risultati definitivi

Svizzera, al referendum vince la proibizione di burqa o niqab in luoghi pubblici

Il sì al divieto ha ottenuto il 51,2% dei consensi degli elettori e l'adesione di 20 dei 26 cantoni. Il raggiungimento della maggioranza dei Cantoni era necessaria visto che il quesito tocca la Costituzione federale.

di Lino Terlizzi

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(Epa)

3' di lettura

Lugano - Passa in Svizzera la proibizione per burqa o niqab in luoghi pubblici. All'iniziativa “Sì al divieto di dissimulare il proprio viso” la maggioranza dei votanti ha infatti risposto affermativamente. Stando ai risultati definitivi, il testo di modifica costituzionale promosso dalla destra conservatrice e combattuto dal governo ha ottenuto il 51,2% dei consensi degli elettori e l'adesione di 20 dei 26 cantoni, ha riferito l'agenzia di stampa Keystone-Ats. Il raggiungimento della maggioranza dei Cantoni era necessaria, visto che il quesito tocca la Costituzione federale.

L'iniziativa è stata promossa dalla destra conservatrice elvetica, per la gran parte raccolta attorno al partito Udc; ma, come mostrano i dati, la proposta ha conquistato consensi in modo trasversale, andando a pescare decisamente anche nell'elettorato di centro e in parte anche in quello di sinistra. I sondaggi indicavano un testa a testa e così in sostanza è stato, con la prevalenza alla fine del sì.

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L'ironia della sorte ha voluto che si votasse in questa fase di coronavirus, con le mascherine sanitarie ampiamente utilizzate. Ma così è stato per via dei tempi tecnici, in realtà i promotori dell'iniziativa si erano mossi già negli anni scorsi, su questo tema e su altri analoghi. Una parte di loro aveva già avuto successo nel 2009, con il sì (al 57%) al divieto di costruzione di nuovi minareti in Svizzera (sono rimasti i quattro già esistenti). I promotori del sì al divieto di dissimulazione hanno peraltro precisato che l'iniziativa prevede eccezioni per motivi di salute, di condizioni climatiche (sport invernali), di usanze locali (carnevali).

Per Governo e Parlamento referendum era eccessivo

Il Governo e la maggioranza del Parlamento federale si erano opposti a questa iniziativa e l'avevano definita eccessiva, visto il numero molto esiguo di casi di burqa o niqab in Svizzera. Il no è stato poi motivato con altri due ragioni: per la tutela delle donne occorre certo lavorare, ma con altri percorsi; la competenza in materia è soprattutto dei Cantoni (sinora il divieto per burqa e niqab vigeva solo in Ticino e in San Gallo). Governo e Parlamento hanno sostenuto un controprogetto, che prevedeva l'obbligo di mostrare il viso alle autorità solo nei casi necessari ad accertare l'identità.

Il voto è certo contro tutte le forme di dissimulazione del volto in pubblico – anche durante manifestazioni politiche o eventi sportivi - ma è chiaro che di fatto è rivolto soprattutto contro l'abbigliamento prescritto per le donne nelle parti più tradizionaliste, o direttamente integraliste, dell'Islam. Il burqa è il velo che copre interamente il volto delle donne, con solo una rete all'altezza degli occhi per vedere; il niqab è il velo che copre il volto femminile lasciando gli occhi scoperti.

Le reazioni

I Giovani Verdi svizzeri hanno condannato l'esito del voto e hanno affermato di voler aiutare le donne toccate dal divieto a impugnare le decisioni delle autorità, se necessario sino alla Corte di Strasburgo. Le associazioni islamiche attive in Svizzera sono invece divise: alcune sono deluse, altre al contrario indicano come positivo il voto.

Si è votato nella Confederazione anche su altri due quesiti, sostenuti entrambi da Governo e Parlamento. È passato il nuovo accordo commerciale tra Svizzera e Indonesia; gli oppositori hanno affermato che la promessa indonesiana di sostenibilità ambientale non potrà esser mantenuta, specie per l'olio di palma, ma la maggioranza ha invece approvato l'intesa (con il 51%-53% di sì secondo le proiezioni). Bocciata al contrario (61%-64% i no, secondo le proiezioni) la legge federale sui servizi di identificazione elettronica, con gli oppositori che hanno sostenuto che con il nuovo documento, peraltro non obbligatorio, anche imprese private come banche e assicurazioni si si sarebbero ritrovate a gestire dati sensibili dei cittadini.

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