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Superlega, 10 ragioni per cui è una buona idea

Progetto non del tutto sbagliato, perfettibile, qualcosa su cui si può lavorare anche in corso d’opera. Per salvare il calcio dal crack (e da sé stesso)

di Lello Naso

Nasce la Superlega: cos'e' la nuova competizione europea di calcio

6' di lettura

Ci sono dieci motivi semiseri, alcuni buoni altri meno, per dire che la Superlega è un’idea non del tutto sbagliata. Magari perfettibile, ma qualcosa su cui si può lavorare, anche in corso d’opera. Per salvare il calcio da sé stesso e dal tracollo finanziario.

1) Il tempo non si può fermare

Nel 1898 il campionato di calcio si giocò in una sola giornata, a Torino. Poi si passò ai gironi regionali del Nord, infine, nel 1929 al campionato unico nazionale, la Serie A. Invochiamo l’Europa a ogni pie’ sospinto come dimensione necessaria per la sopravvivenza del Continente. Il calcio è l’unica industria indiscutibilmente leader globale rimasta in Europa, vogliamo dargli una dimensione consona o vogliamo continuare a baloccarci solo con i campionati delle contrade? Che Boris Johnson, in un comunicato, parli dei danni al calcio domestico, domestico avete letto bene, è un serio indizio che l’idea di Superlega sia giusta. Cambierà opinione, Boris, come sul Covid, quando teorizzava il far nulla per arrivare all’immunità di gregge e poi, invece, ha chiuso i pub e vaccinato tutti.

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2) Le regole sono una cosa seria

La serie A è stata un campionato prima a sedici, poi a diciotto, infine a venti squadre. Quando nel 2004 si passò al campionato a venti squadre lo si fece perché il sistema rischiava di saltare per un ricorso del Catania che militava in Serie B e chiedeva la non omologazione di una partita per la squalifica di un calciatore schierato dal Siena nel campionato Primavera, quello dei ragazzi. Il Catania vincendo quella partita sarebbe tornato in Serie A. Fece ricorso, a chi se non al Tar, e costrinse il sistema ad allargare il campionato a venti squadre. Se non vi è venuto il mal di testa e avete capito il garbuglio, sappiate che poi il Catania è fallito e risorto e adesso milita in Lega Pro (la vecchia Serie C). Le regole del calcio italiano, invece, non sono tanto diverse da allora. Per decidere se una squadra con tesserati isolati per Covid può giocare o no, servono tre gradi di giudizio e per recuperare una partita deve trascorrere un intero girone. Juventus-Napoli di quest’anno vi dice qualcosa?

3) La Governance è una cosa seria

Uefa, Fifa, federazioni e leghe nazionali, soprattutto quella italiana, in questi ultimi anni hanno dato un’immagine di sé spesso imbarazzante. Come il comunicato di domenica scorsa in cui fanno la faccia finta feroce del cane Bendicò del Gattopardo, la distruzione che arriva fino al fido animale di famiglia raffigurato nello stemma araldico. Minacce di escludere le squadre dai campionati e i calciatori della Superlega dai Mondiali. Tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie. Il calcio italiano, poi, ha dato spesso l’immagine di un’armata Brancaleone, governata da presidenti che non hanno nulla da invidiare al patron della Longobarda dell’Allenatore nel pallone con Lino Banfi. Il mese scorso, per l’assegnazione dei diritti tv sono servite venti assemblee e i diritti secondari non sono stati ancora assegnati. Esattamente come alla vostra assemblea di condominio quando bisogna decidere da chi comprare i sacchi per la raccolta differenziata.

4) Non esistono più i ricchi di una volta

C’era un tempo in cui i presidenti di calcio erano dei ricchi signori disposti a tutto pur di vedere la propria squadra primeggiare. Angelo e Massimo Moratti, Gianni e Umberto Agnelli, solo per citare i più noti, erano disposti a qualunque cosa per far vincere la propria squadra. Ma erano, si fa per dire, pochi miliardi di vecchie lire. Lo facevano pure gli imprenditori di provincia che anche a causa del calcio hanno perso o rischiato di perdere le loro imprese: Giussi Farina che si svenò per strappare Paolo Rossi alla Juventus, la famiglia Sensi che si indebitò fino al midollo per portare lo scudetto a Roma. Massimo Moratti fu costretto a cedere al gruppo cinese Suning un’Inter sommersa dai debiti e battendo il record di presidente più generoso della storia del calcio (circa un miliardo di euro sacrificato alla causa nerazzurra). Oggi le dimensioni sono ulteriormente cresciute: un anno senza Champions League vuol dire 100-150 milioni di euro di perdite per imprese che hanno 500-600 milioni di euro di fatturato. A vantaggio di chi può permettersi il lusso di dimensioni medie - l’Ajax, il Borussia Dortmund, l’Atalanta - e di anni senza vittorie. Ditelo voi al fondo Elliot, a Exor e Suning, proprietari di Milan, Juventus e Inter, che devono continuare ad arricchire i procuratori proprietari occulti di squadre europee e le formichine che possono arrivare settime in Serie A e vendere ogni anno due-tre pezzi della collezione di calciatori. Il valore della produzione del calcio italiano è di circa quattro miliardi e il debito di oltre cinque. Pensate si possa andare avanti così a lungo?

