Energia e ambiente

Svolta di Biden in Alaska, trivellazioni petrolifere sospese

L’Amministrazione inverte le scelte di Trump: stop ai contratti di estrazione. Plauso degli ecologisti, proteste dei repubblicani per l’impatto sull’economia

di R.Es.

(Reuters)

3' di lettura

L’Amministrazione Biden sospenderà le licenze per le perforazioni petrolifere nel Parco Arctic National Wildlife Refuge, un’area naturale protetta nella zona nord-orientale dello stato dell’Alaska. Il presidente cancella quindi una delle mosse controverse di Donald Trump, attuata nelle sue ultime settimane alla Casa Bianca. La decisione era largamente attesa e segue l’ordine esecutivo del giorno dell’insediamento per una moratoria delle nuove trivellazioni nell’Artico.

Lo stop ai contratti di estrazione di petrolio e gas è stato reso noto dal dipartimento degli Interni. Non si tratta comunque di uno stop definitivo: l’Amministrazione deciderà se i permessi saranno confermati, annullati o sottoposti a modifiche per proteggere l’ambiente. Il dipartimento americano ha infatti annunciato una revisione legale della decisione della precedente Amministrazione di concedere i permessi.

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«Il presidente Biden ritiene che i tesori nazionali dell’America siano capisaldi culturali ed economici del nostro Paese ed è grato per la tempestiva azione del dipartimento degli Interni di sospendere tutti i contratti in attesa di una revisione delle decisioni prese negli ultimi giorni dell’ultima amministrazione, che avrebbero potuto cambiare l’identità di questo posto speciale per sempre», ha dichiarato in una nota Gina McCarthy, consigliere nazionale per il clima della Casa Bianca.

L’iniziativa, già annunciata tre settimane fa, stempera uno dei principali sforzi dell’ex presidente Donald Trump di espandere lo sviluppo di combustibili fossili e minerali negli Stati Uniti. Il presidente Biden, già in campagna elettorale, si era impegnato a proteggere l’habitat naturale di orsi polari, caribù e uccelli migratori. Coprendo circa 19 milioni di acri (78mila kmq), l’Arctic National Wildlife Refuge viene spesso descritto come l’ultima grande riserva selvaggia d’America. Si tratta di un’area grande come un quarto della superficie dell’Italia.

Lo stop alle trivellazioni ha ricevuto il plauso dei leader tribali artici ma non quello dei politici repubblicani. «Questa azione non ha alcuno scopo se non quello di ostacolare l’economia dell’Alaska e mettere a rischio la nostra sicurezza energetica», hanno scritto, in una dichiarazione congiunta, i senatori repubblicani Dan Sullivan e Lisa Murkowski insieme al rappresentante Don Young e al governatore Mike Dunleavy.

Dunleavy si è spinto oltre e ha contestato la regolarità del provvedimento, sostenendo che i contratti di locazione venduti dall’Amministrazione Trump «sono validi e non possono essere portati via dal governo federale».

L’Arctic National Wildlife Refuge è un’area dell’Alaska rimasta quasi inviolata per oltre 30 anni. Secondo alcuni studi, all’interno dell’area naturale ci sarebbe un giacimento di petrolio pari a 11 miliardi di barili. Gli ambientalisti hanno sempre denunciato il potenziale impatto che le trivellazioni avrebbero sulle popolazioni di caribù - che in quel tratto di costa si riproducono - di orsi polari già provati dal cambiamento del clima e delle renne.

Tuttavia, la contrapposizione politica sul destino di quella regione dell’Artico non è così frontale. È vero che le trivellazioni petrolifere potrebbero portare notevoli vantaggi economici e di impiego in quest’area nordorientale dello stato dell’Alaska e che le comunità locali e gli ambientalisti hanno sempre avanzato perplessità riguardo i rischi ambientali. Ma è anche vero che l’asta lanciata in extremis da Trump, pochi giorni prima della fine della sua presidenza in gennaio, era stata accolta con freddezza persino dalle grandi compagnie petrolifere, molte delle quali stanno focalizzando i nuovi investimenti sull’energia rinnovabile. Diverse grandi banche statunitensi hanno dichiarato che non avrebbero finanziato l’esplorazione nell’Artico.

Il quotidiano Washington Post ha scritto che sono state date in concessione 11 aree, la cui vendita ha raccolto meno di 15 milioni di dollari, molto meno di quanto il governo avesse sperato. La maggior parte delle concessioni è andata all’Alaska Industrial Development and Export Authority, un’agenzia statale.

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