LE INCHIESTE DI fiume di denaro: TERZA TAPPA - TERZA puntata

Svizzera, il caveau che custodisce i segreti dell’oro da tutto il mondo

di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi

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12' di lettura

La dogana di Ponte Chiasso è un confine invisibile tracciato solo sulla carta. Migliaia di auto lo attraversano ogni giorno: frontalieri, turisti, uomini d'affari, normali famiglie ma anche trafficanti di valute e di oro con il loro carico prezioso nascosto nei doppifondi, nelle portiere, nell'imbottitura dei sedili e in ogni altra intercapedine delle loro auto. Se non sono auto sono treni. I controlli non possono essere continui e quel varco diventa l'alveo dove il fiume d'oro scorre pressoché indisturbato tra l'Italia e la Svizzera, e viceversa.

Sulle rotte italo-svizzere del trafficante d'oro

Migliaia ogni giorno sono anche le auto che transitano lungo l'autostrada A9 attraverso il valico di Brogeda. Molte di meno – ma più indisturbate – soono quelle che arrivano nella Confederazione passando da Maslianico, Bizzarone, Ronago o Lanzo d'Intelvi. Il confine è un colabrodo ma non potrebbe essere altrimenti.
Sono passati da qui anche i chili di oro della “mamma” di tutte le inchieste sui traffici illeciti di metalli preziosi realizzate in Italia, quella ribattezzata Fort Knox, dal nome della fortezza (quasi) inespugnabile a Monte San Savino (in provincia di Arezzo), acquistata dall'organizzazione schermandosi dietro una società di diritto maltese, in cui la notte tra il 7 e l'8 novembre 2012 la Guardia di finanza smantellò un'organizzazione con base in Svizzera dedita a riciclaggio, ricettazione, frode fiscale ed esercizio abusivo del commercio di oro.

IL MERCATO MONDIALE Produzione e domanda dell’oro
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Fort Knox, “mamma” di tutte le indagini
Al centro delle 259 perquisizioni, che le fiamme gialle di Arezzo e Napoli hanno eseguito in tutta Italia, i negozi di compro oro ma anche gioiellerie e aziende orafe, comprese 23 società del distretto orafo di Arezzo, 16 del polo campano “Il Tarì” e una del distretto di Valenza.

L'associazione, secondo l'accusa, aveva il vertice in Svizzera e braccia operative nei distretti orafi di Arezzo, Marcianise (Caserta) e Valenza (Alessandria). L'oro proveniente da piccoli e medi esercizi commerciali specializzati nella compravendita di prodotti di oreficeria (compro-oro e gioiellerie), veniva conferito a pochi soggetti che fungevano da “collettori” che, a loro volta, consegnavano l'oro ad intermediari. Tutte le forniture avvenivano in nero mediante scambi di oro contro denaro contante in banconote di grosso taglio, trasportate da corrieri che usavano automobili modificate con doppifondi.
In seguito l'oro raggiungeva la Svizzera e, sempre secondo l'accusa, veniva consegnato all'acquirente finale, il cittadino italo-svizzero Petrit Kamata e veniva trasformato in lingotti per oro da investimento, con tanto di timbro ufficiale, acquistati anche da banche e Stati.
L'argento invece veniva trasformato in barre e rivenduto direttamente sul territorio italiano.

LE QUOTAZIONI

Le quotazioni delle materie prime. Valori in euro/oncia, e variazione %. (Fonte: London Bullion Market e Mattheys)

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Il “cartello” smascherato dall'indagine era in grado di realizzare un mercato parallelo a quello legale e distorcere o inquinare il mercato orafo nazionale.
Durante l'esecuzione delle prime indagini è stata tracciata la movimentazione di 4.436,95 chili di oro puro, per un controvalore di 177.478.000,00 euro. Dopo la rogatoria in Svizzera, è stato possibile rilevare con esattezza l'ammontare delle forniture di oro puro effettuate da due dei principali collettori di riferimento e che dunque fornisce in modo netto le reali dimensioni dei traffici illeciti: 34.095,50 kg di oro puro, per un importo totale di quasi 1,4 miliardi.

