prezzi in ribasso

Sulle materie prime pesa l’allarme per la frenata della Cina

di Sissi Bellomo


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(Bloomberg)

2' di lettura

Materie prime uguale Cina. Soprattutto per alcune commodities – in particolare i metalli e molti prodotti agricoli – non c’è nessun altro fattore capace di influenzare altrettanto il comparto. E da Pechino non arrivano buone notizie.

L’economia cinese continua a dare segnali di rallentamento, legati in parte – ma non solo – alle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. E in un periodo in cui la crescita sta frenando anche in altre aree del mondo e il dollaro si mantiene forte, il messaggio per molti investitori è chiaro: vendere.

I principali indici riferiti alle materie prime si avviano a chiudere l’anno in terreno negativo per la prima volta dal 2015: il Bloomberg Commodity Index ieri segnava -7%, appesantito dal ribasso di molti prodotti chiave per lo sviluppo dell’attività economica.

Il petrolio Wti, che scambia intorno a 51 dollari al barile, ha perso finora il 15% nel 2018, mentre il Brent è sceso del 10% e fatica a restare sopra 60 dollari. Il rame vale poco più di 6.100 $/tonnellata ed è giù del 15% al London Metal Exchange, dove quasi tutti i metalli non ferrosi registrano perdite a doppia cifra percentuale rispetto all’inizio dell’anno.

Anche il minerale di ferro, impiegato in siderurgia, racconta una storia simile: il prezzo spot di riferimento è sceso del 9% nel 2018, intorno a 68 $/tonnellata.

Le ultime statistiche da Pechino rischiano di accentuare ulteriormente il sentiment negativo tra gli investitori, che negli ultimi sei mesi secondo Epfr Global hanno già ritirato oltre 11 miliardi di dollari dai fondi specializzati in commodities.

Gli hedge funds – quelli che sono riusciti a sopravvivere a questa annata difficilissima – sono intanto orientati sempre più spesso su posizioni ribassiste: persino sul petrolio, che pure dovrebbe beneficiare dei tagli produttivi dell’Opec, le posizioni “lunghe” restano vicine ai minimi da due anni.

Dopo i dati cinesi di lunedì – che mostravano un calo dell’import di rame, ferro, carbone e altre materie prime (ma non di petrolio) – ieri Pechino ha fatto suonare nuovi campanelli di allarme. A novembre la crescita delle vendite al dettaglio è stata la più bassa dal 2003 (+8,1%), le immatricolazioni di auto sono addirittura crollate del 10%, mentre la produzione industriale ha rallentato l’espansione al 5,4%, il minimo da tre anni.

La tregua con gli Usa sui dazi ha aperto uno spiraglio di ottimismo. Ma se non sarà coronata da un accordo stabile è probabile che le tensioni si faranno ancora più forti, con rischi per l’intera economia mondiale. Goldman Sachs, finora molto rialzista, ieri ha tagliato le previsioni su molte materie prime, giustificando la scelta con la debolezza della domanda in Cina: quella di acciaio potrebbe contrarsi addirittura del 5% secondo la banca, che tuttavia non si aspetta un ripetersi del 2015, quando la frenata cinese portò a un crollo generalizzato dei prezzi. Le riforme che la Repubblica popolare ha realizzato da allora in molti settori, secondo Goldman, dovrebbero aver reso le imprese cinesi più capaci di adeguare la produzione alla domanda.

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