Arte

Superfici non superficiali

di Gabi Scardi

Un’opera dell’artista statunitense i cui lavori vertono principalmente sulla percezione di luce, spazio e superfici

4' di lettura

La superficie non è affatto superficiale, ma profonda e significativa; e, anzi, proprio in superficie avvengono le cose più importanti, interessanti e anche più sensuali della nostra vita. Questo è l’assunto da cui parte Giuliana Bruno, teorica e docente di Visual and Environmental Studies a Harvard, nel suo libro Superfici. A proposito di estetica, materialità e media, recentemente pubblicato da Johan & Levi dopo essere uscito in inglese per University of Chicago Press.

Il tema centrale del libro è rintracciabile in nuce nei precedenti, lo straordinario Atlante delle emozioni (2002; Bruno Mondadori 2006 e Johan & Levi 2015 e Public Intimacy (2007; Pubbliche intimità, Bruno Mondadori 2009). Ma qui viene sviluppato in modo da costituire una trattazione a parte, fluida sebbene concettualmente densa, fatta di slittamenti nel tempo e nella geografia e di trasmigrazioni tra media e discipline diversi.

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Per analizzare il tema della superficie e dello schermo Giuliana Bruno parte da Lucrezio, secondo il quale la sostanza fisica di un’immagine si manifesta, appunto, sulla superficie, per poi concentrarsi sull’attuale epoca virtuale.

Perché oggi, a maggior ragione, le percezioni e le relazioni si manifestano sulla superficie di diversi media, e il fenomeno va letto nelle sue multiple sfaccettature e manifestazioni.

Il percorso del libro si sviluppa per piani successivi, a partire dalla forma di superficie primaria e più vicina, la pelle, per arrivare alla pellicola, e al monitor.

L’epidermide porta a pensare al volto; ed ecco manifestarsi la superficie come dimensione in cui la materialità delle cose si rende tangibile; e non è un caso che in inglese e in francese il termine superficie contenga la parola faccia: surface. La superficie è questo: luogo di relazione - con-tatto - per eccellenza. E questa relazione, per Bruno, «non riguarda i materiali, bensì la sostanza delle relazioni materiali»; e si manifesta nei media attuali come «tensione di superficie in nome della quale le distinzioni tra interno ed esterno si possono temporaneamente dissolvere».

Lo spostamento dal visivo al tattile consente di passare dal primo involucro - la pelle - al secondo: il tessuto che ci ricopre, quello dei vestiti che abitiamo, e attraverso i quali ci esprimiamo e ci connotiamo dal punto di vista personale, sociale, culturale ed etnico.

E quindi al terzo, rappresentato dai muri, dall’architettura: oggi, secondo Giordana Bruno, gli architetti pensano sempre di più ai muri non come a strutture statiche, ma come luoghi di metamorfosi duttili e tattili: di fatto, schermi.

E del resto lo schermo era, anticamente, un elemento legato all’architettura d’interno: parete divisoria, o elemento da collocare davanti a una finestra per schermare la luce; comunque un diaframma tra interno ed esterno; lo schermo era, già in quel passato pre-tecnologico, una superficie non trasparente ma che lasciava trasparire, o un piano su cui si proiettava la luce.

Da qui un ulteriore slittamento alle arti visive, nelle quali la superficie ha sempre contato e avuto profondità: pittura, scultura, e le più recenti, installazione e video; e quindi al cinema; tutte arti che si intersecano nel nome di questa membrana; e infine ai monitor, allo schermo del telefono, oggi pervasivamente presente e così indicativo rispetto alla condizione di contemporaneità: ancora una volta, è sulla superficie che avvengono i nostri contatti, grazie alla sensazione che non si limita più all'ottico e al tattile, ma raggiunge l’aptico; ossia l'entrare in contatto reale e profondo con oggetti o persone, interagendo con la tecnologia; una sensazione vicina alla sinestesia dei sensi.

Così, se lo schermo viene presentato come piano di mediazione tra diverse forme d’arte, Bruno dedica pagine pregnanti ad alcuni artisti nei quali rinviene un’attenzione particolare al concetto della materialità in quanto texture e una capacità di esprimere la profondità attraverso la superficie.

Del loro lavoro esplora lo spessore di superficie, e «lo svilupparsi di strati che sono anche sedimenti di esperienze e di vissuto e segni dell’accumulo e della trasformazione nel tempo». Da Anni Albers a Piero Manzoni, con il suo il lavoro sulla tela stessa, a Robert Irwin, a James Turrell, a Do-Ho-Suh, a Anthony McCall con i suoi coni di luce; a Krzysztof Wodiczko, con installazioni che, coniugano il linguaggio cinematografico alle strutture architettoniche, invitando a riflettere su una categoria di soggetti resi invisibili da una barriera politica e sociale; a Rachel Whiteread e Doris Salcedo, nelle quali la tensione di superficie dei media si tocca con mano; a Carlos Garaicoa, che con le sue architetture in carta giapponese illuminate dall’interno trasforma la superficie proiettiva in volume architettonico; o realizza paesaggi urbani di luce planari, dall’effetto fantasmagorico.

Oggi sono innumerevoli le riflessioni sul cinema e sul video, ma riguardano per lo più i contenuti proiettati. Mancava un’elaborazione teorica sullo schermo in quanto oggetto e superficie e in quanto catalizzatore di dinamiche di mediazione, memoria e trasformazione. Giuliana Bruno suggerisce invece che questo possa essere uno dei varchi più interessanti attraverso i quali addentrarsi nel mondo contemporaneo.

Con un approccio realmente interdisciplinare e una straordinaria ricchezza di argomentazione, ma senza legnosità concettuale, scritto in un modo aperto che invita a una lettura lineare, ma non la esige necessariamente, con una prosa letteraria fluida ed estremamente soggettiva, a tratti addirittura intima, comunque coinvolta e coinvolgente, il denso saggio di Giuliana Bruno inquadra la questione, intensificandosi intorno a singoli autori - artisti, architetti, registi cinematografici, designer di moda, le cui opere sembrano erompere dalla pagina con vitalità.

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