intese bilaterali in crisi

Sulle “donne-conforto” nuove tensioni tra Tokyo e Seul

di Stefano Carrer

(AFP)

6' di lettura

Nuove tensioni tra Giappone e Corea del Sud. Il governo del presidente Moon Jae-in ha annunciato oggi che chiuderà il fondo per le compensazioni alle cosiddette “donne-conforto” (indotte alle prostituzione in favore dei militari giapponesi durante il periodo bellico) finanziato dal governo giapponese nel quadro di un accordo bilaterale firmato nel 2015 dall'amministrazione dell'ex presidente Park Geun-hye . Dura al reazione del premier Shinzo Abe, che ha accusato Seul di - ancora una volta - non rispettare patti internazionali rinnegando un’intesa con cui la questione veniva dichiarata risolta in modo «finale e irreversibile». Oggi Park Geun-hye è in carcere dopo una condanna per corruzione e Moon, già avvocato per i diritti civili, sostiene che l'intesa non avrebbe dovuto essere firmata in quanto non sufficientemente rispettosa della dignità delle vittime e dei sentimenti dell'opinione pubblica.

La maggioranza dei coreani parve da subito molto contraria a mettere la parola fine alla questione attraverso un accordo intergovernativo che contempla, tra l'altro, l'impegno del governo coreano a rimuovere statue di “donne-conforto” piazzate da attivisti del diritti civili di fronte a sedi diplomatiche giapponesi. La “Reconciliation and Healing Foundation”, finanziata indirettamente da Tokyo con un miliardo di yen (quasi 9 milioni di dollari) per risarcire le ultime donne-conforto ancora in vita e le loro famiglie, sarà dunque smantellata: finora ha erogato compensazioni a 34 vittime e 58 famiglie di discendenti, sborsando un totale di 4,4 miliardi di won (circa 3,4 milioni di euro). Ufficialmente, sono 27 le “donne-conforto” ancora in vita. Ora Tokyo teme anche che altre statue in onore delle “donne-conforto” vengano erette, non solo in Corea. All'inizio di ottobre, Osaka ha cancellato il gemellaggio con San Francisco per protesta contro un simile monumento simbolico dello sfruttamento delle donne in tempi di guerra, eretto l'anno scorso nella città californiana.

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Tokyo e i suoi vicini

Il barometro dei rapporti del Giappone con i Paesi vicini segnala schiarite verso Cine e Russia ma un netto peggioramento nei confronti della Corea del Sud. Con la Cina, la visita del premier Shinzo Abe a Pechino ha evidenziato il comune interesse a rafforzare i legami economici. Inoltre il presidente russo Vladimir Putin si è detto finalmente disposto a negoziare sul contenzioso territoriale tra i due Paesi – riguardanti le isolette Kurili meridionali, o Territori settentrionali - sulla base della dichiarazione congiunta del 1956, secondo cui Mosca dovrà quantomeno restituire due isole (Habomai e Shikotan). Il cammino resta lungo, ma la prospettiva che Tokyo e Mosca firmino finalmente un trattato di pace (cosa non ancora avvenuto proprio perché la Russia occupa 4 isole rivendicate dal Giappone) appare un po' meno lontana. Con Seul, invece, il governo Abe appare esasperato. Non solo per l'annullamento dell'accordo del 2015 sulla questione delle cosiddette “donne-conforto”, ma per la riapertura per via giudiziale, a Seul, della possibilità per singoli individui di chiedere risarcimenti danni alle imprese giapponesi per costrizioni e deportazioni subite nel periodo coloniale nonostante le previsioni preclusive dell'accordo del 1965 che riaprì le relazioni diplomatiche bilaterali.

Lavori forzati e risarcimenti
In Corea del Sud sembra poi essere sottovalutata la fortissima irritazione giapponese per la sentenza della Corte Suprema del 30 ottobre scorso, che ha imposto a Nippon Steel & Sumitomo Metal di pagare 100 milioni di won (87mila dollari) a ciascuno dei 4 lavoratori coreani che hanno detto di esser stati costretti a lavori forzati nel settore siderurgico durante il periodo bellico. Lo stesso primo ministro Abe ha definito la sentenza «incredibile», mentre il ministro degli esteri Taro Kono, nel convocare l'ambasciatore sudcoreano, ha elevato una protesta diplomatica, sottolineando che la pronuncia della Corte «va oltre il senso comune in un mondo dove l'impero della legge è osservato dalla comunità internazionale». Per Tokyo, l'accordo intergovernativo del 1965 ha detto esplicitamente la parola fine a ogni richiesta di risarcimento relativa al periodo coloniale e bellico: basta leggere il testo che riattivò le relazioni diplomatiche, in cui si afferma a chiare lettere che Seul, in cambio di aiuti monetari al suo sviluppo per 300 milioni di dollari, rinunciava a ogni ulteriore pretesa pubblica o privata. In ballo, insomma, ci sarebbero le regole base del diritto internazionale: pacta sunt servanda. Inoltre nel 2005 il governo dell'allora presidente Roh Moo-hyun diede un ulteriore avallo alla portata definitiva dell'accordo del 1965, indicando che sarebbero state le Aaministrazioni sudcoreane a farsi carico di eventuali richieste pendenti di compensazioni risalenti al periodo coloniale.

