OLTRE IL FASHION PACT

Sulle sfilate soffia il vento verde del G7

di Giulia Crivelli


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Lo zaino Prada in nylon rigenerato

3' di lettura

C’è un vento che soffia su tutti, ma proprio tutti, anche su chi afferma di non percepirlo. Un vento che ha la stessa origine: la necessità di mettere al centro del proprio agire la salute dell’ambiente e delle persone, pensando alla conseguenze globali di ogni azione e comportamento, individuale o d’impresa.

Un vento che soffia anche sulla complessa e globalizzata industria della moda. Alla vigilia del G7 di fine agosto di Biarritz, in Francia, 32 protagonisti mondiali della filiera del tessile-abbigliamento-accessori di alta gamma hanno sottoscritto un impegno a combattere il global warming, a preservare la biodiversità e a difendere gli oceani. La differenza tra la moda e le altre industrie però è che – aldilà di protocolli come il Fashion Pact, presentati in pompa magna – le imprese del settore il vento l’hanno sentito arrivare prima degli altri. Forse hanno persino contribuito a generarlo, in un circolo virtuoso tra intuizioni del mondo produttivo ed esigenze e istanze dei consumatori.

Ora vogliono usare al meglio questo stimolo crescente al cambiamento, non semplicemente fare parte della corrente, per sfruttarne la spinta. Tantomeno vogliono rischiare di esserne travolti. Vale per l’intera industria e in particolare per la filiera italiana, l’unica al mondo ancora intatta e per le associazioni che la rappresentano. La sostenibilità ambientale e sociale è da alcuni anni al centro di analisi, programmi e strategie di Confindustria Moda, che ha riunito Assopellettieri, Federorafi, Assocalzaturifici, Unic (concia), Aip (pellicceria), Sistema moda Italia (Smi) e Anfao (occhialeria). Ma anche della Camera della moda e di Pitti Immagine, la società che organizza gli eventi fieristici di moda di Firenze.

La dimostrazione è nella fashion week donna, a Milano fino a lunedì, una delle quattro organizzate ogni anno, che culminerà con i Green Carpet Fashion Awards. Arrivati alla terza edizione, saranno consegnati il 22 settembre alla Scala, il teatro d’opera più famoso al mondo. Gli Oscar della moda verde sono organizzati dalla Camera della moda, guidata da Carlo Capasa, che della sostenibilità ha fatto una priorità fin dal suo insediamento, nel 2016, e sono nati ben prima del Fashion Pact. Ora, per tornare alla metafora velistica, navigano con il vento in poppa, quello che fa raggiungere la velocità massima e i traguardi più importanti. A patto – come sa chi naviga a vela, poco importa la dimensione dello scafo – che le barche siano stabili. E le aziende della filiera della moda italiana lo sono sicuramente e potrebbero diventare un faro per altre industrie. Perché di fari c’è sicuramente bisogno, per affrontare il presente e guardare senza (troppa) paura al domani.

Ovunque si guardi infatti la rivoluzione è già in atto, in barba ai futurologi, che si esercitano su temi come blockchain, automi dal volto umano, space economy. A Dubai è persino mato il Museum of the Future, che in fondo dice molto sulla presunzione della specie homo sapiens. Ma nel mondo reale, quello dell’economia, della quotidianità, molti settori hanno intercettato il vento del cambiamento, proprio come la moda. L’industria del trasporto aereo, ad esempio, inizia a rendere conto della sua impronta ambientale: Financial Times l’ha appena definito “effetto Greta”. L’industria dell’auto sta studiando nuovi modelli di business e alleanze, incalzata dalla domanda di elettrico, dalle accuse degli ambientalisti e dalla disaffezione per il possesso di auto, considerate dalle nuove generazioni commodities, non più status symbol. Ancora: l’industria del tabacco è incalzata da alternative al fumo come sigarette elettroniche e cannabis leggera, dove è legalizzata in modo intelligente.

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