Asia e Oceania

Svolta autarchica per la Cina sostenibile

di Laura La Posta


5' di lettura

La foresta di futuri rotoli di carta igienica si estende a perdita d’occhio sull’isola di Hainan, nel Mar cinese meridionale. Centinaia di migliaia di acacie ed eucalipti sono perfettamente allineati, pronti per i cinque raccolti successivi del loro ciclo di vita da alberi da taglio e per la successiva trasformazione in polpa e poi in carta igienica, appunto, o altri prodotti cartacei. Il clima tropicale ne favorisce la crescita, garantita per una ventina d’anni, perché il primo raccolto avviene dopo sei anni e quelli successivi dopo quattro anni per ogni ciclo produttivo.

Il professor Wending Huang, rientrato in Cina come Deputy Ceo di App - China Forestry (divisione forestale del colosso mondiale della carta App), dopo anni di insegnamento e ricerca all’università di Helsinki, in Finlandia, sorride soddisfatto. Gli alberi derivanti da alcuni cloni riprodotti nel laboratorio-serra a poche decine di chilometri di distanza stanno crescendo rapidamente. «Sono figli di due alberi-mamma, i più belli e a crescita veloce mai visti: possiamo replicarli all’infinito, ma stiamo testando anche altri cloni», racconta, ispezionando il bosco creato dal nulla. «In Cina non c’erano più foreste vergini, finché non abbiamo cominciato a coltivarle per ricavarne la carta», spiega il professore-manager. Di alberi, la sola App (Asia pulp & paper, società dell’indonesiano Sinar Mas group), ne coltiva 2,8 miliardi, tra Cina e Indonesia. E i laboratori-serra di Hainan “sfornano” ogni anno tra i 2,5 e i 6 milioni di piantine, da interrare quando raggiungono i 30 centimetri d’altezza. Guidando tra piantagioni di piante del pepe, alberi della gomma e palme da olio, si arriva al Center nursery of Hainan Jinhua Forestry, dove pazienti mani di donna, in ambiente sterile, ricavano da una talea milioni di piantine-clone, che passeranno poi di barattolo in barattolo e di serra in serra, fino a diventare grandi abbastanza per l’interramento. Dopo il taglio, i tronchi verranno portati nella vicina cartiera di App, da cui partiranno, sotto forma di polpa di cellulosa, per gli altri impianti App sulla terraferma.

Per visitare quello di Ningbo (“cittadina” da 8 milioni di abitanti) bisogna fare quasi tre ore di volo fino a Shanghai (megalopoli da 24 milioni) e da lì percorrere 200 km, 35 dei quali sull’Hangzhou bay bridge, uno dei ponti più lunghi del mondo. Tutto sembra grande oltre l’immaginabile, in Cina, e l’impianto App di Ningbo non è da meno. «Benvenuti nella nostra cittadella industriale da 1.600 dipendenti, con palazzine residenziali, campi sportivi, un teatro e due linee produttive che si sviluppano ciascuna sui 600 metri di lunghezza su 5 piani, fra le più grandi e complesse al mondo, con una capacità produttiva di 2,1 milioni di tonnellate annue», spiega il Ceo Industrial paper, Wang Lexiang.

All’inizio della linea produttiva entra la cellulosa, «proveniente, dal 2012 in parte e poi da quasi cinque anni integralmente, da legno non derivante dal taglio di foreste naturali», racconta Laura Barreiro, che copre la funzione Sostenibilità e relazioni con gli stakeholder di App in Europa. In uscita, rotolano via enormi bobine di cartoncino per packaging. Nel mezzo lavorano macchinari delle finlandesi Metso e Valmet e della tedesca Voith, robot Kuka (colosso tedesco comprato dalla cinese Midea), sistemi per l’automazione della Siemens ed elettrici della svizzera Abb (nessun fornitore italiano). Bene ha fatto App a piantare i suoi alberi, visto lo stop cinese quasi totale alle importazioni di plastica e carta di recupero dall’Occidente (oltre ad altri 22 tipi di rifiuti), operativo da gennaio e deciso per motivi ambientali. Una mossa che sta mettendo in difficoltà governi e imprese occidentali, che finora mandavano metà dei rifiuti plastici e cartacei in Cina.