Tra tribunali e diplomazia
Senonché nel 2012 la Corte Suprema di Seul annullò una sentenza che respingeva richieste di danni nei confronti di società giapponesi, rinviando a un nuovo processo con l'argomentazione che l'intesa diplomatica del 1965 non eliminava il diritto inalienabile dei lavoratori forzati a chiedere risarcimenti. La pronuncia sosteneva anche che sul tema non è chiaro che le due parti avessero lo stesso “understanding”; inoltre si sarebbe trattato più che altro di una intesa politica, non di una puntuale negoziazione sulle compensazioni relative al periodo coloniale. La sentenza del 30 ottobre scorso riafferma il diritto individuale a rivolgersi alla magistratura per chiedere un risarcimento danni, che il governo non può eliminare.

Per fortuna lo stesso accordo del 1965 prevede che, in caso di dispute sulla «interpretazione e attuazione», occorra anzitutto trovare una soluzione per via diplomatica; solo in un secondo tempo, si potrebbe ricorrere a un arbitrato. Tokyo sta provando la via diplomatica, ma certamente traspare una “Korea fatigue”: stanchezza e irritazione nel negoziare con un Paese che appare inaffidabile in quanto periodicamente tende a stracciare in modo unilaterale quanto pattuito. Una speciale divisione è stata istituta al ministero degli esteri giapponese per studiare contromisure alle decisioni dei tribunali sudcoreani, considerati troppo sensibili ai cambiamenti politici e alle correnti di opinione: non si esclude di invocare arbitrati o anche di interessare la Corte internazionale di Giustizia. Al di là delle questioni di principio e di diritto, il timore giapponese riguarda il fatto che, potenzialmente, sono oltre una settantina le imprese giapponesi attive in Corea del Sud che rischiano di essere trascinate in tribunale con richieste di risarcimento danni relative a fatti della prima metà del Novecento. Una crisi nei rapporti bilaterali potrebbe scoppiare se imprese giapponesi si rifiutassero di pagare e alcuni loro asset fossero sequestrati.

Il fattore Pyongyang
Un altro timore riguarda i possibili riverberi della persistenza di contenziosi al Sud in relazione alle possibili evoluzioni del rapporti tra Tokyo e la Corea del Nord. Nei confronti di Pyongyang, il Giappone non ha firmato alcun accordo relativo alle compensazioni per il periodo coloniale, in quanto i rapporti diplomatici non sono mai ripresi. Colloqui informali sul tema sono avvenuti fin dal 1991, senza alcuno sviluppo. Nel 2002, in un comunicato congiunto con Pyongyang, Tokyo riconobbe di aver causato gravi danni e sofferenze in passato. Ad ogni modo, le relazioni con il Nord non possono essere normalizzate senza che siano risolti comprensivamente altri problemi: da quello dei cittadini giapponesi rapiti negli anni '70 e '80 alla questione degli armamenti nucleari e missilistici nordcoreani. Nei giorni scorsi, comunque, il leader di una delegazioni nordcoreana in visita al Sud ha appoggiato le rinnovate rivendicazioni di singoli individui del Sud nei confronti di aziende giapponesi, allegando che si riferiscono a imprescrittibili «crimini che violano i diritti umani».

Contenziosi al Wto
Non mancano altri contrasti tra Tokyo e Seul. Lo scorso 13 novembre il Giappone ha formalizzato la protesta in sede Wto per i sussidi ritenuti illegali che la Corea del Sud ha elargito alla sua industria della cantieristica navale, risalenti fino al salvataggio del gruppo Daewoo Shipbuilding del 2015. Se entro due mesi la questione non sarà risolta – come pare scontato – Tokyo dovrebbe chiedere al Wto di pronunciarsi. Presso l'organizzazione ginevrina pendono anche un paio di altri contenziosi bilaterali. Non sono mancati problemi di... bandiera .A metà ottobre la Marina giapponese aveva cancellato la prevista partecipazione a una rivista navale internazionale a Busan: i sudcoreani avevano chiesto che le navi giapponesi non inalberassero la loro bandiera, in quanto si tratta non della “hinomaru” (disco rosso su sfondo bianco) ma della “kyokujitsuki” (che ha anche i raggi), ritenuta a Seul e dintorni simbolo dell'imperialismo nipponico. I coreani chiedevano un atto di sensibilità e cortesia, ma in Giappone la richiesta è stata interpretata come un atto di scortesia e mancanza di rispetto delle regole, in quanto la bandiera della Marina nipponica è riconosciuta come insegna della flotta sul piano internazionale. Periodicamente, infine, riemergono polemiche relative al contenzioso territoriale su una isoletta - chiamata Dokdo dai coreani e Takeshima dai giapponesi - occupata da Seul e rivendicata da Tokyo.

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