Nel complesso, l'indagine vede attualmente indagati 168 soggetti, di cui 66 a vario titolo per associazione a delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio. Dei 168 indagati, 87 posizioni sono state oggetto di stralcio da parte del Pm e inviate, per competenza territoriale a 21 Procure della Repubblica, dove sono stati instaurati i rispettivi procedimenti penali; 10 hanno definito la propria posizione, patteggiando la pena e 71 sono coloro per i quali è stato disposto recentemente il rinvio a giudizio. Alla data odierna lo stato del procedimento penale si trova in “udienza preliminare”.

Sono state avanzate dalla difesa degli indagati 30 richieste di patteggiamento, tra le quali quelle di Petrit Kamata, che invece non ha più alcuna pendenza giudiziaria in Svizzera. La procura del Canton Ticino ha infatti deciso di non procedere nelle indagini con un decreto di abbandono datato 6 marzo 2013. Anche la procura federale è giunta alla stessa conclusione con un analogo decreto di non luogo a procedere del 4 febbraio 2014. La procuratrice federale Dounia Rezzonico ha motivato la decisione sostenendo «che vi è già un procedimento in corso in Italia», che il «procedimento si trova in uno stadio avanzato» e che «non sussiste alcun accusatore privato» . La Svizzera ha dunque deciso di lavarsene le mani lasciando l’intero onere delle indagini sulle autorità giudiziarie italiane.

L'ufficio Gip del Tribunale di Arezzo per il momento ha accolto solamente le richieste di patteggiamento di 10 indagati che avevano avuto un ruolo marginale nella vicenda ed erano finiti nell’inchiesta per reati minori (ricettazione e commercio abusivo di oro), respingendo invece i patteggiamenti dei 20 soggetti indagati anche per riciclaggio, poiché le pene concordate non sono state ritenute «congrue rispetto la gravità dei fatti accertati».

NEL MONDO

Le esportazioni di oreficeria italiana per mercati nel 2016 in milioni di euro e var. % (Fonte: Fonte: ISTAT – ATECO 321. I dati del 2016 sono provvisori.

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Petrit Kamata e il reticolo di società
Al centro dell'inchiesta di Arezzo c'è appunto Petrit Kamata, nato a Milano nel 1948 ma residente a Lugano. Nella città del Canton Ticino, Kamata è un fantasma. Al suo domicilio, in un anonimo palazzo affacciato sulle rive del lago, sembra che non ce ne sia più traccia, anche se il suo nome compare sul citofono. Eppure Kamata è un uomo d'affari conosciuto nell'ambiente del commercio dell'oro. Per la verità, Kamata è un uomo conosciuto anche dalla Guardia di finanza e da alcune procure italiane ben prima dell'operazione Fort Knox scattata ad Arezzo.

Tra l'Italia e la Svizzera, il suo nome è legato ad alcune società che commerciano in oro o sono specializzate nella sua lavorazione. Kamata è stato liquidatore della società Milano Metalli, cancellata dal registro delle imprese nel 2008, ed è stato amministratore della Mpk di Valenza, in provincia di Alessandria, cancellata nel 2007, e della Sunset Marine di Como, cancellata nel 2014. Risulta, invece, ancora amministratore della Società immobiliare fratellanza di Milano.

Il reticolo di società di Kamata parte dalla Svizzera, dove l'uomo d'affari è stato direttore della Goldmetal Trading e della Silgocomm di Chiasso. Quest'ultima società è spuntata negli ultimi anni in almeno due inchieste giudiziarie in Italia: quella sulle tangenti pagate all'ex assessore lombardo Pier Gianni Prosperini (che ha patteggiato 3 anni e 5 mesi di reclusione) e quella delle procure di Roma e Napoli sulla gestione di alcuni fondi del Viminale, che ha portato all'arresto dell'ex prefetto Francesco La Motta (la cui posizione è stata archiviata a Napoli ed è caduta in prescrizione a Roma). In entrambi i casi sui conti della Silgocomm sarebbero transitati parte dei fondi oggetto delle indagini.

Il nome di Kamata sarebbe stato trovato anche nella lista di presunti evasori fiscali contenuta nel computer sequestrato nel 2009 a Malpensa all'avvocato ticinese Fabrizio Pessina.
Il Sole-24 Ore avrebbe voluto registrare la voce e le riflessioni di Petrit Kamata sulle indagini che lo vedono o lo hanno visto protagonista, oltre che sul suo ruolo di imprenditore ma entrambi gli avvocati (Giuseppe Sassi di Como e Filippo Ferrari di Lugano) hanno declinato per lui l'invito più volte avanzato.
I metalli preziosi sembrano essere una specialità della famiglia Kamata. Il figlio di Petrit, Matteo Kamata, classe 1976, è azionista e liquidatore di una società di Valenza, la Val-Met. Possiede il 10% delle azioni della società piemontese specializzata nella fusione e nella trasformazione di metalli. Il rimanente 90% è controllato dalla Begyr Sa, una società domiciliata presso una fiduciaria di Chiasso (Svizzera). Impossibile capire chi ci sia dietro.