L’ambiente è diventato prioritario in Cina dopo la legge antismog del 2013, ma soprattutto dopo il discorso del 18 ottobre 2017 del presidente Xi Jinping al 19esimo Congresso del Partito comunista, in cui il leader ha promesso la costruzione di una «Beautiful China» attraverso lo sviluppo di una nuova civiltà ecologica. Bloomberg News ha contato nel suo discorso per ben 89 volte la parola “ambiente” o suoi sinonimi. Nell’ambito del vasto programma di ispezioni per la protezione ambientale, hanno chiuso per eccesso di inquinamento oltre 200 cartiere, riferisce App. Secondo fonti di stampa (come South China morning post, The Economist, Forbes), a inizio settembre avrebbero definitivamente fermato la produzione decine di migliaia di fabbriche (e interi settori industriali hanno dovuto limitare la produzione nelle aree più critiche) e sarebbero stati sanzionati 12mila dipendenti pubblici e 18mila imprese (costrette ad abbassare le emissioni o a trasferirsi in zone meno colpite dallo smog). Le multe avrebbero superato i 132 milioni di dollari. Misure di grande impatto, quindi, riportate ogni settimana dal ministero della protezione ambientale cinese (English.mep.gov.cn), che il 12 febbraio ha reso noti i significativi progressi ottenuti nella lotta allo smog.

Nella nuova Cina green, ambientalista dopo anni di devastazioni, riga dritto anche un colosso come App, contestato in passato per la deforestazione in Indonesia (e ora protagonista della conservazione e ripristino di un milione di ettari). «Per la sostenibilità abbiamo investito oltre 63 milioni di euro nell’impianto di Ningbo (su 1,5 miliardi di spesa) - spiega il direttore tecnico William T.K. Wu -. Il 95% dell’acqua viene riciclata dopo gli opportuni trattamenti, l’efficienza energetica è al top, le emissioni ai minimi cinesi». Risultati che hanno consentito di minimizzare la chiusura programmata per ridurre l’inquinamento. «I nostri competitor hanno chiuso per 20 giorni noi solo per 6, durante i quali abbiamo ulteriormente migliorato la sostenibilità; intanto, la domanda cinese di carta è in boom, anche per la riduzione dell’uso di plastica nel packaging e per il baby boom in atto», racconta l’export manager Kevin Chen. Per questo, il gruppo aumenterà la produzione - già ora al record mondiale di 19 milioni di tonnellate annue tra polpa, carta e cartone - ampliando la fabbrica di Guangxi e aprendone altre due. Ma bisognerà progettare impianti sostenibili.

Il caso di App non è isolato: tutta l’industria cinese dovrà fare investimenti consistenti per superare i limiti antismog. Sono evidenti le opportunità di business che si aprono per i fornitori italiani di macchinari hi-tech e soluzioni green. E per la carta made in Italy, visto il rallentamento dell’export cinese in Occidente per soddisfare la domanda interna.

Lo sa bene Antonio Cerciello, presidente di Nordmeccanica (110 milioni di fatturato, leader internazionale nei segmenti delle macchine spalmatrici, laminatrici e metallizzatrici), che ha uno stabilimento in Cina dal 2010. «Abbiamo appena firmato l’accordo per installare un nuovo impianto di macchine per l’imballaggio alimentare e farmaceutico nel parco industriale di Shanghai Pudong, dove si sono aperti spazi per la chiusura di industrie non in regola con le norme anti-inquinamento - anticipa -. Trasferiremo lì, entro giugno 2019, la produzione cinese, raddoppiando la capacità. Siamo stati selezionati dalle autorità perché a emissioni quasi zero e produttori di macchine che risparmiano il 30% di energia, che costano meno e sono più ecologiche (non impiegando solventi)». E gli altri italiani? «Dovrebbero precipitarsi in Cina, perché si è aperta un’opportunità di business storica - consiglia Cerciello -. Bisogna portare lì il meglio della produzione, non esportare macchine di qualità inferiore come ho visto fare. I cinesi vogliono il meglio e sono pronti ad aprire le porte a industrie e prodotti ecologici».

Il viaggio nella svolta green cinese, cominciato sull’isola di Hainan, si conclude idealmente a Piacenza, da Nordmeccanica. Non è un caso: il packaging e la filiera del legno sono un punto di forza dell’economia italiana - ecco perché il Rapporto odierno del Sole 24 Ore dedica quattro pagine al settore - e possono cogliere da pionieri le opportunità nate dall’ambientalismo 2.0.

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