5) Le categorie sono sempre esistite

Esistono i dilettanti, i professionisti, i professionisti di Serie C (oggi Lega Pro), B e A. Esistono le squadre da Champions League. Adesso esistono le squadre da Superlega. Sono le più titolate, le più strutturate, quelle con più tifosi nel mondo (circa l’80%). Sono anche le più ricche, se la parola non arreca offesa. Faranno un loro campionato perché se continuano a fare il campionato degli altri, l’intero sistema andrà gambe all’aria. Prima loro, a ruota tutto il resto che non godrà più delle elargizioni degli ex ricchi scemi. Certo, l’obiezione che si accede alla categoria Superlega per censo e non per meriti è fondata. In un mondo ideale dovrebbero andarci le squadre che hanno acquisito i meriti sportivi negli anni. Fossero gli ultimi quaranta, quelli del calcio moderno e della tv a colori, dai Mondiali dell’82 in avanti, i conti tornerebbero. Perché se dovessimo scegliere quattro italiane per titoli, la quarta sarebbe il Genoa che vinse nove scudetti tutti prima della Seconda guerra mondiale, quando il campionato a quattro squadre si giocava sopra il Po.

6) C’è un modello simile alla Superlega che funziona

Nel basket europeo, nel 2000, successe qualcosa di simile a quello che sta succedendo adesso nel calcio. Due leghe per la massima competizione europea, con i club più forti che si staccarono dalla federazione e organizzarono un torneo a inviti. Nel 2001 ci furono due campioni d’Europa. Nel 2002 la lega della federazione si arrese e confluì in quella degli scissionisti ricchi e famosi. Una sola competizione, l’Eurolega, a cui partecipano le squadre con licenza, dodici, le squadre vincitrici di cinque campionati nazionali europei e della seconda coppa del basket, le squadre invitate. Il numero dei partecipanti è stato allargato o ristretto in base agli anni, con le dodici squadri titolari di licenza decennale (che si perde per demeriti sportivi) sempre presenti. Il torneo è competitivo, spettacolare e molto sportivo. Come del resto la Nba. O pensate che Boston Celtics, Los Angeles Lakers e compagnia schiacciante non competano? O ci sono dubbi su atleti come Michael Jordan, Kobe Bryant e LeBron James?

7) Le Tv e gli sponsor contano

Non siamo ipocriti. Se un broadcaster spende circa un miliardo all’anno per il campionato di Serie A ed è disposto a spenderne quattro all’anno per la Superlega, in un modo o nell’altro bisogna dargli ascolto. O tornare indietro nel tempo al meraviglioso Tutto il calcio minuto per minuto. Scusa Ameri, Vinazzani ha portato in vantaggio il Napoli con un fendente dalla distanza. Invece, vogliamo vedere tutte le partite più importanti in diretta di tutti i campionati più belli. Qualcosa bisogna sacrificare in nome degli ascolti di chi spende miliardi di euro e vuole un prodotto all’altezza dell'investimento. E in nome degli sponsor che vogliono mettere il loro marchio sulle maglie più prestigiose e più viste nel mondo. Nel 1980 la Nba concesse a un piccolissimo imprenditore milanese, Bruno Bogarelli, i diritti per trasmettere le prime partite Nba fuori dagli Usa. Bogarelli rivendette i diritti a Primo Canale e poi a Fininvest ora Mediaset. Oggi sono 210 i Paesi che trasmettono la Nba nel mondo. Le televisioni contano molto.

8) I campionati nazionali rimarranno

In ogni caso, i campionati nazionali non verranno aboliti. Il Chievo e la Reggina potranno giocare in Serie A contro i plutocrati della Juventus, dell’Inter e del Milan e magari batterli. La palla continuerà a essere rotonda. Se l’Atalanta o la Roma o il Napoli o la Fiorentina arriverà prima nel campionato dei diversamente ricchi, potrebbe partecipare alla Superlega. Una sola squadra per merito. Come si faceva quando il pallone era di cuoio e la Superlega si chiamava Coppa dei campioni. Una squadra per paese. Non si sa se sia previsto dal progetto degli scissionisti, ma se lo fosse sarebbe una buona idea.

9) I Governi farebbero bene a pensare ad altro

I comunicati e le dichiarazioni sparse dei Governi ci fanno pensare che se delle imprese private vogliono levarsi dal calderone e dalle burocrazie, tutti i torti non hanno. Cosa c’entrano Johnson, Macron e financo Orban con il calcio europeo? Lo stitico comunicato del presidente Draghi, fa pensare che l’ex Governatore della Bce non avesse tanta voglia di scendere in campo. Confidiamo ancora, come spesso in questi ultimi anni, nella signora Merkel. Il silenzio vale più di tante parole vane.

10) Alla fine un accordo (per la Superlega) si troverà

Il calcio ufficiale, come ha fatto il basket, sarà costretto ad accettare il modello Superlega. Ma davvero vogliamo pensare che si possano escludere le dodici maggiori squadre di calcio dai tornei nazionali? Davvero pensiamo che la Serie A possa fare a meno di Inter, Juventus e Milan? La Liga di Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid? Davvero pensiamo a Mondiali ed Europei senza Messi e CR7? Sarebbe come il Vaticano senza il Papa. Bayern Monaco e Paris, le uniche big riottose entreranno nella Superlega. Leghe e Federazioni abbozzeranno, magari con qualche spicciolo in più elargito dalla Superlega alle boccheggianti e indebitatissime società di calcio di tutta Europa. Non è difficile capire chi ha il coltello dalla parte del manico.


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