l’accesso civico ai dati

Sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici la trasparenza fa un passo indietro

Cortocircuito di norme tra legge di Bilancio e decreto legge milleproroghe: la prima aumenta le sanzioni per chi non pubblica e l’altro le sospende

di Antonello Cherchi

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Cortocircuito di norme tra legge di Bilancio e decreto legge milleproroghe: la prima aumenta le sanzioni per chi non pubblica e l’altro le sospende


3' di lettura

Il risultato sarà che la trasparenza sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici sarà meno ferrea. Le loro dichiarazioni dei redditi - ma anche quelle di deputati e senatori - si inabissano, infatti, nelle pieghe delle leggi. È successo, infatti, che la legge di Bilancio abbia inasprito le sanzioni per i dipendenti pubblici che non pubblicano i dati in possesso dell’amministrazione di appartenenza. Il giorno dopo il decreto legge Milleproroghe ha messo, con effetto immediato, in naftalina per un anno le nuove sanzioni e ridimensionato l’obbligo di pubblicità dei redditi di deputati, senatori e loro congiunti e parenti.

L’accesso civico
Un cortocircuito legislativo che rende più complicato esercitare l’accesso civico, lo strumento previsto dal decreto legislativo 33 del 2013, che permette a tutti i cittadini di conoscere come agisce una pubblica amministrazione, quanti dirigenti ha, qual è il loro curriculum e quali le loro retribuzioni, quali appalti e concorsi bandisce. In una parola, come quella amministrazione si organizza e spende i soldi.

Un’esigenza mutuata dal «Foia» (Freedom of information act) statunitense e fatta propria dal nostro legislatore per rendere più trasparente la Pa. Una rivoluzione che ha visto anche l’intervento della Corte costituzionale.

Amministrazioni di vetro
Andiamo per gradi. L’accesso civico introdotto nel 2013 - dopo che per decenni la trasparenza degli uffici pubblici si era affidata alla legge 241 del 1990, che presupponeva però un processo più articolato per conoscere gli atti - rende tutto molto più semplice. Viene, infatti, imposto alle pubbliche amministrazioni di creare nel proprio sito istituzionale una sezione ad hoc denominata «Amministrazione trasparente» dove pubblicare tutta una serie di atti indicati dal Dlgs 33. A cominciare delle dichiarazioni dei redditi di chi riveste incarichi politici (parlamentari compresi) e di chi riveste posizioni di vertice, come i dirigenti.

Il Foia
A questo accesso civico, detto “semplice”, il decreto ne affianca un altro (il Foia o “accesso generalizzato”) che consente al cittadino di chiedere all’amministrazione, attraverso un modulo, altre informazioni rispetto a quelle pubblicate nella sezione «Amministrazione trasparente».

L’obbligo viene applicato in modo diverso da ciascuna amministrazione: c’è chi fa resistenza, chi si adegua di malavoglia, pubblicando i dati ma in modo poco intelligibile, e chi invece recepisce la nuova necessità di trasparenza.

La Corte costituzionale
In questo quadro variegato si inserisce la sentenza della Corte costituzionale dello scorso anno, che dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14 del Dlgs 33 nella parte in cui prevede un obbligo indifferenziato di pubblicazione dei redditi di tutti i titolari di incarichi dirigenziali, senza distinguere tra dirigenti apicali e non.

Il cortocircuito normativo
Ed è proprio dalla pronuncia della Consulta che prende le mosse la norma sull’accesso civico dell’ultimo decreto Milleproroghe, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 dicembre ed entrato in vigore il giorno stesso. Il giorno prima, però, era arrivata in Gazzetta Ufficiale la manovra 2020 e anch’essa conteneva una disposizione sulla trasparenza. Viene previsto che il responsabile della mancata pubblicazione dei dati sul sito della propria amministrazione sia punito con la decurtazione dal 30 al 60% dell’indennità di risultato o, nella stessa misura, di quella accessoria. Fino a quel momento si applicava una sanzione da 500 a 10mila euro.

Il giro di vite sarebbe dovuto partire dal 1° gennaio (data di entrata in vigore della legge di Bilancio), se non fosse stato congelato in extremis - il 31 dicembre appunto - dal Milleproroghe. Il decreto, infatti, prevede che fino al 31 dicembre 2020 quelle sanzioni non si applichino ai dirigenti (e sono loro che decidono se comunicare e pubblicare i dati). Un anno che deve consentire al Governo - visto che dopo la sentenza della Consulta niente si è mosso - di mettere a punto un decreto dove indicare quali dirigenti e quali informazioni a loro riferite debbano essere rese pubbliche.

I redditi dei parlamentari
Non è l’unica novità dell’ultima ora. Il Milleproroghe interviene anche sul regime di pubblicità dei redditi dei parlamentari, spiegando che dal 31 dicembre quei dati devono essere comunicati esclusivamente all’amministrazione di appartenenza. Dunque, Camera o Senato. Il che significa che quelle informazioni d’ora in poi sfuggiranno all’accesso civico semplice e rientrano nel Foia. Dunque, per conoscerle non basta un click per accedere alla sezione «Amministrazione trasparente», ma occorre inoltrare una richiesta. Un passaggio che rende la trasparenza meno immediata.

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