Matteo Kamata ha anche posseduto cariche sociali in un'altra srl di Valenza, la Ar Preziofin, controllata da due società di Chiasso, la Golon Sa e la Goldmetal Trading, di cui Petrit Kamata è stato direttore. La magistratura di Arezzo ha disposto il sequestro preventivo delle quote della Golon e della Goldmetal Trading nella Ar Preziofin ad aprile del 2016 nell'ambito dell'inchiesta Fort Knox.
Golon, Begyr e Silgocomm hanno sede (o l'hanno avuta) in Corso San Gottardo a Chiasso, ad appena 200 metri dalla dogana tra Italia e Svizzera.
Tra i Kamata figura anche Xhelal, classe 1962, amministratore della Milano Metalli fino al 2008 e azionista della società Bancometalli di Milano (che commercializza all'ingrosso metalli preziosi) con il 40% delle quote. L'uomo è stato anche liquidatore nel 1998 della Forever Italia di Milano, una società che era controllata dalla lussemburghese Forever Sa Holding.

L’IMPORT

Le importazioni di oreficeria per mercati nel 2016 in milioni di € e var. % (Fonte: ISTAT – ATECO 321. I dati del 2016 sono provvisori)

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L'interrogatorio a Lugano
Il 5 dicembre 2013 Kamata è stato anche interrogato a Lugano per rogatoria in merito al suo coinvolgimento nell'inchiesta di Arezzo ma ha rifiutato di rispondere alle domande dei magistrati. Secondo quanto si legge nella richiesta di assistenza giudiziaria formulata dalla procura di Arezzo, «Petrit Kamata da decenni esercita attività nel campo del commercio dei metalli preziosi. La truffa in materia di tasse riguarda attività svolta negli anni 2011 e 2012 dalla società Fauro Sa di Chiasso, società dominata dall'imputato». Secondo i magistrati «l'attività della società consisteva nell'acquistare oro principalmente da tre clienti che facevano riferimento a negozi “compro oro” in Italia e in minima parte in Spagna. I clienti di Fauro Sa raccoglievano dell'oro da privati o intermediari, fondevano il metallo in lamine e dopo aver trasportato il prodotto oltrefrontiera, quindi in Svizzera, lo vendevano alla Fauro Sa. Fauro Sa rivendeva quindi l'oro alla Goldmetal Trading Sa, altra società dominata da Petrit Kamata».

I pagamenti dell'oro acquistato dalla Fauro Sa, scrivono ancora i pm aretini nella richiesta di rogatoria, «avvenivano in contanti, ossia Fauro Sa riceveva fisicamente l'oro da fonte italiana, lo rivendeva a Goldmetal Trading Sa, la quale pagava Fauro Sa con bonifico bancario. I fondi necessari al pagamento dell'oro acquistato venivano quindi prelevati a contanti dai conti bancari di Fauro Sa e consegnati ai venditori».

Ma quanto valeva il presunto commercio illegale di oro? Secondo la documentazione trasmessa ad Arezzo dalle autorità elvetiche, in Svizzera sarebbero state introdotte più di 34 tonnellate di oro puro, per un valore totale di quasi 1,4 miliardi di euro. Una cifra enorme.
Come faceva Kamata a possedere una quantità così elevata di soldi resta un mistero. Ad Arezzo si fa notare come l'oro venisse pagato con banconote da 500 euro fresche di stampa e suddivise in fascette, come appena uscite dai caveau di una banca svizzera. Da dove provenisse quel denaro è un interrogativo che molti continuano a porsi nella città toscana.

Di Kamata e del traffico di oro illecito tra Italia e Svizzera si era occupata nel 2015 la trasmissione Falò (una sorta di Report svizzero) sulla tv Rsi, con un servizio del giornalista ticinese Aldo Sofia che aveva analizzato anche i legami tra Kamata e gli ambienti del polo dell'oro di Marcianise, in Campania. Nel corso del programma l'ex procuratore pubblico del Ticino ed ex membro del governo del Cantone svizzero, Dick Marty, aveva sollevato il problema dei controlli dei flussi di oro in Svizzera affermando che paradossalmente nella Confederazione le pecore sono monitorate più dell'oro.

