sanità

Superticket, il riparto del “fondino” da 60 milioni guarda al Centro Sud

di Rosanna Magnano

4' di lettura

Mentre alla Camera l'abolizione tout court del superticket non trova spazio nella legge di Bilancio, si apre qualche spiraglio per le regioni del Centro Sud, che a stretto giro potrebbero ricevere qualche risorsa in più per mitigare l'impatto dell'odiato balzello. È questa la principale novità del decreto Salute-Mef all'esame delle regioni, che stabilisce il riparto del fondino da 60 milioni istituito con la manovra 2018. Un parto sofferto, dopo il disco rosso delle stesse regioni a una precedente bozza e dopo la battaglia sostenuta dal Tdm-Cittadinanzattiva negli ultimi mesi per una suddivisione più equa delle risorse, sebbene esigue. Una prima riunione tecnica per sancire l'intesa nella prima seduta utile della Conferenza Stato regioni è stata fissata al 10 dicembre.

Più aiuto alle fasce svantaggiate
«É un riparto che garantisce il rispetto della norma che lo ha istituito – sottolinea Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tdm-Cittadinanzattiva – verso un sostegno più equilibrato alle categorie vulnerabili. Infatti con questo decreto sono attribuite più risorse al Centro Sud, dove tra piani di rientro dal disavanzo sanitario e commissariamento, le popolazioni sono più svantaggiate».

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Rispetto alla prima versione del riparto, infatti, la Campania raddoppia la quota da 2,5 a 5,6 milioni. Idem la Puglia che passa da 1,8 a 4 milioni e sono stati aumentati anche i finanziamenti per il Lazio, la Calabria e il Molise. «Quello che auspichiamo - spiega Aceti - è quindi che anche le regioni più virtuose approvino il riparto così com'è, in un'ottica di solidarietà».

Unico neo è che nel decreto non si prevede una misura per monitorare che l'utilizzo delle risorse sia effettivamente mirato sulla riduzione dell'impatto del superticket: «Auspichiamo che il ministero vigili sulle delibere regionali», aggiunge Aceti. Con la incrollabile speranza che nel passaggio al Senato il vento sul superticket possa cambiare. «Il fondino da 60 milioni – conclude Aceti – è utile ma e una piccola toppa. Speriamo che al Senato si rilanci con forza l'impegno al superamento completo del balzello. Una svolta che insieme al contrasto alle liste d'attesa rafforzerebbe concretamente l'accesso dei cittadini alle cure».

Resta la disomogeneità
Sullo sfondo resta una grande disomogeneità. La normativa che ha introdotto il superticket (Dl 98/2011) ha infatti previsto la possibilità per le Regioni di ricorrere a misure alternative ai 10 euro sulla ricetta ma con effetto finanziario equivalente. Si sono avvalse di questa possibilità 7 Regioni e altre - Emilia Romagna, Lombardia e Abruzzo - hanno adottato iniziative volte ad eliminare o ridurre il peso del superticket. É chiaro quindi che il “fondino” da 60 milioni in arrivo alle regioni difficilmente potrà porre rimedio.

Per Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, «valutare se la nuova proposta di riparto - come riportato dal testo – consente una “distribuzione più equa delle risorse” è una mission impossible, visto che il superticket è un balzello innanzitutto non obbligatorio applicato dalle Regioni con cinque modalità: fissa integrale (€ 10), fissa ridotta (€ 3), proporzionale in base al reddito, proporzionale in base alla quota ricetta, nessuna applicazione». Sicuramente «la nuova proposta - prosegue Cartabellotta - è più politically correct per una spartizione delle risorse tra le Regioni, ma persiste in ogni caso la “non garanzia” che queste vengano realmente utilizzate per ridurre il superticket, in particolare nei soggetti più vulnerabili. Intanto, l'iter parlamentare della Manovra 2019 ha già fatto fuori l'emendamento per l'abolizione tout-court del superticket, mentre rimane ancora accantonato quello che propone di rifinanziare il fondo per la riduzione del superticket con € 60 milioni per il 2019, € 120 milioni per il 2020 e € 180 milioni dal 2021».

Cosa prevede il decreto
Il riparto del 90% delle risorse è determinato sulla base della quota d'accesso determinata con il riparto del Fondo sanitario nazionale 2018, mentre il restante 10% viene invece ripartito in proporzione allo scostamento tra il gettito teorico derivante dall'applicazione della quota fissa e il gettito effettivamente incassato, in modo da privilegiare le regioni che hanno adottato iniziative volte ad ampliare il numero degli esenti o che hanno adottato misure alternative alla quota fissa per ricetta. In una versione precedente dello schema di decreto, il riparto del 90% delle risorse era stabilito in proporzione al numero delle ricette non esenti e dunque assoggettate all'obbligo di pagare la quota fissa, rilevate dal flusso della Tessera sanitaria per il 2016. In questo modo si consentiva alle Regioni di ridurre la quota fissa di 10 euro per specifiche categorie di utenti svantaggiati. Ma il Coordinamento interregionale in sanità aveva legato l'assenso al testo a una rimodulazione delle percentuali di riparto rispettivamente in 80% e 20 per cento. Nell'ultima versione inviata alle regioni le percentuali restano 90% e 10% ma è cambiato il criterio di riparto, con l'obiettivo di arrivare a una distribuzione più equa delle risorse.

Il nodo della rinuncia alle cure
Il problema della rinuncia alle cure per motivi economici è un dato di fatto. Secondo le ultime rilevazioni Istat sono infatti 6 milioni le persone che non accedono alle prestazioni sanitarie necessarie e di queste 4 milioni decidono di non curarsi per problemi economici e 2 per la lunghezza delle liste d'attesa. Inoltre, come spesso ha fatto notare il Tdm, l'abolizione del superticket sarebbe una misura che rimetterebbe al primo posto la sanità pubblica. Perché per colpa di questa tassa, alcune prestazioni è più conveniente farle nel privato, tanto che dal 2012 al 2017 questa fuga verso il privato è costata al Ssn un mancato gettito di 212 milioni ogni anno per ticket su specialistica ambulatoriale, pronto soccorso, e su altre prestazioni, escluse quelle farmaceutiche. Con una perdita complessiva di circa 1,2 miliardi.

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