AMGEN

Svolta nella cura dei tumori solidi

<span id="U20575019089fEE" style="">Il primo inibitore della mutazione del gene Kras si conferma efficace nel ridurre il cancro al polmone</span>

di Francesca Cerati


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Inibitori del Kras. Cellule tumorali polmonari (nella foto): i ricercatori studiano il gene “Kras” da decenni perché è uno degli interruttori principali che trasforma una cellula sana in una cancerosa

4' di lettura

«Amgen è una azienda che ha la sua ragion d’essere nell’innovazione», esordisce Soren Giese, il nuovo presidente e amministratore delegato della filiale italiana della multinazionale americana leader nelle biotecnologie quando lo abbiamo incontrato per parlare di ricerca e nuove soluzione terapeutiche. All’inizio di quest’anno, infatti, Amgen ha fatto notizia dopo aver rivelato che uno dei suoi farmaci in sperimentazione (Amg 510) ha mostrato una promessa senza precedenti contro l’interrutore principale del cancro.

La molecola prende di mira il Kras, il gene implicato in una miriade di tumori, ma da sempre impermeabile ai farmaci. Ciò significa che i progressi di Amg 510 sono visti come un barometro per altri medicinali Kras, in particolare uno in sviluppo da una piccola azienda chiamata Mirati Therapeutics, il cui prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 25% dopo che Amgen ha divulgato i suoi dati. L’inibitore Kras di Amgen ha fatto notizia alla riunione Asco di quest’anno, e con buone ragioni: è il primo farmaco della sua classe ad aver avuto la pubblicazione dei dati clinici. In fase 1, il farmaco ha ridotto i tumori polmonari, risultati confermati domenica a Barcellona alla World Conference on Lung Cancer (Wclc) dove il farmaco per via orale diretto contro la mutazione G12C di Kras, ha ridotto le dimensioni del tumore in più della metà dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio avanzato, trattati con la dose più alta di farmaco.

«Da sempre siamo impegnati nella ricerca di soluzioni first in class o best in class per patologie di grande impatto sulla salute pubblica, sia per gravità, sia per diffusione - continua Giese -. Oggi più che mai questa R&S procede a pieno regime e la nostra pipeline, con 50 molecole in fase di sviluppo, è solida e diversificata. Lo è, in particolare, in ambito ematologico e oncologico, aree in cui stiamo scrivendo pagine importanti nella storia della medicina: alcune soluzioni terapeutiche allo studio hanno infatti le potenzialità di rivoluzionare gli standard di trattamento di alcuni tumori. E per le altre aree terapeutiche si sta estendendo nel cardiovascolare, con un focus sullo scompenso cardiaco e nel respiratorio, dove l’attenzione è concentrata sull’asma.

Amgen, acronimo di genetica molecolare applicata, è stata una delle prime biotech ad avere come strategia quella di risalire alle mutazioni genetiche. E poi è proprietaria della piattaforma Bite® e farmaci per l’immunoterapia oncolitica. Eppure ad arrivare sul mercato per prime con le terapie Car-T sono state Novartis e Gilead...

«Da anni siamo impegnati nell’immunoterapia oncolitica, nelle Car-T, e ancora di più nella tecnologia Bite®, che sta dimostrando alte potenzialità non solo in ematologia, ma anche in oncologia - risponde Giese -. Quest’ultima è la prima piattaforma, ad alta specificità e bassa tossicità, in grado di potenziare anticorpi “a doppio bersaglio” con un meccanismo d’azione innovativo: i Bite® si legano alle cellule T dei pazienti, i più potenti killer antitumorali nel nostro sistema immunitario, permettendo ad essi di vedere nemici prima invisibili, le cellule tumorali appunto, e di farle morire». Questi anticorpi bispecifici sono stati scoperti da uno spin-off universitario della Lmu di Monaco. Amgen ha creduto nel potenziale di questa scoperta e nel 2012, con l’acquisizione di questa startup, ha sviluppato e reso disponibile già nel 2015 il primo Bite® per la leucemia linfoblastica acuta che ha dimostrato negli studi registrativi di raddoppiare, rispetto alla chemioterapia, la sopravvivenza globale dei pazienti con questa neoplasia ematologica.

«In definitiva, Bite® e Car-T rappresentano opzioni terapeutiche estremamente avanzate, in grado entrambe di offrire valide risposte alle esigenze dei pazienti, sia pure agendo in modo diverso - continua Giese -. Tra le due, i Bite® si caratterizzano per la relativa semplicità di produzione, il tempo di preparazione e la somministrazione al paziente, e dunque l’ampiezza della platea di possibili beneficiari. Se si tiene conto anche della sua versatilità, questa tecnologia promette davvero di diventare una terapia chiave per l’oncoematologia del futuro. Attualmente la stiamo studiando su diversi altri tumori, del sangue e solidi, come mieloma multiplo e tumore alla prostata, glioblastoma e carcinoma polmonare a piccole cellule».

Pioniera delle biotecnologie da quasi quarant’anni, Amgen è presente in oltre cento Paesi con ventimila collaboratori. In Italia è presente dal 1990 e conta 300 collaboratori, la casa madre prevede investimenti per produzione e/o ricerca?

«In Italia, Amgen vuole assolvere il suo ruolo di partner del sistema salute e di tutti gli attori che ne fanno parte - riprende Giese -. Quando parliamo di promozione e accesso alle cure, a mio avviso c’è sempre il rischio di darne un’interpretazione riduttiva. Proporre a medici e pazienti farmaci realmente innovativi, di efficacia provata, significa contribuire a migliorare e diffondere le conoscenze scientifiche nelle diverse aree terapeutiche, offrendo nuovi elementi di comprensione sui meccanismi (e le cause) che generano le malattie. Significa anche, naturalmente, contribuire a migliorare e a rendere più equo l’accesso a terapie in grado di avere un impatto positivo sulla qualità di vita di migliaia di pazienti. E significa, infine, poter gestire meglio le cronicità, prevenire ricoveri e quindi evitare nuovi costi al sistema sanitario e contribuire così alla sua sostenibilità».

Giese fa l’esempio delle malattie cardiovascolari. In Italia sono ancora la prima causa di morte e incidono sui bilanci del Ssn per 15 miliardi di euro all’anno. Gli infarti sono oltre 130mila, ogni anno: oggi il tasso di mortalità per infarto è per fortuna in diminuzione, solo il 7% dei casi, ma a distanza di un anno non si registra invece alcun progresso e metà degli infartuati ritorna in ospedale, a causa di un nuovo evento. «Tra le ragioni c’è l’impossibilità di garantire un adeguato controllo del colesterolo, fattore causale per un ulteriore evento cardiovascolare per eccellenza - conclude -. Oggi Amgen mette a disposizione di questi pazienti un farmaco biologico innovativo, in grado di ottenere risultati prima impensabili. Risultato, 20% di riacutizzazioni in meno (come infarti, ictus…), molte vite salvate e 41 milioni di risparmi per il Ssn nell’arco di 5 anni. È solo un esempio, ma è questo ciò che significa, per noi, essere partner del sistema».

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