Nuovi orizzonti

Svolta maschile: la moda supera i generi incrociando passato e futuro

Una mostra al Victoria&Albert Museum di Londra riflette sul menswear combinando look storici e contemporanei, mentre il settore si sta allontanando dal concetto binario di stile

di Simon Chilvers

6' di lettura

Oggi Harris Reed è uno dei nomi più interessanti nel mondo della moda. 25 anni, anglo-americano, si è laureato nel 2020 alla Central Saint Martins di Londra e il suo successo sta crescendo. Le sue creazioni – indossate da Harry Styles, Sam Smith, Iman e Emma Corrin – includono completi architettonici, bluse con collo a fiocco e vestiti a balze. Deliberatamente no gender, hanno colpito al cuore un pubblico che nella moda non vedeva l'ora di superare i confini binari di genere. Gli abiti di Reed sono una sfida a quello che spesso si considera maschile e femminile, e anche un incoraggiamento a vestirsi in modo più libero e anticonvenzionale.

L'idea non è nuova, il menswear ha storicamente giocato con i codici legati al genere, ed è proprio questo il tema centrale di Fashioning Masculinities: The Art of Menswear, appena inaugurata al Victoria&Albert Museum di Londra e visitabile fino al 6 novembre. La mostra, che indaga e analizza l'abbigliamento maschile presente nella vasta collezione del museo, si apre con un capo-scultura di Craig Green e accosta una nuova generazione di designer – come Edward Crutchley e Grace Wales Bonner – ai più significativi innovatori della moda, tra cui Tom Ford, Hedi Slimane, Alexander “Lee” McQueen e Miuccia Prada (è presente anche il famoso cappotto di Gary Oldman della sfilata uomo autunno-inverno 2012). Ci sono poi pezzi storici, come un pettorale del 1565 e una teiera del 1881 del vasaio James Hadley, opere di Rodin, Degas, Joshua Reynolds e immagini di Spitfire, lo spettacolo del coreografo Matthew Bourne con i ballerini che si esibiscono in underwear rigorosamente bianco.

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Cappotto monopetto inlana (4.500 €), blusa in pelle (5.300 €) e pantaloni coordinati(4.900 €). Tutto LOUIS VUITTON . T-shirt in cotone, PETIT BATEAU(20 €). Cappello in feltro, LUCY BARLOW . Occhiali da sole in acetato, PORT TANGER (286 €). In tutto il servizio, se non indicato, i prezzi sono su richiesta. Per tutte le foto, credit Tom Hibbert

 

I curatori della mostra – suddivisa in tre sezioni: Undressed, Overdressed e Redressed – mettono a confronto passato e presente. Per esempio, un outfit di Reed, che lo stilista definisce “un incrocio tra stile vittoriano e Studio 54”, è composto da top di lamé rosa con maniche a sbuffo, attillatissimi pantaloni a zampa di elefante e ascot in pizzo francese ed è affiancato a un quadro del 1773- 74 di Joshua Reynolds. Si tratta del ritratto di Charles Coote, Primo Conte di Bellamont, con un torreggiante copricapo di piume bianche e un mantello rosso lungo fino a terra (che nel corso del tempo, sbiadendo, è diventato rosa).

“Portrait of Captain Gilbert Heathcote Rn” (1801-05), di William Owen. Courtesy Birmingham Museums Trust, licensed under CCO

 

«Le persone si sono sempre vestite in modo fluido. Scegliendo i capi e gli abbinamenti, volevamo trovare esempi storici che lo dimostrassero», dice la co-curatrice Rosalind McKever. «Il che è influenzato da diversi fattori». Coote, per esempio, ha usato un lungo mantello per rappresentare il potere, lo status, la ricchezza – il rosso era notoriamente una cromia costosa da realizzare in quel periodo. McKever fa notare anche una serie di gilet maschili in seta colorata del XVIII secolo, sempre appartenenti alla collezione del V&A. «È interessante riflettere sul menswear proprio nel momento in cui il settore si sta allontanando da una concezione binaria di moda, maschile-o-femminile», spiega. «Ci sono opere significative ancora oggi, che riflettono i grandi quesiti dello stile maschile contemporaneo. E, se si parla di coraggio, alcuni pezzi hanno un'audacia straordinaria». Si pensi a certe interpretazioni sovversive della mascolinità, all'esuberante Beau Brummell. Come suo equivalente contemporaneo verrà in mente Harry Styles. Entrambi i look sono rappresentati in mostra, incluso il completo di velluto blu elettrico di Gucci, indossato da Styles nel 2019.

Trench in velluto e pantaloni in lino, entrambi WALES BONNER. Polo in maglia di cotone bouclé, SALVATORE FERRAGAMO(630 €). Mocassini in pelle, GH BASS (179 €). Occhiali da sole in metallo, GUCCI (320 €).

Claire Wilcox, storica della moda e co-curatrice dell'esposizione, indica un'altra coppia: un abito regale della collezione primavera-estate 2022 di Edward Crutchley giustapposto a una vestaglia del XIX secolo (realizzata con tessuti femminili riciclati). È un altro esempio di come la mostra si sforzi di superare il confine fra ciò che gli uomini hanno indossato nel corso della storia e su quello che potrebbero indossare oggi. «Da 150 anni non portano più pizzi e nastri, non sarebbe bello se ricominciassero a farlo?», suggerisce McKever. Un altro ritratto, proveniente dalla corte di Giacomo I, mostra Dudley, 3° Barone North: il look è completamente nero e porta un attillato farsetto da cui sbuffano pantaloni alla zuava. Un capo, che lo riecheggia, ma in pelle, era stato proposto da Gianni Versace in una sfilata donna nel 1992 (lo stilista era un regolare frequentatore del V&A). Per McKever è l'ennesimo esempio di come uno stilista contemporaneo abbia potuto reinventare contemporaneamente il tradizionale abbigliamento maschile e quello femminile. Le scene con Tilda Swinton nei panni di Orlando, il film del 1992 di Sally Potter, tratto dall'omonimo romanzo di Virginia Woolf sono un'esplorazione dei confini di genere. Ed ecco, di nuovo, messa in luce l'idea di una moda gender fluid. Anche le collezioni primavera-estate 2022 riflettono un gusto audace: squarci rivelatori, camicie a strati sovrapposti, fantasie, shorts con proporzioni voluminose e, a volte, gonne.

“Portrait of Charles Coote, 1st Earl of Bellamont, in Robes of the Order of the Bath” (1773-74), di Joshua Reynolds. Courtesy National Gallery of Ireland.

 

Oggi, più che in passato, gli uomini comprano gioielli importanti, portano borse una volta definite “da donna” e indossano colori brillanti e intensi. Jonathan Anderson è uno degli stilisti che, negli ultimi anni, più ha sperimentato nel menswear: in mostra ci sono i top a fascia e gli shorts con orlo a balze che aveva proposto nella collezione autunno-inverno 2013. Ai tempi, era sembrata una provocazione. Con il senno di poi, lo stilista aveva già intuito un cambiamento di mentalità. «La risposta alla collezione fu abbastanza estrema», ricorda oggi Anderson. «Suscitò reazioni molto emotive e contrapposte. Il che mi fece capire che nello zeitgeist c'era qualcosa di cui non si parlava. Quella collezione era così diretta, esplicita, non faceva compromessi e non se ne scusava. Parlava dell'autodeterminazione e celebrava l'idea che sei tu (il consumatore) a scegliere (il guardaroba), non io».

Giubbotto in lino jacquard, WALES BONNER (949 €). T-shirt in cotone, PETIT BATEAU (20 €). Pantaloni in lino e viscosa, GIORGIO ARMANI (1.036 €). Occhiali in acetato, GUCCI (265 €).

 

La mostra del V&A fa capire chiaramente che gli stilisti di menswear dovrebbero avere più margine di manovra. «Dieci anni fa, quando pensavamo alla moda, il focus era tutto sulle collezioni donna e lo stesso valeva per le sfilate», dice Priya Ahluwalia. La stilista londinese lavora con stampe grafiche molto colorate e tessuti riciclati e porta il suo background nigeriano e indiano sia nei capi maschili sia in quelli femminili. «Gli uomini cominciano a sperimentare di più e a usare gli abiti per esprimere chi sono», spiega. «Penso sia il segnale di una svolta». Donatella Versace concorda: «Ho sempre creduto che l'abbigliamento maschile fosse importante tanto quanto quello femminile. Gli uomini ci hanno messo più tempo, rispetto a noi donne, a giocare con l'immagine e a usare le scelte di stile anche per comunicare la propria personalità. Nel menswear i cambiamenti arrivano più lentamente, ma non per questo è meno divertente».

“Young Man Among Roses” (1587), di Nicholas Hilliard.Courtesy Victoria and Albert Museum, London

 

Anche l'abito sartoriale – la base del guardaroba maschile – ha conosciuto corsi e ricorsi storici, dallo stile dandy di Brummel ai power suits degli anni Ottanta, a quelli ultra-skinny di Hedi Slimane per Dior nel 2000. Oggi lo stile degli abiti va da Thom Browne – i cui sobri completi grigi dalle tipiche silhouette “rimpicciolite” sono pensati per essere indossati sia da uomini sia da donne – a Grace Wales Bonner, che fonde la tradizione sartoriale di Savile Row con i codici dello sportswear. L'aspetto più importante di un abito è la capacità trasformativa. «Mi ricordo certi modelli delle mie sfilate», racconta Wales Bonner. «Con addosso un certo tipo di abito, assumevano un portamento completamente diverso. Si sentivano dei principi».

Maglia in cotone effetto hand made, SANDRO (321 €). Pantaloni in barathea e satin, GUCCI (780 €). Mocassini in pelle, GH BASS (179 €).Berretto in spugna, LUCY BARLOW . Occhiali in acetato, GUCCI (265 €).

 

«Penso sia in atto un vero cambiamento», osserva Wilcox, che apprezza chi usa la moda per esprimere se stesso e le sue opinioni. È il caso dell'attore Billy Porter, che indossa spettacolari abiti lunghi sul red carpet, o di Dan Levy, la star di Schitt's Creek, che ha indossato un abito che riproduce i lavori dell'artista e attivista americano David Wojnarowicz, realizzato in collaborazione con lo stilista Jonathan Anderson per Loewe: una dichiarazione pro Lgbtq+. Forse l'aspetto più affascinante del menswear in questo momento è la capacità di diventare un mezzo eclettico di espressione, di idee politiche o pura esibizione di sé, sexy o glamour, forte o fluido, o qualunque combinazione di questi aspetti. Chiedo a Wilcox che tipo di impatto si aspetta da questa mostra. Lei risponde: «Spero davvero che apra a tutti gli uomini la magica scatola delle possibilità».

“The Tailor”(1565-70), di Giovanni Battista Moroni. Courtesy The National Gallery, London

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