L’opinione

Super Green Pass: la politica decida, ma ascolti la scienza

I dati medico-scientifici sono non solo la migliore base per ogni decisione collettiva, ma in realtà l’unica. E il legislatore deve farvi affidamento

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

Covid, quarta ondata e chiusure in Austria e Germania. E in Italia?

3' di lettura

Winter is coming e, con l’arrivo dell’inverno, aumentano i contagi e gli ingressi nelle terapie intensive, mentre le regioni e i comuni rischiano di ingiallirsi o arrossarsi. Tornano, in questo contesto, i dubbi su quel che dovrebbe o potrebbe fare lo Stato per fronteggiare la situazione. Insieme alle misure adombrate ma non realizzate, come l’obbligo vaccinale, e a quelle effettivamente introdotte, come il green pass, ne viene invocata oggi una terza, variamente battezzata, che sulla stampa ha preso il nome di “super green pass”.

Si tratterebbe, pare di capire, di consentire anche a chi ha effettuato un tampone le attività ritenute necessarie, come fare la spesa o salire su mezzi pubblici, riservando quelle ritenute voluttuarie, come entrare in bar, ristoranti, stadi, cinema e teatri, soltanto a chi si sottopone al vaccino.

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Ora – momento autobiografico – se con gli articoli sul green pass siamo stati, persino noi, bersagli di insulti e minacce, con questo temiamo di scontentare sia la fazione che ormai si dà appuntamento ogni sabato nel centro delle città, sia quelli, la stragrande maggioranza, che hanno accolto di buon grado restrizioni e aumento della burocrazia.

I princìpi costituzionali

Vediamo perché. I principi sono sempre gli stessi, ripetuti a ogni svolta della pandemia da chi tenta di ragionare nel quadro dell’ordinamento. L’art. 32 della Costituzione conferma che la salute è un diritto dell’individuo e un interesse della collettività. E che, in quest’ottica, nessuno può essere obbligato a subire trattamenti sanitari se non per disposizione di legge. La Corte costituzionale, poi, ha ben declinato questo principio, proprio in un caso che riguardava i vaccini: lo Stato può intervenire a imporre una prestazione medica quando ciò sia non solo a tutela della salute del singolo ma anche della società intera.

Queste ci paiono ormai conquiste acquisite anche tra i più refrattari al ragionamento (giuridico e no). Ciò che ci sembra decisivo, in quest’ottica, è che una tale prospettiva sia guidata da una impostazione scientifica e non “punitiva”, sia pure in senso lato. In altri termini, le scelte politiche debbono restare nelle mani dei rappresentanti del popolo e dei vertici dell’amministrazione, i quali però hanno l’obbligo di esercitare il proprio potere appoggiandolo sul sapere specialistico, non abbandonandosi alla tentazione di ghettizzare chi sbaglia.

Scienza unica base per le decisioni

Sappiamo che anche la scienza più dura non fornisce risposte esatte. Non lo fa, a maggior ragione, nemmeno la medicina, che è scienza pratica e meno che mai lo fa su una patologia non ancora del tutto studiata e conosciuta, come quella che rinvigorisce in questi giorni. Tuttavia, questi dati medico-scientifici sono non solo la migliore base per ogni decisione collettiva, ma in realtà l’unica. E il legislatore deve farvi affidamento, così da rendere razionali, e dunque accettabili, restrizioni a libertà altrimenti intangibili.

L’alternativa sarebbe un arbitrio moraleggiante: inventarsi angherie sociali per costringere le persone a vaccinarsi non ci pare né in linea con la nostra Carta costituzionale, né degno di un Paese che tratta i propri connazionali come cittadini e non come quadrupedi belanti da condurre di qua o di là.

Il legislatore può senz’altro giungere fino a imporre la profilassi e di conseguenza anche a utilizzare strumenti comunque incisivi come la “super certificazione verde”, variamente modulata. Tuttavia, ed è questa circostanza che ci preme sottolineare oggi, qualunque scelta politica che si vorrà assumere dovrà essere giustificata dal parere degli esperti, il più possibile condiviso, pur nella consapevolezza che non si tratta di certezze assolute.

Non ci scandalizzano divieti e sanzioni, dopo i due anni che ci siamo lasciati alle spalle, se questi sono indispensabili per non tornare là da dove veniamo. Ci lasciano perplessi, invece, imposizioni prepotenti, tanto o poco non importa, come sempre lo sono quelle che derivano dalla voglia di indurre con le cattive chi non si lascia convincere con le buone. Anche quando costui ha torto.

Agire a vantaggio di tutti

Una simile impostazione vale pure per la scelta delle categorie da sottoporre all’obbligo vaccinale. Anche in questo caso, l’imposizione non dovrebbe avere sapore didascalico, ma squisitamente utilitaristico. Un esempio: non si imponga il vaccino ai dipendenti pubblici perché spetta a costoro dare il buon esempio, ma alle categorie a maggior contatto con il pubblico o con soggetti deboli, poiché ciò aiuta a soffocare la pandemia. D’altra parte, alla morale sbandierata abbiamo sempre preferito l’immortale Woody Allen che coniò il corso universitario: «Etica. L’imperativo categorico kantiano e i sei modi per volgerlo a proprio vantaggio».

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