Dopo le parole di Draghi

Sullo sviluppo pesa il nodo formazione

di Andrea Garnero

default onloading pic
(ANSA)


3' di lettura

«I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri». Questa una delle prime frasi del discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini. A parole tutti entusiasti. Ma la mancanza di “qualificazione professionale” non è una novità di oggi. Da decenni la situazione dei giovani italiani resta tra le più difficili in Europa.

Dal 2000, per esempio, sappiamo che le performance scolastiche degli studenti italiani sono stabilmente sotto la media Ocse. Il numero di Neet (i giovani che non lavorano ma che al tempo stesso non studiano né sono in formazione) è da anni tra i più alti in Europa (nel 2019 siamo diventati primi superando la Bulgaria). Post-Covid il conto rischia di salire alle stelle. Secondo i calcoli di Andrea Gavosto e Barbara Romano nel libro curato da Giorgio Bellettini e Andrea Goldstein L’Economia italiana dopo il Covid-19 (Bononia University Press), i mesi di assenza da scuola potrebbero costare, in termini di minori redditi futuri, fino a 21mila euro per studente (moltiplicati per gli 8,4 milioni di studenti italiani significa il 10% del Pil). Ma anche chi aveva già finito gli studi e ha visto il proprio stage o lavoro interrompersi rischia di pagare la crisi a lungo negli anni a venire.

Per provare ad affrontare questi problemi, però, non basta rinfrescare lo slogan blairiano “education, education, education” degli anni 90. Nel caso italiano non è solo un problema di offerta di competenze. L’economia italiana, infatti, è bloccata in un equilibrio di bassa offerta di competenze da parte dei lavoratori, ma anche bassa domanda da parte delle imprese. Circa il 6% dei lavoratori italiani non ha competenze sufficienti per svolgere le proprie mansioni e il 18% possiede un titolo di studio inferiore a quello richiesto dalla professione. Il 35% dei lavoratori italiani è impiegato in settori che non corrispondono alla propria area di studio. Dal lato imprese, un buon numero di imprese, soprattutto quelle medio-piccole, non ha adattato i processi produttivi e mostra competenze manageriali basse. Studi internazionali sulle pratiche manageriali mostrano per le imprese italiane punteggi inferiori a quello degli altri Paesi, mentre le filiali di imprese straniere in Italia sono comparabili a quelle in altri Paesi. Le imprese dedicano alla formazione formale solo lo 0,3% del monte salari, contro l’1% della Francia o il 2,5% del Regno Unito.

Questa combinazione di bassa offerta e bassa domanda di competenze si riflette in una produttività che non cresce e salari che stagnano. Investire in formazione comporta partire dall’infanzia e accompagnare la persona lungo tutta la vita. Gli anelli più deboli rimangono l’apprendistato e la formazione continua che toccano ancora un numero limitato di persone in Italia e la qualità delle formazioni proposte resta spesso bassa o limitata al minimo previsto per legge.

Il “Fondo nuove competenze” introdotto con il decreto Rilancio per convertire temporaneamente una parte dell’orario di lavoro in formazione finanziata dallo Stato sulla base di un contratto collettivo potrebbe avere un effetto positivo sulla quantità di formazione in azienda. In attesa dei dettagli (il rapporto con le Regioni in materia è complesso), c’è da sperare che siano previsti parametri chiari anche sulla qualità della formazione offerta. Inoltre, senza un rafforzamento della contrattazione territoriale, il Fondo resterà limitato solo ad alcune grandi imprese.

Resta, però, un problema di fondo: la formazione rimane in capo all’azienda, non alla persona. Tutto dipende dalla lungimiranza o, più prosaicamente, dalle risorse della singola impresa. Il diritto soggettivo alla formazione introdotto nel contratto dei metalmeccanici a fine 2016 aveva provato a cambiare paradigma, ma è rimasto in gran parte lettera morta. Sarà interessante vedere se durante le negoziazioni sul Ccnl metalmeccanico dei prossimi mesi il tema sarà ripreso, correggendo gli aspetti che non hanno funzionato, o abbandonato. Intanto, nel quadro del piano per accedere ai fondi di Next Generation EU, si potrebbe cominciare a ragionare su un conto personale di formazione che, sul modello francese, consenta a ogni lavoratore, a prescindere dall’impresa in cui lavora, di accumulare crediti da spendere in formazione, supporto in un progetto di impresa o valutazione delle competenze. Invece, per affrontare i limiti nella domanda di competenze, recuperando il ritardo delle Pmi nell’adozione e sviluppo di competenze manageriali innovative, serve un piano di informazione e formazione dei datori di lavoro e manager e incentivi o aiuti all’assunzione di competenze manageriali esterne e/o neolaureati. Senza necessariamente aspettare il Governo, le parti sociali, anche grazie ai non trascurabili fondi bilaterali che hanno in gestione, possono fare molto per tirare l’Italia fuori dalle secche di una bassa offerta e bassa domanda di competenze.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti