POLITICA MONETARIA

Svolta espansiva Fed: l’obiettivo ora è un’inflazione «media» al 2%

La Banca centrale Usa adotta una nuova strategia che si tradurrà in una politica monetaria strutturalmente più espasiva, e per periodi più lunghi, rispetto a quella prevedibile fino a oggi

di Riccardo Sorrentino

(REUTERS)

3' di lettura

La Fed modifica i propri obiettivi di politica monetaria. In occasione del Simposio economico di Jackson Hole - quest’anno tenuto, in realtà, in streaming a causa dell’epidemia - la banca centrale Usa ha annunciato i risultati della revisione della propria strategia che, ha spiegato nel suo intervento al Simposio il presidente Jerome Powell, è stata approvata all’unanimità dal Fomc, il Comitato di politica monetaria.

Il cambiamento più significativo riguarda l’obiettivo della stabilità dei prezzi. La Fed ha ufficialmente adottato un average inflation targeting. Non punta più, quindi, a ottenere un’inflazione - misurata dalla variazione annuale dell’indice, generale e non più core, delle spese per consumo personali - del 2%, ma «un’inflazione pari in media al 2% nel tempo».

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Questo significa, ha spiegato la stessa Fed, che «in seguito a periodi in cui l’inflazione è stata persistentemente al di sotto del 2%, una politica monetaria appropriata punterà verosimilmente a ottenere un’inflazione moderatamente superiore al 2%».

L’approccio è flessibile. «Non ci stiamo legando a una particolare formula matematica che definisca la media», ha spiegato Powell. Non è quindi stato indicato - come fa del resto anche la Reserve Bank of Australia, che ha adottato lo stesso sistema dal 1993 (con un obiettivo compreso però tra il 2 e il 3 per cento) - l’orizzonte temporale di riferimento. Prima della Grande recessione si riteneva che una decisione di politica monetaria esaurisse tutti i suoi effetti in due anni, periodo che sembra troppo breve per valutare questo tipo di strategia. Alcuni economisti - per esempio Lars E.O. Svensson, in uno studio dedicato proprio alla revisione della strategia Fed, ha adottato, a scopi puramente analitici, un orizzonte di cinque anni.

Per la massima occupazione non è stato indicato un obiettivo numerico preciso: «Non è direttamente misurabile e cambia nel tempo per ragioni non legate alla politica monetaria», ma piuttosto alla struttura del mercato del lavoro, ha spiegato Powell. Anche in questo caso c’è stata però un’importante innovazione. Nella precedente formulazione, la Fed avrebbe dovuto tener conto delle «deviazioni» in genere, in alto come in basso, dal livello massimo sostenibile (non inflazionistico). In futuro dovrà invece contrastare gli «shortfalls», solo le situazioni in cui l’occupazione effettiva sia inferiore al livello massimo.

L’idea di fondo è che, a differenza che nel passato, una forte riduzione della disoccupazione non porta a pressioni inflazionistiche da contrastare. Durante l’era Greenspan il solo riavvicinarsi del tasso di disoccupazione a quello che era considerato il livello “naturale” spingeva la Fed ad alzare i tassi, penalizzando tutta l’attività economica.

Oggi, come ha mostrato l’esperienza degli ultimi anni, questa strategia “dura” non è più necessaria. La politica monetaria, pur dando - di fatto, nel sistema Usa - priorità all’obiettivo di inflazione, ha attualmente maggior spazio per tentare di sostenere l’occupazione abbassando le condizioni di finanziamento delle imprese. «Un mercato del lavoro robusto può essere sostenuto senza generare un’esplosione dell’inflazione», ha spiegato Powell.

Chiare le conseguenze delle revisione: la politica monetaria sarà, in futuro, strutturalmente più espansiva, e per tempi più lunghi, rispetto a quanto non sarebbe avvenuto con la precedente strategia. A partire da settembre, ci si possono attendere non solo nuove misure ma anche previsioni sulla futura politica monetaria e proiezioni macroeconomiche differenti.

L’innovazione «riflette esplicitamente - ha spiegato la Fed - le sfide poste alla politica monetaria da una situazione di tassi di interesse persistentemente bassi». Negli Usa e nel resto del mondo, ha aggiunto la banca centrale Usa, sono ora sottoposte al vincolo dei “tassi zero” - lo zero lower bound - molto più che nel passato.

Il più lento ritmo di crescita della popolazione, insieme al suo invecchiamento, ha portato - ha spiegato Powell - a una frenata della produttività e della crescita economica. Da gennaio 2012, ha ricordato, le stime del Fomc sulla crescita potenziale, sostenibile sono calate dal 2,5 all’1,8% (mediano) e, di conseguenza, il corrispondente tasso di interesse di equilibrio è sceso dal 4,25% al 2,5%. Si è molto ridotto lo spazio di manovra della politica monetaria in caso di un rallentamento ciclico della domanda e sono aumentati «i rischi posti all’occupazione e all’inflazione».

Per questo motivo, ha spiegato Powell, la Fed è pronta a usare tutti gli strumenti a disposizione, e non solo i tassi, per sostenere l’economia: quelle che finora erano considerate misure di politica monetaria non-standard sono così state confermate come normali strumenti di politica monetaria.

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