IL RAPPORTO 2019

Svimez: il reddito di cittadinanza al Sud allontana le persone dal mercato del lavoro

I giovani continuano a fuggire, crollano gli investimenti pubblici, continua l’emigrazione ospedaliera verso il Centro Nord. Solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue l'abbandono scolastico. Opportunità di crescita dalla bioeconomia

di Andrea Carli


Svimez: il reddito di cittadinanza al Sud allontana dal lavoro

6' di lettura

I giovani del Sud continuano a fuggire. Crollano gli investimenti pubblici. Male l’agricoltura, bene il terziario. L’industria stenta. Scarsi i servizi ai cittadini, a partire dalla sanità e dalla scuola. Sul piano occupazionale, il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto nullo. Non solo: «invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro».

Sono questi alcuni elementi che emergono dal Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato il 4 novembre a Montecitorio, a Roma, proprio nelle ore in cui la manovra inizia al Senato il suo percorso parlamentare. Nelle ultime ore il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ha rivendicato le misure per il Mezzogiorno. Uno degli obiettivi, ha spiegato, è far partire le zone economiche speciali per attrarre gli investimenti, anche facendo intervenire un Commissario. Quanto al reddito di cittadinanza, il presidente del Consiglio, intervenuto alla presentazione del rapporto, ha affermato: «Non va valutato in un lasso temporale così breve. Direi che va valutato in un periodo molto più lungo». «La crisi dell’occupazione nell’ultimo decennio - ha aggiunto il premier - ha assunto il carattere di un’emergenza nazionale. Molto resta da fare per offrire adeguate prospettive occupazionali».

In via generale, e al di là dell’efficacia della misura di sostegno messa in campo dall’esecutivo precedente, le indicazioni fornite da Svimez delineano un quadro problematico. Nel 2019, con l’Italia che si ferma, il Sud entra in recessione (-0,2%, a fronte del +0,3% del Centro-Nord). Nel 2020, debole ripresa anche al Sud. Sulla dinamica della domanda interna al Mezzogiorno influisce in maniera pesante l'interruzione della crescita occupazionale e la persistente debolezza dell'intervento pubblico. Importante, sottolinea Svimez, l’aver evitato l’incremento dell'Iva che avrebbe avuto un impatto negativo sulla crescita più forte al Sud: -0,4% contro il -0,3% al Nord.

In un contesto complessivo caratterizzato da non pochi punti deboli, tuttavia, un’opportunità di crescita potrebbe arrivare dalla bioeconomia. Qui il Mezzogiorno sta dimostrando un grande protagonismo. La bioeconomia meridionale, spiega Svimez, si può valutare tra i 50 e i 60 miliardi di euro, equivalenti a un peso tra il 15% e il 18% di quello nazionale.

Migrano giovani con elevati livelli di istruzione
Il Mezzogiorno continua a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria. Il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto i -50mila nel Centro-Nord e i -22 mila nel Sud. La nuova migrazione riguarda molti laureati, e più in generale giovani, con elevati livelli di istruzione, molti dei quali non tornano più. Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati.

RECESSIONE AL SUD NEL 2019, STAGNAZIONE NEL 2020

Previsioni sull'andamento del PIL nel 2019 e 2020 Variazioni percentuali. <b>Fonte: Stime SVIMEZ, modello econometrico N-Mods</b>

Nel 2018 circa 236mila pendolari di lungo periodo
Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale). Di questi 57 mila si muovono sempre all’interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l’estero.

La fuga dei giovani costa 16 mld, il 9% del Pil dagli stranieri

Si riallarga il gap occupazionale con il Centro Nord
Secondo i dati Svimez, si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord: i posti di lavoro da creare per raggiungere il tasso di occupazione del Centro-Nord sono circa 3 milioni. La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza rispetto al primo semestre, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: nella media del 2018, il Sud resta di circa 260 mila occupati sotto il livello del 2008 (–4,0% a fronte del +2,3% del Centro-Nord).

