REFERENDUM IL 4 MARZO

Svizzera, battaglia sull’abolizione del canone

di Lino Terlizzi

(AP)

3' di lettura

Un dibattito insolitamente acceso sull'abolizione o meno del canone radiotelevisivo continua ad occupare la scena in Svizzera, in vista della votazione popolare del 4 marzo. A pochi giorni dal voto, gli ultimi sondaggi mostrano una risalita a livello nazionale dei no all'abolizione, che sino al mese scorso venivano indicati invece più o meno in pareggio con i sì. La risalita non tocca peraltro la Svizzera italiana, dove il testa a testa rimane, in almeno uno dei due maggiori sondaggi. Quello che conta ai fini dell'esito è naturalmente il voto nazionale - tanto più che nel caso occorre una doppia maggioranza, elettori e cantoni - ma l'incertezza in alcuni regioni elvetiche indica quanto in là sia andata, a sorpresa, l'iniziativa chiamata No Billag (dal nome della società che ha a lungo riscosso il canone).

La raccolta di firme, promossa da dirigenti dei giovani liberali (senza l'appoggio del vertice del partito) e sostenuta anche da giovani Udc (destra nazionalista), è partita in sordina nel 2015 ma ha avuto successo ed ha ottenuto appunto la votazione popolare. L'ultimo sondaggio dell'istituto gfs.bern, commissionato dalla SSR (la radiotelevisione pubblica, appunto) indica che i no all'abolizione del canone sono ora in Svizzera attorno al 65%, mentre i sì sono al 33%, con il 2% di indecisi. Ma, mentre le dimensioni del no e del sì sono simili a quelle nazionali nella Svizzera tedesca e in quella francese, nella Svizzera italiana sia il no che il sì sono a quota 48%.

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Leggermente diverse le cifre dell'ultimo sondaggio del gruppo editoriale Tamedia, secondo cui il no all'abolizione del canone sarebbe al 60% a livello nazionale, con un 39% di sì. In Svizzera francese i no sarebbero al 63%, in Svizzera tedesca al 58%, in Svizzera italiana al 53%. Anche in questo sondaggio, come si vede, la Svizzera italiana emerge come la sede della maggiore opposizione al canone, e ciò può apparire paradossale visto che il meccanismo federalista di ridistribuzione dei proventi del canone stesso va a beneficio delle minoranze linguistiche. Ma per comprendere questa opposizione bisogna forse guardare alle accuse principali rivolte alla SSR (RSI in Ticino): tra queste ci sono l'accusa di essere un apparato burocratico eccessivo e la parzialità dell'informazione, definita dai critici troppo orientata verso il centro-sinistra.

Queste accuse vengono respinte al mittente dalla SSR, ma nella Svizzera italiana vengono sostenute con forza dalla Lega dei Ticinesi e spesso anche dall'Udc.
Il canone (ormai per la verità tassa radiotelevisiva) in Svizzera consiste in 451 franchi annui (392 euro al cambio attuale), destinati però a scendere a 365 franchi (321 euro). Si tratta quindi di una cifra elevata rispetto alla media europea, che però, sottolineano la SSR e la gran parte dei partiti svizzeri, garantisce un servizio pubblico di qualità e in tutte le lingue nazionali. In effetti la radiotelevisione elvetica è stata spesso presa in passato come punto di riferimento anche a livello internazionale. Ma resta il fatto che l'iniziativa No Billag ha mostrato un'opposizione inattesa contro SSR e canone.
Per il vertice SSR l'importante ora è respingere un'iniziativa che metterebbe in crisi verticale la radiotelevisione pubblica (e in difficoltà anche le 34 radio e televisioni private che prendono una piccola fetta del canone), e che aprirebbe la strada dal 2019 ad un incerto sistema di aste per le concessioni radiotelevisive. In ogni caso, poi occorrerà una riflessione su alcuni lati del meccanismo radiotelevisivo elvetico. In un dibattito al Centro svizzero di Milano, promosso dal Consolato generale elvetico, Luigi Pedrazzini, presidente della Corsi (Società cooperativa per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana), ha affermato che anche se No Billag sarà respinta, se in sostanza il sistema radiotelevisivo elvetico sarà confermato, occorrerà comunque appunto una riflessione su alcuni aspetti, compresi quelli degli assetti dei programmi radiotv e quelli legati alla raccolta di pubblicità (consentita con limiti anche alla SSR), in un confronto anche con gli editori di giornali. I sondaggi indicano un no nazionale, ma la vicenda fornisce materia di riflessione.

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