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Sulle Regioni evitiamo pasticci in salsa provinciale

di Guido Gentili


2' di lettura

Non fosse altro perché si discute dell'attuazione di un articolo della Costituzione, bisognerebbe evitare le opposte demagogie e, appunto, mettere sul piatto un confronto serio. La posta in gioco è alta e andrebbe salvata dai gorghi della campagna elettorale permanente.

L'articolo, introdotto con la miope riforma-blitz del 2001, è il 116, terzo comma, laddove si stabilisce la possibilità (con legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta sulla base di un'intesa fra lo Stato e la Regione interessata) di introdurre forme e condizioni particolari di autonomia per le Regioni a statuto ordinario. Molte e importanti le materie interessate: quelle oggetto di competenza concorrente con lo Stato (ad esempio la tutela della salute), quelle di competenza esclusiva dello Stato (come l'ordinamento civile e penale) nonché le norme generali sull'istruzione e la tutela dell'ecosistema, dell'ambiente e dei beni culturali. Insomma, molta carne al fuoco. È da ricordare che la riforma costituzionale Renzi-Boschi, non approvata dal referendum del dicembre 2016, riduceva l'ambito delle materie per le quali attribuire l'autonomia rafforzata e stabiliva che la regione interessata doveva garantire l'equilibrio tra entrate e spese di bilancio.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna: sono le tre Regioni-chiave sul piano politico e economico che hanno chiesto più autonomia e che sono ora interessate alla questione. Ma si muovono anche altre Regioni del Sud come la Campania del governatore De Luca. Mentre è acceso lo scontro tra Lega (radicata al centro Nord), che vuole accelerare, e il Movimento 5 Stelle (radicato a Sud), che frena.

È chiaro che un più forte autogoverno delle Regioni del Nord non può tradursi di fatto in un nuovo sovranismo regionale (visti anche i deludenti risultati del costoso federalismo all’italiana) e tanto meno in una spaccatura sul territorio nazionale tra cittadini di serie A e serie B. Ma è fuori dalla storia anche chi difende un centralismo che finisce per far rima con quell'assistenzialismo che al Sud ha bruciato risorse immense in tandem coi governi locali.

Ad ogni modo, la materia è da trattare con grande cura. Il pasticcio delle province con la riforma Delrio ai tempi del governo Renzi sta lì a dimostrarlo. Sono rimaste in vita senza poteri e sono ancora un costo. Ci sono ma anche no. Avevano competenze sulla rete viaria e sappiamo in quale condizioni sono le strade. Salvini le rivuole, Di Maio no. E una discussione nel merito dei problemi sembra impossibile.

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