L’analisi

Sulla strada del pragmatismo senza riforme

di Andrea Goldstein


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(Epa)

3' di lettura

Iniziamo dalla buona notizia. Domenica 27 ottobre, per la prima volta dal 1928, un presidente non-peronista si ripresenta alle elezioni argentine; e il 10 dicembre Mauricio Macri sarà il primo eletto non-peronista a lasciare spontaneamente la Casa Rosada, sempre dal 1928. Per il resto, una volta di più la terza economia latinoamericana va alle urne in piena crisi economica: la versione porteña dell’anno bellissimo italiano è la dichiarazione di Macri a febbraio 2018 secondo cui «lo peor ya pasó». Peccato che da allora l’inflazione sia ancora più alta, il peso continui a deprezzarsi, l’economia sia sempre in recessione (come lo è stata per circa un terzo del tempo dal 1950 a oggi), la crescita di disoccupazione e povertà non accenni a rallentare.

Nel complesso le liberalizzazioni post-2015 sono servite solo ad attrarre capitali speculativi di breve termine, celeri nel fiutare l’opportunità e ancora più rapidi nel lasciare l’Argentina al primo segnale negativo. Neppure l'intervento del Fondo monetario internazionale (il 21° nella storia, nessun paese ne ha chiesto più spesso l'aiuto) è servito a molto, anzi la necessità di fare sempre di più per diminuire gli squilibri interni ed esterni ha agito pro-ciclicamente e probabilmente aggravato la situazione.

La situazione è precipitata ad agosto dopo le cosiddette primarie aperte, una specie di prova generale delle elezioni vere da cui Macri è uscito con le ossa rotte, distanziato dal peronista Alberto Fernández. Che si presenta come, e probabilmente è, un moderato di centro-sinistra, disposto a venire a patti col Fondo per ottenere un accordo con meno austerity ma pur sempre accettabile a Washington. Magari non un cocco degli investitori come era stato Macri al principio, prima di perdere il ritmo e la profondità delle riforme (anche se a suo credito ci sono risultati positivi, per esempio nelle infrastrutture), ma pur sempre una figura rassicurante.

A spaventare i mercati c'è però l'ombra invadente di Cristina Fernández de Kirchner che si proietta sullo sfondo del (probabile) prossimo capo di Stato. Presidente per otto anni, Cristina lasciò in eredità nel 2015 un paese in ginocchio, in cui la spesa pubblica era esplosa (in gran parte per i sussidi elettoralistici al ceto medio-basso), la credibilità internazionale era ai minimi, l'accesso alla finanza mondiale interrotto e il sistema produttivo in affanno (emblematico il caso dei bovini, che gli allevatori avevano smesso di allevare, tanto alte erano le tasse sull'export di carne). Eppure era stato un periodo di vacche grasse (ma non macellate!), reso possibile dalla Cina e dal suo appetito senza limite per la soia con cui alimentare gli animali con cui a sua volta alimentare la nuova borghesia. Con dietro l'angolo Vaca Muerta, uno dei più grandi giacimenti di shale gas al mondo, potenzialmente in grado di fare dell'Argentina un grande paese esportatore. Un mix capace di creare consensi elettorali anche se statistiche certe non ce n'erano, perché l'Istat locale aveva perso ogni credibilità, tanto da indurre l'Economist a non pubblicarne più i dati sull'inflazione argentina.

L'eredità di CFK è stata pure quella della corruzione. Male endemico dell'Argentina, di cui sono stati afflitti tutti i governi, qualcuno forse di meno (in particolare furono abbastanza esemplari Arturo Frondizi negli anni 50 e Raúl Alfonsin negli anni 80), che non è certo nato negli anni 2000. Ulteriori danni Nestor Kirchner (che si sarebbe probabilmente alternato al potere con la moglie se non fosse morto nel 2010) e ancor più Cristina li hanno fatti al sistema istituzionale, intaccando indipendenza, professionalità e autorevolezza non solo dell'Indec (l'Istat locale), ma anche della Corte suprema, della giustizia, della banca centrale, degli enti regolatori, delle università e perfino delle Forze armate. Una volta ancora, hanno agito nel solco devastatore dei predecessori, quasi tutti maestri nell'arte di indebolire la rule of law, con l'aggravante di avere in questa maniera sperperato le opportunità create dal boom più che decennale delle commodities e di una situazione demografica ancora positiva.

Non è semplice predire su quale cammino si avvierà il nuovo governo e quale destino attenda i creditori. Improbabile che si torni al populismo senza freni di CFK, allo scontro frontale e quindi all'inevitabile default. Più probabile che prevalga il pragmatismo senza riforme, nella speranza che le condizioni esterne migliorino. Quello che è quasi sicuro è che l'Argentina – che un secolo fa aveva un prodotto per capita pari al 92% di quello delle 16 nazioni più ricche al mondo e ora a malapena arriva al 40% – continuerà nel suo declino, triste, solitario e finale, senza che nessuno ne pianga le sventure.

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