anche offerto un’opportunità, congelando, almeno per alcuni mesi, ogni attività produttiva e commerciale. Nessuno di noi ha più avuto scuse per distrarsi dalla realtà, che per un periodo si è fermata, permettendo a persone e aziende e – ci auguriamo – ai decisori politici, di valutare dove si fosse arrivati e come si potesse ripartire. «La crisi ci ha permesso di risettarci, di ripensare ogni cosa e di imparare», ha detto Eva Kruse, ceo di Global Fashion Agenda, in occasione del Copenhagen Fashion Summit del 12 e 13 ottobre, tradizionale appuntamento dedicato alla sostenibilità ambientale e sociale del settore. «Possiamo davvero ricostruire l’industria della moda solo se smettiamo di fare scelte di breve periodo», ha aggiungo Eva Kruse.

Il tema dei rifiuti tessili
Per l’industria della moda, la fotografia pre Covid mostra in primissimo piano i costi ambientali e sociali della filiera: è già da alcuni anni che si parla del tessile come della “nuova plastica”. Gli scarti di produzione e i rifiuti legati a un eccesso di offerta e a un peso ancora irrisorio dell’economia circolare hanno portato al formarsi di discariche forse meno note di quelli dei rifiuti informatici, ma ugualmente nocive per il pianeta. Tanto che l’Unione europea e altre organizzazioni internazionali stanno lavorando a normative che impongano la riduzione dei rifiuti e scarti tessili o ne regolino il riciclo e lo smaltimento. Molto è stato fatto sul fronte dei prodotti chimici usati nei diversi processi produttivi, gli standard di ecosostenibilità si sono moltiplicati e la loro diffusione è aumentata, sia per scelte legislative di singoli Paesi, sia per la volontà delle aziende, spinte da una visione sostenibile (si veda l’articolo in pagina) e dall’ascolto delle esigenze dei nuovi consumatori. Non tutti, forse, integerrimi come Greta, ma sicuramente, a ogni latitudine, più consapevoli degli effetti nocivi delle attività dell’homo sapiens sul pianeta.

Il successo del Fashion Pact
Nel 2019, quando ancora nessuno avrebbe potuto immagine l’arrivo della pandemia, l’industria della moda aveva lanciato un’importante iniziativa, di fatto privata, anche se presentata in occasione del G7 di Biarritz: 32 aziende e gruppi dei settori lusso, moda, sport e lifestyle aderirono al Fashion Pact. Una coalizione di ceo, per garantire la massima incisività delle decisioni prese per raggiungere obiettivi su clima, biodiversità e salvaguardia degli oceani. A distanza di poco più di un anno, in apertura del summit di Copenhagen, il Fashion Pact ha annunciato di essere arrivato a 60 adesioni e di aver definito un metodo di misurazione dei progressi che si vanno facendo. Si tratta di una dashboard digitale di kpi (key performance indicator) basata sui tre pilastri del Fashion Pact e sviluppata in partnership con Boston Consulting Group. La speranza è che il Fashion Pact evolva o dia vita a un’analoga coalizione per affrontare la parte sociale della sostenibilità della filiera.

La situazione italiana
In Italia, come sottolineano i vertici di Confindustria moda e delle altre associazioni di settore, da Altagamma a Camera della moda, la lunga filiera del tessile-moda-abbigliamento è da sempre attenta all’impatto sociale e ambientale, perché è interamente localizzata in Italia e ogni azienda o imprenditore ha interesse a creare circoli virtuosi con il territorio nel quale opera. Diverso, ovviamente, il tema delle filiere globali e delle condizioni di lavoro in Asia e Africa, dove moltissime persone danno il loro contributo all’industria globale della moda senza riuscire a far sentire la propria voce.

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