La Svizzera crocevia mondiale del metallo giallo
L'ultima miniera d'oro in Svizzera fu chiusa 56 anni fa, nel 1961. Il filone aureo che correva tra Astano - ai piedi del monte Rogoria - e Sessa, in Canton Ticino, era esaurito. Eppure oggi la Svizzera è il crocevia mondiale dell'oro: il 70% del metallo giallo estratto nel globo è lavorato qui. Negli ultimi otto anni l'oro arrivato in Svizzera per essere fuso e lavorato è aumentato di otto volte per valore. Nel 2014 la Confederazione elvetica ha importato 3.500 tonnellate di oro per 65,4 miliardi di franchi svizzeri e ha esportato 3.900 tonnellate per un valore di 67,9 miliardi di franchi. Un fenomeno che è esploso a partire da 2007, quando la crisi finanziaria internazionale ha riportato l'oro in primo piano come bene rifugio. E oggi il metallo prezioso rappresenta un quinto del valore totale del commercio estero della Svizzera, di gran lunga davanti a prodotti tradizionali come farmaci e orologi.

Il 60% dell'oro importato in Svizzera tra il 1982 e il 2014 è arrivato da sei paesi: Sudafrica, Regno Unito, Russia, Usa, Cile e Perù. Il 63% dell'oro esportato dalla Confederazione negli stessi anni si è diretto verso Hong Kong, Regno Unito e soprattutto India, la più grande consumatrice di oro al mondo. Le esportazioni verso l'Italia, che agli inizi degli anni 2000 rappresentavano il mercato di sbocco del 30% dell'oro elvetico, sono invece in forte calo.
Le statistiche elvetiche non permettono però di fare piena luce sui reali paesi di provenienza dell'oro. Le dogane svizzere riportano infatti unicamente l'ultimo paese di transito. Ed ecco perché il Regno Unito ha un peso così determinante nell'interscambio di oro da e verso la Svizzera.

In Canton Ticino, a pochi chilometri dal confine italiano sorgono tre delle sette maggiori fonderie di oro al mondo. Da Como si raggiungono in pochi minuti di auto. La più grande, la Valcambi di Balerna, lavora circa 1.400 tonnellate di oro grezzo all'anno. La società è stata controllata per circa vent'anni dal Credit Suisse e ancora oggi lavora prevalentemente per la banca svizzera. A Castel San Pietro, vicino a Chiasso, sorge invece lo stabilimento della Pamp, che lavora 450 tonnellate all'anno. Infine a Mendrisio c'è la Argor-Heraeus, controllata fino al 1999 dalla Ubs, che lavora 400 tonnellate di oro grezzo fuse e trasformate in lingotti ogni anno.

Le fonderie – che risultano estranee alle indagini - sono il luogo di approdo anche dei traffici di oro illecito, come dimostrano le inchieste di varie procure italiane e le indagini della Guardia di Finanza.
Il metallo giallo di provenienza furtiva si mescola all'oro legale ed esce dagli impianti sotto forma di lingotti, perfettamente ripulito. Nessuno può più ricostruirne la provenienza. L'unico accorgimento che le organizzazioni criminali devono osservare è quello di allegare una documentazione che attesti (falsamente) l'origine lecita del metallo, in modo che le fonderie non abbiano sospetti sulla natura dell'oro.

Le fabbriche dei falsi documenti
Accade così sempre più spesso che l'oro illecito venga portato in Svizzera dai classici spalloni o nei doppifondi delle auto ma abbia poi bisogno di essere “ripulito” contabilmente con la falsa documentazione di accompagnamento da presentare alle fonderie. E qui la fantasia delle organizzazioni criminali si scatena. È accaduto, per esempio, che l'oro venisse caricato su aerei che partivano dalla Svizzera e compivano uno scalo tecnico in Slovenia prima di riportare il metallo giallo nella Confederazione. Un giro a vuoto, sembrerebbe. Ma in realtà grazie allo scalo sloveno l'oro poteva essere registrato come proveniente da un paese dell'Unione europea con false fatture emesse da una società inglese.

