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Supercoppa alla Juve: Ronaldo d’Arabia, Pipita perso fra le dune

di Dario Ricci


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Cristiano Ronaldo decide Juventus-Milan, finale di Supercoppa di Lega, e alza il primo trofeo «italiano» (Epa)

4' di lettura

Doveva essere il loro duello, CR7 contro Pipita; presente, passato e futuro di Juventus e Milan, nel segno dei gol, dell’orgoglio, della voglia di non mollare mai in una notte di emozioni e rivincite. Il calcio postmoderno, quello disegnato da fondi d’investimento, fair-play (solo finanziario) e logiche proto-industriali, ha reso poltiglia la sfida di Gedda, manco fosse la neve di marzo. Ma qualcosa comunque rimane, nell’album delle fotografie di questa Supercoppa, e vale quindi la pena di sfogliare insieme.

Ronaldo che alza la Coppa al cielo.
Scena non nuova, in verità, nella carriera del portoghese, alla 21esima finale vinta su 28 disputate. Ma, insomma, fa sempre un certo effetto vederlo con un trofeo in mano e con quella maglia addosso, anche se i fuochi d’artificio e i coriandoli previsti dal cerimoniale partono con discreto ritardo rispetto alla consegna del trofeo a capitan Chiellini. Poco male. Del resto, non era questa la prova generale in vista di un’altra premiazione, a inizio giugno, in quel di Madrid?

La notte del Pipita.
Frutto amaro del calcio postmoderno, preceduta da una giornata grottesca, con Higuain assente misterioso dalla foto della squadra in hotel prima del match; poi le voci di una fastidiosa febbriciattola che ne mette a rischio la presenza dal primo minuto; poi la panchina, il riscaldamento, l’ingresso a venti minuti dalla fine, le giocate in punta di piedi e ben lontano dall’area di rigore (perché farsi male col biglietto per Londra già in tasca sarebbe dispiaciuto a lui e avrebbe fatto parecchio arrabbiare la Juve); poi ancora la grottesca discussione con Bonucci e altri ex compagni nel dopogara. Titolo del cinepanettone tra dune e petrolio: «Per un pugno di dollari (ne valeva la pena di perdre la faccia?)»

Il Falco colpisce ancora.
Subito dopo il fischio d’inizio, un invasore solitario e pacifico è entrato sul terreno di gioco di Gedda, solo parzialmente inquadrato dalla regia che ha colto solo il saluto finale a Bakayoko. È Mario Ferri, detto «il Falco», che delle invasioni di campo ha fatto una ragione di vita (e di notorietà). Anche a Gedda si è autoimmortalato con un video-selfie, in cui si vede che riesce a stringere la mano anche a Ronaldo, prima di venire bloccato dagli uomini della sicurezza.

Il tocco di Pjanic.
Quasi fatica a trovare il suo spazio in un centrocampo juventino quest’anno più che in altre occasioni a metà del guado, tra la via maestra della tecnica a ogni costo e quella di un’esasperata fisicità. Poi il bosniaco s’illumina in un attimo, e serve l’assist decisivo per la testa rapace di CR7.

Le mani di Gigio.
Quasi non te ne rendi conto nell’immediato, ma a vederlo al replay il gol fa ancora più male al popolo milanista, con quelle mani di Donnarumma trapassate dal pur imprevedibile colpo di testa di Ronaldo. Doveroso sarebbe stato fare qualcosa in più, e di meglio.

I fischi di Banti.
La loro eco ancora si propaga tra le dune d'Arabia. Un fischio insistito, che lascia perplesso prima, rabbioso poi, via microfoni e social, il popolo rossonero, ma anche i suoi beniamini in campo. Sembra concedere un pizzico di tolleranza in più ai mediani juventini, risparmiando il giallo a Bentancur e Matuidi, e applicare invece con zelo certosino il regolamento sulle rudezze rossonere (ma il rosso a Kessie è sacrosanto). Sul contatto tra Emre Can e Conti dovrebbe almeno chiedere conto al Var, ma glissa, colpevolmente (perché si può anche decidere di non dare il rigore, ma almeno uno sguardo alla tv era d’obbligo).

La traversa di Cutrone.
Il momento che (forse) avrebbe potuto cambiare il match, sullo zero a zero e con una Juventus dagli ingranaggi ingolfati, causa sabbia e caldo. Sgraziato come pochi dal punto di vista tecnico, Patrick si conferma un opportunista senza pari nel nostro calcio. Dote da affinare, coltivare, per continuare a sognare in grande.

L’abbraccio Bonucci-Gattuso.
Succede casualmente, con la Juventus già in vantaggio, col centrale juventino che interviene in anticipo lungo la linea laterale e quasi travolge il tecnico milanista. Chissà quante volte sarà successo l’anno scorso a Milano, quando Bonucci del Milan di Montella prima, e Gattuso poi, era capitano e colonna portante (si pensava allora) della rifondazione. Ecco allora quell’abbraccio, tributo postumo a un mai nato amore calcistico.

Quella medaglia via dal collo.
Il nuovo vezzo è ormai questo, da regalare ai fan via diretta tv o selfie sui social: chi perde, neppure per un istante tiene al collo la medaglia d’argento appena ricevuta durante la premiazione. Gesto sempre più frequente, che vorrebbe garantire l’immagine imperitura di fenomeni che non accettano neppure per un attimo l’idea della sconfitta. Sarà, ma a noi, che pure quel gesto lo comprendiamo, non convince fino in fondo. Anzi, forse sentire proprio il peso di quella medaglia al collo, può essere il primo passo per costruire rivincita e vittoria.

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