Sulla base dei dati territoriali disponibili, la crescita dell’occupazione nei primi due trimestri del 2019 riguarda soltanto il Centro-Nord (+137 mila unità pari al +0,8%) cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (–27 mila unità pari al –0,4%). Nel confronto con il quarto trimestre 2008 gli occupati meridionali sono, nel secondo trimestre del 2019, 175 mila in meno (–2,7%), mentre nel Centro-Nord sono 557 mila in più (+3,3%), in crescita continua da 17 trimestri.

POPOLAZIONE TOTALE E IN ETÀ DI LAVORO DAL 2017 AL 2065

Dati 2017 = 100. (<b>Fonte: Svimez</b>)

POPOLAZIONE TOTALE E IN ETÀ DI LAVORO DAL 2017 AL 2065

Crollo degli investimenti pubblici
La ripresa dell’economia potrebbe trovare negli investimenti pubblici un appiglio per ripartire. Ma la realtà racconta un’altra storia. Alla ripresa di quelli privati, infatti, fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

Gli investimenti privati, invece, restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). In particolare, crescono quelli in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord).

Ristagnano i consumi
Il Pil del 2018 al Sud, rileva ancora il rapporto, è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017. Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della Pa ha segnato -0,6% nel 2018.

L’anno scorso Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di crescita, rispettivamente +1,7%%, +1,3% e +1,2%.

Lo scarto Sud-Nord sulle imprese “zombie”
Per quanto riguarda gli investimenti industriali, mentre nel Sud la crescita del periodo 2015-2018 è arrivata a malapena a recuperare poco più del 20% della caduta sofferta durante la lunga crisi, le regioni centro-settentrionali hanno messo a segno un recupero pari all’85%.

Una significativa discrepanza tra Centro-Nord e Sud riguarda la quota di imprese “zombie”, le aziende in vita da oltre 10 anni che per 3 anni consecutivi, vivendo gravi difficoltà finanziarie, non sono state in grado di pagare neppure gli interessi sui prestiti: al Sud quelle industriali sono il 5,83%, il doppio che nel Centro-Nord, 2,98%.

Male l’agricoltura, bene il terziario, l’industria stenta
Il valore aggiunto dell’agricoltura è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, nel Centro-Nord è aumentato di +3,3%. Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%). Nel Centro Nord è cresciuto di +1,9%. Il valore aggiunto del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro-Nord (+0,7%).

Continua l’emigrazione ospedaliera verso il Centro Nord
Al Sud sono scarsi i servizi a cittadini e imprese. La spesa pro capite delle amministrazioni pubbliche è pari nel 2017 a 11.309 nel Mezzogiorno e a 14.168 nel Centro-Nord. Un divario che è cresciuto negli anni Duemila. Lo svantaggio meridionale è molto marcato per la spesa relativa a formazione e ricerca e sviluppo e cultura.

Continua l’emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord: circa il 10% dei ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta dal Sud verso altre regioni. Grave il ritardo nei servizi per l’infanzia. La spesa in istruzione in Italia si riduce con una flessione del 15% a livello nazionale, di cui il 19% nel Mezzogiorno e il 13% nel Centro-Nord.

Poco più di 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dal titolo
Le differenze Nord/Sud riguardano soprattutto l’offerta di scuole per l’infanzia e la formazione universitaria. Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue l'abbandono scolastico, nel 2018 gli early leavers meridionali erano il 18,8% a fronte dell'11,7% delle regioni del Centro-Nord. Per di più al Sud il 56% delle scuole ha bisogno di manutenzione urgente.

Bioeconomia: un’opportunità di crescita
Nel Mezzogiorno è significativa la crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Tra i vari settori dell’economia circolare presenti al Sud, particolare rilievo assume la chimica verde. Dal Mezzogiorno parte una forte domanda di brevetti nel settore della bioeconomia.

Le imprese del biotech sono cresciute moltissimo nelle aree meridionali, +61,1%, rispetto a +34,5% su scala nazionale. Tra gli esempi che vengono riportati nell’indagine, Novamont in Campania, Eni in Sicilia, Matrìca in Sardegna e Fater in Abruzzo. Il Mezzogiorno è, inoltre, sede di importanti realtà di ricerca nel settore, come l’Università di Bari, l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Palermo e il Consiglio Nazionale delle Ricerche, con l’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali (IPCB) in Campania e in Sicilia.

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