Un'altra inchiesta ha scoperchiato un'organizzazione che faceva transitare dall'Italia alla Svizzera due finti lingotti di oro da 20 chili ogni giorno per poter accumulare documentazione di accompagnamento con il timbro della dogana italiana da presentare alle fonderie svizzere. In realtà si trattava di normale metallo dipinto di giallo. I falsi lingotti erano sempre gli stessi e facevano continuamente la spola tra Italia e Svizzera, per poi tornare indietro. L'oro, quello vero ma di provenienza illecita, era già nella Confederazione, dove aspettava la finta documentazione prima di essere portato alle fonderie.

Nel 2015 la Guardia di Finanza di Como ha scoperchiato un'organizzazione che, utilizzando società spagnole, inglesi e degli Emirati arabi, effettuava delle esportazioni fittizie di oro dall'Unione europea verso la Svizzera. Il metallo giallo proveniente dall'Italia, in realtà, era anche in questo caso già presente nel territorio elvetico ma aveva bisogno dei soliti documenti di accompagnamento. L'oro era destinato a società che facevano capo ai 13 indagati e che, una volta ripulita cartolarmente la merce esportata, la rivendevano alle grandi fonderie per la produzione di lingotti da investimento. Questo doppio passaggio (l'oro fisico di provenienza illecita fatto passare in Svizzera e le false esportazioni di metallo con il solo scopo di ottenere la documentazione doganale) serviva – secondo la Guardia di finanza – per tutelare le fonderie svizzere dalle sanzioni previste per il riciclaggio, visto che le società utilizzate dall'organizzazione si caricavano dell'onere di rendere lecita la provenienza del metallo destinato alla fusione.

Le indagini hanno permesso di accertare che l'organizzazione aveva esportato illecitamente 4.900 chili di oro dall'Italia alla Svizzera per un valore di oltre 190 milioni di euro. Circa 110 chili erano stati ritrovati nel doppiofondo di un'auto che tentava di passare il confine, alla cui guida c'era un uomo che andava tranquillamente in Svizzera con tutta la sua famiglia. Era il giorno di Pasqua e l'indagine fu denominata “Operazione uova d'oro”.

Il 15 giugno il Nucleo di Polizia tributaria della Gdf di Como ha portato alla luce un’associazione per delinquere formata da 29 persone finalizzata al riciclaggio e commercio non autorizzato di oro e al riciclaggio di denaro (trasportato clandestinamente dall'Italia alla Svizzera e agli Emirati Arabi). Nel corso dell'indagine, chiamata “Operazione Scirocco”, sono stati accertati e contestati episodi di contrabbando di pietre preziose ed oro del valore di circa 15 milioni di euro, di riciclaggio di oro per circa 25 chili, e di denaro per 2,2 milioni di euro e 576mila franchi svizzeri.

I paradisi internazionali
Se per la Svizzera le inchieste giudiziarie registrano un incremento dei traffici illeciti legati al “nero” o al riciclaggio, negli ultimi anni altri tre hub di destinazione dell'oro italiano stanno emergendo con sempre più forza. Si tratta degli Emirati arabi, di Panama e di Hong Kong. Secondo lo studio del Centro studi Confindustria e di Prometeia sulle esportazioni italiane, nel 2021 l'export di oro dall'Italia verso gli Emirati dovrebbe raggiungere la cifra record di 1,6 miliardi di euro, cioé 591 milioni in più rispetto al 2015.

Dubai registra il più alto consumo di oro al mondo ma è soprattutto un hub per gli altri mercati del Medio Oriente e dell'area indiana. Panama è diventato invece il centro di smistamento dell'oro diretto verso i paesi del Centro e del Sudamerica mentre Hong Kong è il terminale delle vendite in Cina e negli altri stati della regione.

Perché questo fenomeno di concentrazione verso i tre hub mondiali? È l'esistenza dei dazi che spinge in questa direzione, spiega il direttore di Federorafi, Stefano De Pascale. I dazi fanno sì che, per esempio, sia più conveniente che l'oro venga acquistato formalmente da una società con sede legale a Panama, la quale lo rivenderà agli altri paesi dell'area con i quali esistono accordi di libero scambio. Lo stesso vale per gli Emirati arabi e per Hong Kong. L'eliminazione dei dazi, ribadisce De Pascale, contribuirebbe a rendere più fluidi e più diretti gli scambi.

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