verso l’abolizione

Superticket, un autogol da 500 milioni

di Ernesto Diffidenti


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(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

Introdotto con la Finanziaria del 2011 come “tassa provvisoria”, il superticket nel corso degli anni è diventato una vera e propria boccata d'ossigeno “strutturale” per le Regioni. Il balzello da 10 euro sulle visite specialistiche e gli esami di laboratorio, infatti, fu introdotto in piena spending review come contropartita al taglio dei trasferimenti verso le amministrazioni locali di 834 milioni. All'inizio l'obiettivo fu raggiunto e le entrate regionali nel 2013 e nel 2014 raggiunsero anche il tetto di un miliardo. Poi la veloce marcia indietro che ha visto i fondi ridursi fino a dimezzarsi. Secondo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, il valore attuale del superticket sfiora a mala pena i 500 milioni. Pochi rispetto alle aspettative delle esauste casse pubbliche ma comunque irrinunciabili per le Regioni (è pur sempre il 20% delle entrate totali), tanti per i cittadini che hanno dovuto caricarsi di un ulteriore fardello tanto che un'associazione come Cittadinanzattiva-Tribunale del malato (Tdm) ha consegnato 35mila firma al presidente del Senato per chiederne l'abolizione.

Lo svantaggio per le casse pubbliche
Il Parlamento sta provando ad archiviare il superticket. Intanto però i cittadini sono sottoposti a versare quella che il presidente del Gimbe, Nino Cartabellotta definisce «una tassa estremamente iniqua perché pesa di più sui redditi bassi». Ma non solo. «È fonte di diseguaglianze - aggiunge - in quanto applicata in maniera diversa tra le Regioni e, determinando per molte prestazioni uno spostamento verso il più concorrenziale mercato privato, si traduce in uno svantaggio per le casse della sanità pubblica». Qualche esempio concreto? L'esame delle urine nel privato costa circa 2,17 euro, mentre nel pubblico si devono sborsare fino a 16,17 euro; l'emocromo in privato costa circa 9,89 euro, nel pubblico 20,89 euro.

Regione che vai superticket che trovi
La situazione sul territorio, intanto, è diventata un vero e proprio rebus per i pazienti costretti a fare i conti con regole diverse. Secondo il monitoraggio di Cittadinanzattiva, attualmente 5 regioni non applicano il balzello (Valle d'Aosta, PA Bolzano, Basilicata, Sardegna, la PA Trento dal 1 giugno 2015 prevede una quota di 3 euro), 7 regioni lo prevedono tout court (Abruzzo, Liguria, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia). Le restanti applicano misure alternative. Misure a loro volta articolate in diverse modalità: in 5 regioni (Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche,) la quota ricetta è rimodulata in base al reddito familiare, in 3 (Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia) la rimodulazione è basata sul valore della ricetta. E sono differenti sia le fasce di reddito applicate, sia le modalità di calcolo del reddito (reddito familiare o Isee), sia le fasce di valore delle ricette. E alcune regioni prevedono ticket differenziati per alcune prestazioni ad alto costo (Tac, risonanza magnetica, Pet, chirurgia ambulatoriale).

Esenzioni a macchia di leopardo
Differenti anche le esenzioni. Si va da esenzioni per specifiche condizioni di salute (malattie rare, invalidità, gravidanza) o per alcune attività di prevenzione (screening per alcuni tumori, test HIV) o per alcune categorie di cittadini individuate in base all'associazione tra condizioni personali, sociali e reddituali. Secondo Agenas ogni anno circa 30 milioni di italiani hanno necessità di fare accertamenti clinici o diagnostici e di questi la metà, dunque 15 milioni, devono pagare il superticket non potendo usufruire delle esenzioni. Sono loro che aspettano l'abolizione della tassa dal Parlamento.

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