Il conflitto dimenticato

Sullo Yemen la mano armata di Teheran

di Roberto Bongiorni

(REUTERS)

4' di lettura

Missili anti aerei e anti-carro. Ordigni sofisticati. E ultimamente anche droni. Le denunce giravano già da anni. Ma le vigorose smentite di Teheran e la mancanza di prove certe non consentivano di formulare accuse precise. Oggi le prove certe non ci sono ancora, ma una mole sempre numerosa di indizi e denunce da parte di fonti anonime informate, ma anche da parte di organizzazioni internazionali, porta sempre alla stessa conclusione: l’Iran starebbe rafforzando il suo sostegno militare alla minoranza sciita degli Houti, da due anni impegnata in una cruenta guerra in Yemen contro la maggioranza sunnita sostenuta dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Il conflitto dimenticato, che negli ultimi due anni ha già ucciso più di 10mila civili, potrebbe ora trasformarsi nella nuova guerra per procura, dove Arabia Saudita, culla dell’Islam sunnita wahabita, e l’Iran, roccaforte del mondo sciita, si stanno affrontando uscendo anche allo scoperto - come in Siria - nel tentativo di affermare il loro ruolo di potenza regionale del Golfo Persico.

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In altre parole in Yemen si rischia di vedere quanto si è visto in Siria. Con le logiche implicazioni del caso; un’internazionalizzazione del conflitto, l’uso di armi sempre più sofisticate, e letali, il coinvolgimento di sempre più attori stranieri, e il conseguente aumento delle vittime civili in un Paese giù alle prese con una siccità che sta stremando la popolazione e che potrebbe presto trasformarsi in una gravissima carestia.

Il ruolo degli Stati Uniti

Già in dicembre un rapporto pubblicato dal Conflict Armament Research (Car), un istituto di ricerca indipendente con sede nel Regno Unito che si occupa di monitorare i movimenti ed i commerci illegali di armi che avvengono nelle zone del mondo coinvolte in conflitti, segnalava un flusso continuo di armi provenienti dall’Iran e dirette in Yemen attraverso la Somalia. L’ultimo rapporto del Car, diffuso in questi giorni, conferma e rafforza lo scenario giù prefigurato.
Un articolo dettagliato dell’agenzia Reuters, aggiunge oggi che negli ultimi mesi gli sforzi bellici di Teheran per sostenere la minoranza yemenita degli Huoti sono cresciuti sensibilmente.

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«Lo Yemen è dove sta accadendo la vera guerra per procura e vincere il conflitto in Yemen contribuirà a definire l’equilibrio di potere nell’intero Medio Oriente», ha dichiarato a Reuters il generale Ahmed Asseri, portavoce della coalizione di 10 Paesi arabi guidata dall’Arabia che da due anni sta martellando le postazioni degli Houti con incessanti bombardamenti, che tuttavia non di rado colpiscono anche obiettivi civili provocando stragi di innocenti.

«Sembra ora che un piccolo numero, forse alcune dozzine, di corpi della guardie rivoluzionarie (iraniane) con l’assistenza degli Hezbollah libanesi abbiano realizzato un programma per addestrare ed equipaggiare gli Houti», ha scritto Thomas Juneau, professore all’Università di Ottawa specializzato in Medio Oriente ripreso dal quotidiano israeliano Jerusalem Post.

I droni kamikaze

I droni appunto, sono l’ultima arma, una delle più efficaci, a disposizione dei ribelli Houti. Sono spesso imbottiti di esplosivo e impiegati soprattutto per colpire i sistemi antimissilistici Patriot, forniti anche dagli Stati Uniti, e altri sistemi radar. Da qui il termine che gira in Yemen; droni kamikaze.
Non è un segreto che nel conflitto dimenticato, che da due anni lacera lo Yemen, anche gli Stati Uniti stiano giocando un ruolo importante. Sono più di 110 miliardi di dollari – una cifra astronomica – il valore dei contratti di fornitura di armi che dal 2010 gli Stati Uniti hanno siglato con la Monarchia saudita. Elicotteri e armi che vengono molte volte impiegati dai sauditi nella loro campagna militare in Yemen. Un “patto” non ufficiale che vede il Pentagono fornire anche carburante ai caccia sauditi e team di assistenti militari da affiancare ai sauditi. «Gli esperti sostengono che la coalizione (saudita, ndr) sarebbe a terra se Washington sospendesse il suo sostegno», scriveva il New York Times.

È un’alleanza tenuta sotto tono che non piace a Teheran, tanto meno agli Houti. I quali, nell’ottobre del 2016, hanno lanciato due missili contro un cacciatorpediniere della Marina militare americana, senza peraltro colpirlo, provocando la rappresaglia degli Usa conto alcuni loro postazioni radar. Solo tre mesi fa gli Houti erano riusciti a danneggiare seriamente anche una nave da guerra saudita nel mar Rosso con tre imbarcazioni kamikaze . Ora i droni kamikaze in mano agli Houti rappresentano la minaccia più seria contro il traffico marittimo a Bab al-Mandeb, lo strategico stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. È da qui che passa quasi il 40% del traffico marittimo mondiale. Tra cui anche molte petroliere.

Gli Houti sostengono di aver fabbricato i droni da soli. Eppure sei droni Qasef 1, intercettati nella città yemenita di Marib dagli Emirati Arabi Uniti lo scorso 27 novembre, sembrano arrivati dall’Oman attraverso le rotte del contrabbando.
Anche lo stesso Car ritiene , nel suo ultimo rapporto, che i droni Qasef 1 in mano agli Houti non siano stati costruiti localmente e che assomiglino a un tipo di droni fabbricati in Iran.

In questa guerra a lungo ignorata dai media occidentali, la coalizione saudita non sta ottenendo i successi militari sperati. Tutto fa presagire che il “conflitto dimenticato” si trascini ancora a lungo. E non è escluso che si trasformi in un’altra Siria. In un conflitto forse non più dimenticato, ma probabilmente ancora più violento e sanguinoso.

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