DA Mosca a Vladivostok

Sulla Transiberiana, il racconto di un viaggio fuori dal tempo

di Serena Uccello

(Marka)

4' di lettura

Basta il nome per evocare centinaia e centinaia di pagine, migliaia di immagini, un mito. Letteratura, cinema, fotografia. Un mito narrato, raccontato con la luce e la parola: è la Transiberiana, la Transsibirskaia Magistral, la ferrovia più lunga della terra, ovvero “…oltre 12mila chilometri in geografie mutevoli, fra genti fuori dagli spazi delle conoscenze normali, fuori forse anche dal tempo secondo i nostri orologi e i nostri calendari, con tradizioni e culture da stupore”. Il sogno del viaggiatore, sia che si immaginino chilometri innevati o pianure di un verde abbagliante. Paesaggi desolati o architettura mostruose. E sia che si tratti di un progetto concreto o di un sogno su quel treno, che da Mosca ci porta a Vladivostok, possiamo ora salirci tutti grazie alle pagine di “Transiberiana” (Sandro Teti Editore, pp.195, 15 euro) di Vittorio Russo.

Racconto di viaggio, racconto di “un viaggio attraverso la Siberia con una deviazione verso Sud, in Mongolia. Ritorneremo poi in Siberia, sfiorando l'arco confinario della Manciuria, per giungere infine a Vladivostok, sul Mar del Giappone…”. Su questo treno - e su questa rotta - che ebbe il suo battesimo ufficiale all'Esposizione universale di Parigi del 1889 e che quindi idealmente sposò l'ingresso nella modernità decretato dal salto verso il cielo della Tour Eiffel – possiamo scoprire centinaia di villaggi, molti dei quali nati proprio durante la sua realizzazione e vedere quanto qui il sogno del futuro fu solo sfiorato per mai compiersi.

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Russo accompagnato dall'amico Vincenzo, di cui però poco ci racconta se non ritrarlo come buon compagno d'avventura, fa prima tappa a Mosca. E della capitale russa colpisce soprattutto il racconto della metropolitana. Buona intuizione questa, peccato che non sia stata sviluppata come avrebbe meritato e che avrebbe reso la città, così ritratta, inedita, sconosciuta, affascinante. “Ancora più intrigante è muoversi nel ventre sconfinato della città – scrive Russo - nei suoi sterminati meandri sotteranei che tagliano e perforano il sottosuolo in profondità tridimensionali impressionanti. E' un mondo criptico …uno smisurato dedalo nel quale è normale sentirsi come un pigmeo davanti un grattacielo”.

Quanta umanità avremmo potuto conoscere in questo dedalo! Questo ci importa in queste pagine che, affondando in quella carne, avrebbero potuto forse fare il salto verso una dimensione letteraria più compiuta, uscendo dal perimetro affascinante certo, ma piccolo, del racconto di viaggio. L'effetto è quello dello spettatore che sbircia dalla finestra senza aver mai il coraggio di affacciarsi e magari da quella finestra scegliere di parlottare con il passante.

Il viaggio comincia dalla stazione di Kazanskij da qui si muovono i convogli diretti oltra gli Urali e verso il Sud Est siberiano. Passato ma anche futuro perché da qui partiranno i treni ad alta velocità che collegheranno Mosca a Kazan in meno di quattro, molte in meno delle attuali dieci. “La Kazanshij è un formicaio terrificante. La gente sembra roteare come una massa liquida che scorre dalla vasta platea della piazza Komsomol'skaia verso la gola stretta dell'ingresso della stazione: un imbuto nel quale fra spinte e rotolare di trolley affoga un intenso vocìo!”. Dopo ventisei ore di treno si giunge a Ekaterinburg, dove anche la storia di fermò, qui vennero infatti uccisi l'ultimo zar Nicola II e la sua famiglia. Qui in piena guerra fredda venne catturato il pilota americano Gary Powers, protagonista di uno scambio tra prigionieri politici con la spia russa Abel, catturata dalla Cia a New York. La storia è stata di recente raccontata, con una certa enfasi da Steven Spielberg ne “Il ponte delle spie”.

Torniamo in carrozza , rotta verso Irkutsk, poi Omsk, poi a Tajset “stanzioncina anonima”, scrive Russo, importante perché da qui parte la ferrovia Bam “che può essere considerata una delle più impegnative opere del XX secolo, anche se molti, verosimilmente, non ne hanno mai sentito parlare. Bam è un acronimo che sta per Bajkal-Amur ed è la ferrovia che unisce la Siberia centrale con il Pacifico. Si dirama verso levante partendo proprio da Tajset, città fondata verso la fine del XIX secolo che gode pure del non piacevole privilegio di essere menzionata da Aleksader Solzenicyn in “Arcipelago Gulag”. Siamo dentro uno dei testi più importanti per comprendere il ventesimo secolo. Chilometro dopo chilometro tocchiamo la Mongolia. Vi giungiamo attraverso le notti e le albe, guardando le facce ed ascoltando i nostri compagni di viaggio ora il giovane kirill, ora Tanja. Ci muoviamo tra pranzi improvvisati e cena che ristorano.

Il treno è la perfetta scatola del reportage che però proprio in questa dimensione entra in affanno. Eppure la pagina di Russo ha ritmo, e lo sguardo è ben calibrato. La capacità descrittiva dell'autore non si nutre però della vita dei protagonisti di volta in volta incontrati, li sfiora e li accarezza, ci porta ad osservarli come seduti in prima fila mentre noi avremmo voluto abbracciarli e con loro compiere il viaggio per eccellenza.

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