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Sullo Star in dieci anni 100 euro diventano 476

Nei dieci anni e nove mesi considerati, Amplifon si è aggiudicato la palma di titolo più performante: chi ci ha creduto ha visto moltiplicare dal 2008 il capitale di oltre 29 volte, con un rendimento medio annuo del 36,9%

di Antonella Olivieri

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Nei dieci anni e nove mesi considerati, Amplifon si è aggiudicato la palma di titolo più performante: chi ci ha creduto ha visto moltiplicare dal 2008 il capitale di oltre 29 volte, con un rendimento medio annuo del 36,9%


4' di lettura

Andare controcorrente qualche volta paga. Chi avesse investito in Piazza Affari 100 euro a fine 2008, all'indomani del crack Lehman, oggi si ritroverebbe in tasca, reimpiegando le cedole, 169 euro per un rendimento annuo del 5%. Ma da Indici e Dati, pubblicazione dell'ufficio studi di Mediobanca, si evince che puntando sulle Star del listino si sarebbe fatto davvero bingo: il capitale sarebbe aumentato al ritmo del 15,6% medio annuo e a fine periodo (settembre 2019) i 100 euro sarebbero diventati 476.

Le blue chip invece non hanno brillato. Le prime trenta per capitalizzazione hanno infatti reso un più modesto 4,6% annuo, con 155 euro a fine periodo. Dei comparti il più redditizio è quello dei titoli industriali, con un rendimento medio del 9,1% (255 euro finali), che battono di gran lunga gli assicurativi (+3,6% all'anno, 146 euro finali), mentre le banche nel decennio hanno mostrato un rendimento negativo (-4,5%, con un abbattimento del capitale investito vicino al 40%).

I migliori
Nei dieci anni e nove mesi considerati, Amplifon si è aggiudicato la palma di titolo più performante: chi ci ha creduto ha visto moltiplicare dal 2008 il capitale di oltre 29 volte, con un rendimento medio annuo del 36,9%. Anche De Longhi non se l'è giocata male (capitale moltiplicato per 18,4 volte e 31,1% di rendimento medio). A seguire, Banca Generali (16,8 volte, 30% di rendimento), Brembo (16,1 volte, 29,5%) e Reply (15,4 volte, 29%).

In generale, sei titoli su dieci hanno prodotto un rendimento positivo, ma nemmeno quattro su dieci sono riusciti a battere i BTp. Nel lunghissimo periodo, però, per difendersi dall’inflazione l’unica è reinvestire i dividendi. Dal 1928 a oggi il capitale investito nel mercato azionario italiano avrebbe visto infatti il potere d'acquisto decurtato dell'85% con rendimenti reali annui negativi del 2,1%. Viceversa, reinvestendo le cedole, il rendimento medio annuo al netto dell’inflazione sarebbe stato dell'1,3%.

Big data
A fine settembre la capitalizzazione di Borsa italiana era di 517 miliardi, pari al 30% del Pil, di 618 miliardi includendo anche le società con sede all'estero (Exor, Fca, Cnh, Ferrari, STM, Tenaris). Il comparto industriale nel decennio è aumentato di peso, portandosi dal 63% al 70% della capitalizzazione totale, mentre le banche sono dimagrite dal 26% al 20%. Più stabili le assicurazioni, passate dall'11% al 10%. Nel decennio Piazza Affari è scivolata dalla 16-esima alla ventesima posizione nella graduatoria mondiale: oggi la Russia è avanti per capitalizzazione. Del resto da fine 2008, il listino milanese ha recuperato solo il 40%, peggio ha fatto solo Madrid (+0,4%).

Dividend yield
Per rendimento sul dividendo Piazza Affari si colloca però al 6° posto al mondo con una media annua del 4%. Il numero 1 è Helsinki col 4,9%, in coda c'è il Nasdaq con l'1,4%. Dei dividendi distribuiti negli anni dal 2009 al 2019, oltre la metà delle quotate, il 52%, li ha pagati in almeno sei anni su dieci. Di queste il 27% vanta un dividend yield compreso tra il 4% e il 6%, il 5% più del 6%.

Il monte dividendi quest'anno ha toccato i 20,3 miliardi, l'erogazione più generosa del decennio, sebbene del 35% inferiore alla punta di 31,4 miliardi del 2007. La ripartizione della torta ha seguito il percorso inverso rispetto ai comparti di riferimento. I dividendi industriali sono infatti passati dall'82% al 60% del totale, quelli erogati dalle banche sono lievitati dall'8% al 27%, le cedole assicurative sono passate dal 10% al 13% del totale.

Porte girevoli
Le prime cinque società per capitalizzazione sono sempre le stesse – Enel, Eni, Intesa, Generali, UniCredit – ma nel tempo si sono scambiati i posti. Enel, che dieci anni fa era terza, oggi è la maggiore per dimensioni di Borsa. Delle prime trenta di dieci anni fa ne sono rimaste solo 15, perchè otto sono uscite dal listino e sette dalla classifica.

Nel periodo, il listino dell’Mta, il segmento principale di Piazza Affari, si è accorciato mediamente di cinque quotate all’anno. Per contro l’Aim, il mercato dedicato alle microimprese, ha beneficiato di un afflusso positivo di una decina di società all’anno. Tuttavia il listino dei piccoli non ha dato grandi soddisfazioni agli investitori.

Tra le 75 società sempre quotate all’Aim negli ultimi tre anni solo il 47% ha avuto rendimenti positivi, contro il 61% dell’Mta. Mal comune non è mezzo gaudio, ma va ricordato che altri blasonati mercati sono dimagriti più di Milano: in dieci anni la Borsa tedesca ha perso il 37% delle quotate, Londra il 29%, la Svizzera il 7% e persino il Nasdaq il 4%.

Borsa Spa
Borsa Spa, intesa come società-mercato, è sempre un gioiellino. Vanta un Roe del 48,1%, tra i più elevati al mondo, e lo scorso anno ha contribuito per il 27% agli utili dell’Lseg, pur impiegando solo il 12% del personale. Da quando è stata acquisita dalla Borsa di Londra, Borsa italiana con le sue controllate ha alimentato oltre la metà (il 51,4%) degli utili netti contabilizzati dal gruppo London Stock Exchange dal 2007 al 2018.

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